PETER GABRIEL La legge del baratto
di Claudio Todesco
Un grande artista interpreta le canzoni di 12 colleghi e chiede loro di fare altrettanto. È il baratto proposto da Peter Gabriel a David Byrne, Radiohead, Lou Reed, Neil Young, Paul Simon, Arcade Fire, Randy Newman. Il primo risultato dello scambio è “Scratch My Back” dove l’uomo di Bath bandisce il rock e s’accompagna con una formidabile orchestra. L’abbiamo ascoltato in anteprima e abbiamo parlato col protagonista occulto dell’album.
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L’ARTE DELLE COVER
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Note fugaci illuminano il silenzio come piccoli lampi. Due violini suonano brevi Mi in sequenza, punteggiati da una viola che alterna Mi, Si e Do. Sono sussurri sfasati che parlano e si rispondono in modo apparentemente incoerente. Gli accenti di ogni misura cadono in modo lievemente differente, mentre un’altra viola suona solo dei Si, crome e semicrome che spuntano dal nulla animando il tempo adagio della composizione. Dalla quinta misura s’aggiungono nuovi strumenti: un contrabbasso pizzicato fa rintoccare la tonica sottolineando in modo cupo la tonalità di Mi minore; un Si altissimo di violino pare un sibilo; altri sistemi di note s’incastrano su quei primi, delicati respiri in architetture di geometrica bellezza. Lentamente quelle note fugaci cominciano a formare un disegno più alto, diventano gradualmente più insistenti, salgono di un’ottava e s’incastrano in un crescendo che scuote: note che sembravano buttate sul pentagramma in maniera casuale s’aggregano per dare vita a nuove forme, e a una musica emotivamente severa e potente.
Non è l’opera di un compositore colto del Novecento. È un disco pop. In Scratch My Back, nei negozi il 12 febbraio, Peter Gabriel offre una dozzina di reinterpretazioni radicali di brani altrui usando una band decisamente particolare: un’orchestra di 40 elementi. Nel corso del 2010 gli autori di quei pezzi – stelle come Neil Young, Randy Newman e Lou Reed, oppure emergenti come Elbow, Regina Spektor e Bob Iver – ricambieranno il favore, cantando un brano di Gabriel, cui piace immaginare l’operazione come «un baratto». La prima mossa, la sua, è fulminante. Da Heroes di David Bowie a Street Spirit dei Radiohead, passando per Boy In The Bubble di Paul Simon, My Body Is A Cage degli Arcade Fire e la citata Listening Wind dei Talking Heads, arrangiamenti, armonie, metriche e abbellimenti melodici sono reinventati attorno alla sua voce, mai così intensa, mai così espressiva. Le registrazioni sono state effettuate prestando fede a un ferreo imperativo estetico: bandire strumenti ritmici ed elettrici, sostituiti da pianoforte, orchestra, eventualmente un coro.
Se Gabriel è la raffinata mente artistica dell’album e il produttore Bob Ezrin ne è la spalla fidata, il protagonista occulto si chiama John Metcalfe. Neozelandese di nascita, membro per tre anni dei Durutti Column, è uno degli arrangiatori d’orchestra più usati dall’Inghilterra del pop, oltre a suonare la viola col “colto” Duke Quartet e pubblicare dischi a cavallo tra classica ed elettronica. Gli arrangiamenti che ha scritto per Scratch My Back infondono nuova vita alle canzoni. È merito suo se l’orchestra non si limita a spalmare sulla voce una patina di blando romanticismo. Cresciuto ascoltando e suonando l’opera dei grandi compositori del Ventesimo secolo, ha scritto parti imprevedibilmente vivide e raffinate. Il risultato è in certi passaggi impressionante, e merita un ascolto concentrato e attento. Scratch My Back non è solamente il primo grande album del 2010. Nei momenti migliori indica la strada da seguire per interpretare canzoni rock con un’orchestra classica senza impantanarsi in cliché consunti, senza che le prime perdano smalto e senza che la seconda smarrisca il suo rigore. Richiama l’esistenza di un terreno dove musica popolare e colta possono finalmente confrontarsi, specchiarsi, fondersi.

È una lunga strada quella che ha portato Gabriel, Ezrin e Metcalfe a Scratch My Back. Il cantante sapeva fin dall’inizio che l’album sarebbe stato diverso. «Ho esplorato varie idee di arrangiamento» ha detto «usando solo strumenti fatti in casa oppure gruppi corali. Nel frattempo mi hanno presentato questo meraviglioso arrangiatore, John Metcalfe, che stava facendo grandi cose per la Real World. Mi piacevano le sue partiture, mi parevano originali, piene d’anima, fresche». Prima dell’incontro, racconta Metcalfe a JAM, «non conoscevo personalmente Peter. Ero un suo grande ammiratore e la prospettiva di lavorare con la sua voce mi faceva sentire come un bambino in un negozio di caramelle. Ero nervoso quando ci siamo finalmente incontrati. Ma è un tipo adorabile, specie se pensi alla carriera e al successo che ha avuto. Al contrario di altre star, è rimasto un essere umano gentile, normale». I due si sono incontrati sul terreno comune dell’amore per i compositori classici del Novecento. «Artisti come Pärt, Reich e Stravinsky piacevano a entrambi», ha detto Gabriel. «Gli chiesi di mantenere gli arrangiamenti semplici e spogli, ma sempre carichi d’emotività, così che le canzoni potessero davvero farsi ascoltare ed essere capite». Quando Metcalfe è stato coinvolto, Gabriel aveva già stabilito le regole base, tra cui il divieto di usare strumenti elettrici. «Sono stato scelto proprio perché appartengo a entrambi i mondi, quello della classica e quello del pop-rock. Il mio ruolo è stato far capire a Peter che cosa voleva di preciso dall’orchestra. Si è deciso di non utilizzarla a piena potenza per tutta la durata dell’album, riempiendo le canzoni di archi, ottoni e fiati, ma di evocare un ampio spettro emotivo usando anche arrangiamenti intimi e poco densi». La grande dinamica dell’album deriva da questa scelta: ci sono brani cameristici e altri dove sono impiegati tutti i membri dell’orchestra, oltre a una quindicina di coristi. Una decisione importante è stata quella di non stravolgere le canzoni per il gusto di farlo, usando stratagemmi scontati come accelerare i lenti e rallentare i pezzi veloci. Un’altra scelta cruciale è stata quella di costruire gli arrangiamenti attorno alle parti vocali di Peter. «Lui in un primo tempo ha registrato solo coi pianisti Jason Rebello e Tom Cawley per catturare il sentimento della canzone, per capire quale direzione emotiva prendevano melodia e testo. Mi ha dato quelle registrazioni selezionando solo la parte vocale e mi ha chiesto di ideare un arrangiamento attorno ad essa. A quel punto mi sono chiesto: che cosa trasmette la voce? Dove conduce la parte melodica? Non mi sono domandato com’erano gli originali: ecco perché certe progressioni di accordi sono inedite. In quanto a Peter, alcuni miei arrangiamenti li ha accettati così com’erano, in altri ci ha voluto lavorare sopra. Ha una cultura musicale molto vasta che va dalla classica alla world music. Ha la fama di essere molto meticoloso, e perennemente insoddisfatto. Beh, anch’io lo sono, fino all’esasperazione. Ma a dispetto delle premesse il progetto è durato “solo” un anno da quando non c’erano canzoni – anzi, una: The Book Of Love, che era sulla colonna sonora di Shall We Dance? col delizioso arrangiamento di Nick Ingman – a quando è stato completato». Al processo ha partecipato il co-produttore Bob Ezrin, già in passato al fianco di Peter Gabriel, e di una straordinaria serie di artisti di prima categoria, dai Pink Floyd a Lou Reed. «Sai, Peter non mi conosceva per niente, non sapeva se le cose sarebbero andate lisce. Voleva un altro paio d’orecchie di cui fidarsi, una persona amica con un’incredibile esperienza che gli sapesse dare input specifici sugli arrangiamenti. Quella persona è Bob. Quel che senti nel disco è una sorta di versione consensuale di cui tutti e tre siamo soddisfatti: dev’essere per forza materiale buono se è passato attraverso questo incredibile test di qualità... Bob è un fantastico musicista e produttore: s’impara qualcosa anche solo a vederlo comunicare coi musicisti. Ha personalità e porta grande energia in sala d’incisione. È un tipo pieno di idee e proattivo, trova sempre la soluzione per uscire da un’impasse. Risolve problemi e ne anticipa di potenziali. Ha una visione: dove siamo, cosa stiamo facendo, dove stiamo andando?».


«Non chiamatele cover», chiede Metcalfe parlando delle canzoni di Scratch My Back. «Non si tratta nemmeno di semplici trascrizioni per archi. Queste sono vere e proprie rivisitazioni». Durante l’anno in cui il disco ha preso forma c’era una domanda che il violista continuava a porsi: come posso trasformare questa canzone in qualcosa di diverso senza sfigurarla? Alla fine ha trovato una molteplicità di risposte. «È positivo che nell’album vi siano canzoni immediatamente riconoscibili e altre radicalmente differenti. Credo che porti ad apprezzare le elaborazioni più sofisticate, quelle che mostrano che cosa si può fare con una canzone». È il caso di Heroes. Il capolavoro di David Bowie e Brian Eno passa attraverso un trattamento radicale fatto di bordoni e cicli di note apparentemente gelidi, quasi meccanici; salendo progressivamente sul pentagramma finiscono per suggerire un senso d’innalzamento spirituale finché gruppi di note ripetute alla maniera dei minimalisti formano una sorta di strana luminescenza. «Guardavo il computer dove avrei scritto l’arrangiamento» ricorda Metcalfe «e mi dicevo: oh mio Dio, questa è Heroes, una delle più grandi canzoni rock degli ultimi quaranta, cinquant’anni. Che cosa posso mai fare io? Alla fine credo emerga chiaramente l’influenza di Steve Reich. È diversa dall’originale e ne sono orgoglioso: funziona». È stato però nell’affrontare le canzoni meno note che Metcalfe si è trovato più a suo agio, «perché in quei casi non sentivo il rischio di rovinare qualcosa che milioni di persone hanno amato per decenni. Non sentivo il peso della storia. E Peter era particolarmente incline a tentare vari scenari musicali, alla complessità». Ecco allora che in My Body Is A Cage degli Arcade Fire l’orchestra fa sentire tutta la sua potenza. «L’abbiamo ideata quando eravamo a metà strada nell’incisione del disco. A quel punto stavamo iniziando a pensare agli arrangiamenti nell’ottica generale del lavoro. Perciò ci siamo detti che se c’era una canzone che potevamo dotare di grande dinamica, con suoni scarni e poi un fragore orchestrale mostruoso, quella era My Body Is A Cage». E poi c’è Listening Wind dei Talking Heads, costruita col crescendo di note in Mi minore di cui si diceva all’inizio dell’articolo. Metcalfe lo spiega così: «Sono un grande fan dei Kraftwerk e della musica elettronica e del modo in cui sistemi di note e schemi sonori costruiscono un brano intrecciandosi in modo non dissimile al minimalismo della musica classico-contemporanea: aggiungendo nuove forme sonore si crea un crescendo emotivo. Quando ho sentito Peter cantare Listening Wind ho intuito che la cosa migliore era scriverci su musica sul modello di Steve Reich». Cosa apparentemente semplice, in realtà difficilissima: perché il risultato sia efficace, ai musicisti è richiesta una perfetta padronanza del tempo. «Abbiamo fatto lunghe prove prima di inciderla: avere ritmi perfetti è stato molto, molto complesso. Abbiamo fatto incidere i musicisti col click, ma li abbiamo anche spinti a suonare assieme, ad ascoltarsi reciprocamente».
Nessuno di questi meravigliosi arrangiamenti mette in ombra la voce di Gabriel. L’artista è considerato un grande performer, un trasformista musicale, un filantropo, un innovatore. Raramente ne vengono messe in luce le doti canore. Scratch My Back permette di apprezzare l’enorme espressività del suo stile e le potenzialità del suo timbro. «È un grande cantante», spiega Metcalfe, «ho fatto di tutto perché l’orchestrazione non ne mettesse in secondo piano la voce. Abbiamo usato varie configurazioni di microfoni per poi scoprire che le registrazioni che più ci soddisfacevano erano quelle fatte col tipico metodo usato per registrare la musica classica, ovvero riprodurre quel che si sente nel posto migliore della sala, quello al centro e dotato di una perfetta panoramica stereo. Quello era il nostro obiettivo: catturare l’emozione di essere umani che fanno musica in una stanza. Niente elettronica, solo uomini che sfregano corde su legni e soffiano in pezzi di metallo: è un suono di per sé meraviglioso, abbiamo cercato di lasciarlo tale. Volevamo far sentire il respiro della stanza». La scelta dello studio è stata perciò fondamentale: il lavoro è stato svolto agli Air di George Martin a Hampstead. «Molte sale sono state prese in considerazione. Ma sapevo fin dall’inizio che gli Air erano i migliori: hanno un suono fantastico, il set up è grandioso, i fonici sono meravigliosi, i microfoni e le apparecchiature sono ottime. Ne conoscevo l’acustica e quindi ero rilassato».
Uno dei momenti più curiosi, dal punto di vista dell’interpretazione vocale, è Street Spirit (Fade Out) dei Radiohead. Minimale e disadorna, è cantata con voce fragile e dolente che si rompe fino a stonare. Così umana, così imperfetta. «Quando Peter mi ha fatto sentire la traccia vocale di Street Spirit l’ho trovata emozionante. Mi sono detto: la musica non deve interferire con questa emozione. Niente la deve offuscare. Né potevo piazzarci sotto accordi elementari. Ho voluto che la musica restasse rarefatta, qualche nota di piano, poco altro. C’è una lieve influenza della Sonata per viola di Shostakovich: nell’ultimo movimento c’è una sezione meravigliosa in cui il pianoforte suona singole note semplici passando dalla parte bassa a quella alta della tastiera, mentre la viola suona note lente e quiete».
Nonostante l’orchestrazione e nonostante contenga canzoni di 12 autori diversissimi l’uno dall’altro, Scratch My Back è inequivocabilmente un disco di Peter Gabriel. È dentro il suo mondo, profondamente. Proprio come in un suo album di brani autografi, incubi privati e collettivi s’intersecano. È attraversato da un’ombra di cupo disagio: inizia con l’ottimismo di Heroes e finisce col dolore incurabile di Street Spirit, passando attraverso pericoli e paure, desolanti panorami interiori ed esteriori. «Non sono stato coinvolto nella scelta delle canzoni» commenta Metcalfe «ma so di per certo che ognuna di esse ha un significato molto personale per Peter. E posso aggiungere che sono state prese in considerazione anche altre canzoni che a un’analisi più approfondita del testo sono state scartate. Credo che il criterio di scelta abbia a che vedere con la connessione che Peter sentiva col materiale. È stato un processo di selezione molto lungo, durato mesi». Ci sono canzoni registrate ma non pubblicate? «Non so se ho la libertà di dirtelo. Posso dirti che per la natura del progetto – l’idea del baratto, insomma – per Peter era importante essere in contatto con gli artisti di cui interpretava i pezzi, per poi essere sicuro che loro avrebbero effettivamente riarrangiato un pezzo suo». È probabile che già nel corso del 2010 potremo ascoltare gli artisti omaggiati da Gabriel interpretarne le canzoni. Hanno tutti aderito tranne David Bowie, sostituito da Brian Eno. Qualcuno ha ipotizzato il titolo per il secondo volume, l’ironico And I’ll Scratch Yours. «Non sono sicuro che uscirà come disco», corregge Metcalfe. «Al momento il piano è pubblicare una traccia al mese».
In marzo Peter Gabriel porterà queste canzoni in tour. Le date previste sono Parigi, Berlino, Londra. Ne seguiranno altre, forse anche negli Stati Uniti. La serata s’intitola New Blood. Sul manifesto l’avvertenza: «Orchestra, niente batteria, nessuna chitarra». E niente pop: Metcalfe ha preparato arrangiamenti anche per i classici di Gabriel.


La fusione di musica orchestrale e pop-rock ha dato vita in passato a dischi discutibili ed esperienze artistiche deludenti. È curioso constatare la mancanza di un’evoluzione artistica decisiva da quando George Martin e Paul McCartney incisero Eleanor Rigby. L’incontro tra i due universi è spesso fatale: l’orchestra smarrisce la sua formidabile eloquenza sonora e le composizioni perdono mordente. Dovrebbero essere affilate e avventurose, diventano blande e scontate. È come se, nell’unione, non si riuscisse a prendere il meglio dei due mondi. Metcalfe c’è riuscito e non credo sia un caso. Ha a che fare con la sua decennale esperienza in entrambi i campi e con la sua passione per la musica del Ventesimo secolo, per compositori che hanno cercato di forzare i limiti imposti dalla musica del loro tempo: ama Arnold Schoenberg, Igor Stravinsky, Béla Bartók, Györgi Ligeti, Steve Reich. «Quando affronti un lavoro come Scratch My Back devi importi una certa cautela: quando la musica pop incontra l’orchestrazione classica il pericolo di suonare dozzinale è dietro l’angolo. E poi diciamolo: nella maggior parte dei dischi pop gli archi sono incisi perché paradossalmente non risaltino, perché non interferiscano con la canzone. Perciò non avevo precedenti cui fare riferimento, a parte forse qualche arrangiamento di Scott Walker. Meglio così: questo disco ci ha dato l’opportunità di mostrare le potenzialità di un’orchestra in campo pop». Metcalfe aggiunge una cosa che potrebbe spiazzare molti appassionati rock, inclini a pensare alla loro musica come a un laboratorio di libertà e alla classica come a un gabbia di leggi costrittive. «Lavorare con una strumentazione classica» afferma «ti dà grande libertà: chi ascolta si aspetta istintivamente che vi siano variazioni, si aspetta che la musica prenda direzioni inaspettate e non il classico schema strofa-ritornello-strofa. Quindi hai la possibilità di essere più dinamico. Usare l’orchestra permette di essere più avventuroso».
Metcalfe non è solo nella sua ricerca d’un terreno comune tra classica contemporanea e pop, se è vero che sempre più giovani artisti – anche appartenenti al mondo cosiddetto indie – mettono a frutto un’educazione musicale formale. Dave Longstreth dei Dirty Projectors non esce da un centro sociale, ma dagli studi di composizione (poi abbandonati) a Yale. Tyondai Braxton dei Battles ha studiato alla Hartt School Of Music e cita Stravinsky nella sua prima, ottima composizione per orchestra chiamata Central Market; ha inoltre suonato per Glenn Branca e collaborato col Kronos Quartet. Sufjan Stevens ha scritto su commissione una sorta di sinfonia dedicata alla Brooklyn-Queens Expressway dove emergono evidenti riferimenti alle architetture sonore di Philip Glass e alle fanfare di Aaron Copland. Jonny Greenwood dei Radiohead ha composto un’interessantissima colonna sonora per il film Il petroliere citando Arvo Pärt. E tempo fa Björk si cimentò con l’espressionista Pierrot Lunaire di Schoenberg. Gli anni Duemila hanno liberato nuove energie e la parcellizzazione stilistica s’è accompagnata a uno straordinario rimescolamento di stili, anche tra musiche considerate “alte” e “basse” che si sono ritrovate fatalmente più vicine. «Una volta» commenta Metcalfe «era semplice: c’era musica buona o cattiva. Non è più così. Là fuori oramai c’è così tanta musica, così tanti musicisti: band che non usano batteria o beat ballabili e magari utilizzano le percussioni in modo più musicale; oppure artisti elettronici che esplorano che cosa si può fare d’interessante con strumenti acustici. È un grande periodo per la musica. Certo non lo è per i promoter o per le case discografiche che vogliono artisti dallo stile definito. Ma è mia opinione che la gente sia sempre meno interessata a divisioni di questo tipo: vuole musica che funzioni a livello emotivo. Perciò, sì, c’è un futuro per la musica classico-contemporanea. Ed è un futuro aperto alla musica popolare. Là fuori ci sono giovani compositori che non vivono chiusi nel mondo acustico estremamente complesso della musica contemporanea, ma frequentano anche i club e ascoltano world music».
Scratch My Back è anche la dimostrazione dell’attenzione vigile di Gabriel per l’attuale scena rock. È vero che contiene brani di Bowie, Paul Simon, Talking Heads, Lou Reed (The Power Of The Heart), Randy Newman (I Think It’s Going To Rain Today) e Neil Young (Philadelphia), ma anche di Elbow, Bon Iver (Flume), Arcade Fire, Magnetic Fields (The Book Of Love), Radiohead e Regina Spektor (l’impressionante Après moi). Gli artisti della generazione di Gabriel si limitano solitamente a rendere omaggio a chi li ha influenzati in gioventù. Nessuno si prende la briga di mettere sullo stesso piano un pezzo degli Arcade Fire e uno di Lou Reed – e a conti fatti, il primo finisce per essere più interessante del secondo. «Peter è un musicista incredibilmente informato» conclude Metcalfe. «Nonostante l’impegno umanitario e il lavoro presso gli studi Real World, ama ancora intensamente la musica. E ne ascolta sempre di nuova. Vuole sapere costantemente che cosa accade: non conosco molti altri musicisti che pur essendo “arrivati” cercano di fare sempre qualcosa di differente. La musica è nel suo cuore, è nel nostro cuore. Tutti quanti abbiamo i nostri dischi preferiti. Ma impazziremmo se continuassimo ad ascoltare solo quelli per il resto della vita».