The Who

Verona, Arena, 11 giugno 2007
Eleonora Bagarotti
27 Giugno 2007

Più che un concerto, una corsa ad ostacoli con ben due interruzioni

Di Pete Townshend si potranno dire molte cose; non che manchi di coraggio né di talento. Lo si è visto l’11 giugno al concerto che gli Who hanno tenuto a Verona, nell’unica tappa italiana del tour europeo. Piccolo particolare: in Italia mancavano da decenni. Eppure è stato proprio lo stivale ad affollare l’Arena, incitando il gruppo a riprendere il concerto nonostante due inghippi non da poco. Il primo, grave, l’allagamento dell’impianto dovuto al violento acquazzone che si è abbattuto dopo le prime cinque canzoni, che ha seriamente rischiato di far saltare tutto. Il secondo, meno grave, Roger Daltrey con le corde vocali a pezzi quando, 45 minuti dopo, il concerto è ripreso. E se Daltrey ci è rimasto male, tanto da interrompere Behind Blue Eyes, un paio di discussioni (la prima in scena, la seconda dietro le quinte) e Townshend, desideroso di suonare, ne è uscito vincente. Così si è potuto assistere a uno straordinario concerto di Pete Townshend, sostenuto da un ensemble vigoroso e sensibile. Daltrey un po’ in disparte, al coro, ai tamburelli e all’armonica. Pete un grande?  Beh, già lo si sapeva. Dalla morte di John Entwistle (una mancanza immane, nonostante il bravo Pino Palladino al basso) quasi tutti i concerti degli Who (o di quel che ne rimane) sono di fatto un incredibile show di Townshend, in cui la figura di Daltrey è più o meno presente, seppure affettuosamente benvoluta dal pubblico e talvolta “in voce”.
La forza inesauribile degli Who sta nell’energia di canzoni senza tempo: I Can’t Explain, Baba O’Riley, Won’t Get Fooled Again… E così si potrebbe proseguire fino all’album del grande ritorno, Endless Wire, del quale è stata proposta solo la canzone più debole, Fragments. Sarebbe interessante, in questo tour europeo 2007, concedersi altre occasioni per assaporare dal vivo il sound di Mirror Door, Man In A Purple Dress, Mike Post Theme.

Tutta Verona incredula per la grandezza di un ultrasessantenne (più rock di tanti nuovi “fenomeni”): c’è qualcosa in Townshend che va oltre ai suoi ripetuti (e richiesti) windmill. La verve chitarristica e la capacità espressiva sono ancora poco di fronte ai contenuti del suo “fuoco creativo” (“After the fire, the fire still burns”, canta in una delle sue “mancate” canzoni per la band). A differenza della maggior parte dei compositori rock, che anche quando vogliono incendiare il mondo circoscrivono il loro discorso ad argomenti particolari e un po’ scontati (vedi Rolling Stones), questo “contestatore alla rovescia” prende di petto problemi giganteschi (lo scontro tra la vecchia società e My Generation) e insieme poco popolari nel mondo del rock (il solipsismo di Behind Blue Eyes) facendo sgorgare, con la prepotenza di un fiume inarrestabile, la libertà dell’artista che si ribella ai cliché ed ecco allora che anche l’uomo esce allo scoperto. A Verona, con coraggio nella forma della trattazione, nei moduli espressivi e stilistici, nelle soluzioni tecniche. Chapeau!
Il sostegno agli Who, senza porsi tante domande, è giunto dai 13mila che non hanno abbandonato l’Arena, rimasti col cuore in gola fino alla fine. Tra loro, una vasta rappresentanza di fan italiani che si ritrovano su www.thewhoitalia.com, sito gestito dal romano Alex Sessa. Sono ancora tutti lì, oggi, a ricordare “impressioni, emozioni e lacrime” di una serata che è stata un po’ anche lezione di vita. Che gli stessi Who - conferma Townshend il giorno seguente – ricorderanno.