THE SWELL SEASON

Dublino, Vicar St 13 dicembre 2009
Rossella Bottone
10 Marzo 2010

Un concerto memorabile, dove emergono tutte le facce di Glen Hansard: la metà della coppia di Once, l’ex busker, il leader dei Frames

Partiamo dalla premessa che qualsiasi concerto degli Swell Season potrebbe meritare un’archiviazione tra i concerti memorabili della stagione. Ogni volta c’è da aspettarsi di venire travolti dall’intensità della loro musica, emotivamente sballottati dai decisi cambi di umore della scaletta, intrattenuti dagli aneddoti buffi raccontati tra una canzone e l’altra, commossi dall’onestà irlandese di certe considerazioni, incantati dalla scelta significativa delle cover. Questo è ciò che ci si porta a casa più o meno ogni volta. Il concerto di stasera, però, alza la media e lascia un ricordo difficile da rimpiazzare con uno migliore.
Inizia in punta di piedi quella che sarà una performance di ben 2 ore e mezza, una serata che andrà a chiudersi con due bis strepitosi da 5 canzoni ciascuno. È utile chiarire una cosa: gli Swell Season sono sì la (ex) coppia Glen Hansard-Markéta Irglòva, ma sono anche i Frames (l’intera formazione accompagna Glen e Markéta dal vivo come touring band), e sono il Glen Hansard musicista di strada.  Su queste tre identità si alterna il loro show. Si apre con Fallen From The Sky e Lies suonate da Glen e Markéta da soli, raggiunti poi dalla band per entrare nel vivo del set con Low Rising, Feeling The Pull e altri episodi pescati soprattutto dal recente Strict Joy. A metà scaletta i riflettori restano accesi su Glen, che si riappropria del suo passato di busker per mostrarci quali profondità emotive possano esplorare una chitarra e una voce da sole. Say It To Me Now (suonata sull’orlo del palco senza alcuna amplificazione), Leave, Papercup e Astral Weeks (Van Morrison) arrivano in questa veste minimale che, di contro, ne amplifica la portata. Con il ritorno della band sul palco si chiude la prima parte del concerto. Potremmo già dirci soddisfatti così, ma gli Swell Season hanno un paio d’assi ancora da giocare. Il primo è l’entrata in scena del coro della scuola elementare frequentata da Hansard, la Holy Spirit School di Ballymun. Glen racconta di essere stato recentemente invitato con Markéta a visitare la sua vecchia scuola e di aver trovato ad accoglierli questo coro di ragazzini che cantavano per loro Falling Slowly. Ripetono l’esperimento sul palco assieme agli Swell Season, e il pubblico è in delirio. L’imperfezione delle voci di questi ragazzini richiama l’imperfezione e la forza di un’infanzia trascorsa in quello che è sempre stato uno dei quartieri più poveri di Dublino. Il concerto cresce ulteriormente di intensità con High Horses (dove la voce cristallina dei bambini e la coda strumentale si fondono in uno scenario sonoro imponente e sinistro che dà i brividi), e nella successiva Star Star. Il primo bis finisce sulla immancabile Hey Day di Mic Christopher e a quest’ora qualsiasi altro concerto dublinese avrebbe chiuso i battenti, ma la band viene richiamata sul palco da questo pubblico che non vuole tornare a casa. Risalgono quindi sul palco, tutti tranne Markéta, e con Revelate veniamo catapultati in un concerto dei Frames. Il Vicar St è in fiamme, come ai tempi d’oro dei Frames, la “vera” band di Glen ora in pausa per un periodo indefinito ma sempre nel cuore degli irlandesi. Pietre miliari della loro carriera come The Stars Are Underground, God Bless Mom e Lay Me Down sono un’esplosione di energia e cuore, sia sopra che sotto il palco. Markéta rientra per accompagnare la epica Fitzcarraldo, dopodiché Glen intona a cappella The Parting Glass in memoria del folksinger Liam Clancy, venuto a mancare pochi giorni prima. Il pubblico si unisce compostamente in questo addio delicato, e così saluta anche la band.