The Strokes

Roma, PalaCisalfa, 18 dicembre 2003
Antonio Ranalli
15 Maggio 2007

Quella di giovedì 18 dicembre a Roma è stata una giornata particolarmente movimentata per la musica. All'Auditorium Parco della Musica c'era l'idolo delle teenager Alex Britti, al Palalottomanica sir Elton John e qualche isolato più avanti, ovvero al Palacisalfa, suonavano gli straordinari Strokes. Di fronte a questa abbondanza è inutile dire che la nostra attenzione si è spostata direttamente sul quintetto dall'anima corrosiva di New York, che con Room On Fire ci ha regalato un piccolo capolavoro, da ricordare come uno dei migliori album del 2003.

Quella di Roma è stata l'unica data italiana, ma soprattutto l'ultima tappa del tour europeo. Nella capitale sono arrivati fan da tutta Italia, molti dei quali vestiti e acconciati con lo stesso look di Casablancas e soci. Ad aprire la serata è stato Har Mar Superstar, ovvero una one man band dallo stile indie-pop scazzato (per usare il termine coniato dalla Barley Arts, l'agenzia che ha portato gli Strokes in Italia): un personaggio decisamente bizzarro, che canta su delle basi con arrangiamenti funky e che, tra una canzone e l'altra, ci infila sempre un "fucking", per poi arrivare a spogliarsi del tutto e rimanere solo in mutande. Davvero bizzarro, tanto che alla fine della sua musica si sono accorti in pochi.

Poi, alle 22 in punto, sono saliti sul palco gli Strokes. Le ragazze (numerose) del Palacisalfa hanno iniziato ad urlare alla vista di Julian Casablancas, che si è presentato con una giacca nera, ricamata in rosso. Lo hanno seguito a ruota i chitarristi Nick Valensi (giacca rossa e t-shirt bianca) e Albert Hammond Jr, vestito di grigio, e il bassista Nikolai Fraiture. Alla batteria Fab (Fabrizio) Moretti, che nel corso della serata riceverà molti applausi e inni, per via delle sue chiare origini italiane. La band attacca con Reptilia, una delle canzoni più grezze di Room On Fire, con la voce di Casablancas in grande spolvero. Le loro canzoni sono scarne ed essenziali, e non superano i tre minuti (Room On Fire, infatti, si compone di 11 canzoni, per la durata totale di circa 33 minuti). Gli Strokes danno in pasto al pubblico, una dopo l'altra, alcune gemme del precedente Is This It, come Alone Together, e pezzi nuovi come I Can't Win (che il vocalist dedica ad un amico). Alle prime note di 12:51 esplode il boato: è impossibile restare immobili, e la chitarra di Nick Valensi lancia un riff decisamente inconfondibile e accattivante, calibrando parole meravigliose. E ancora in scaletta Automatic Stop, You Talk Way Too Much e Between Love & Hate, fino alla conclusiva Take It Or Leave It, dove Julian Casablancas lancia l'asta del microfono sulla grancassa della batteria, danneggiandola per poi gettarsi sul pubblico, come le rockstar degli anni 70: è una vita che non si vedevano scene del genere.

In poco più di 55 minuti di concerti la band ha fatto rivivere emozioni che rappresentano l'essenza del rock. Gli Strokes sono stati paragonati ai Velvet Underground e ai Television: penso abbiano messo un importante tassello nella musica rock e che si candidino a diventare i principali protagonisti della musica dei prossimi anni.