Storytellers

La nuova generazione dei cantautori
Gian Paolo Giabini
11 Maggio 2007

Jackson Browne - L'ultimo dei romantici, il primo degli intimisti

Bright Eyes - Tormento e impegno

Xavier Rudd - La rivelazione dalla terra dei canguri

Devendra Banhart - Un hobo con la testa d'angelo

Discografia consigliata

Fateci caso: il mondo dei cantautori americani e inglesi non è mai stato così vivace. Ce n'è per tutti i gusti: i folkettari e gli arrabbiati, quelli glam e quelli intimisti, quelli pop e quelli politicizzati. E ce n'è in abbondanza: solo per citare i migliori usciti negli ultimi anni, vengono in mente Bright Eyes, David Gray, Damien Rice, Iron&Wine, Rufus Wainwright, Antony, Devendra Banhart, Badly Drawn Boy, Sufjan Stevens, Xavier Rudd. Un fiorire che ricorda il boom delle cantautrici di metà anni 90. Ma quali sono le caratteristiche di questa nuova generazione di "storytellers" che hanno venti-e-qualcosa anni d'età? In che cosa si distinguono dalla vecchia guardia dei cantautori intimisti, che abbiamo voluto rappresentare attraverso le parole del sempreverde Jackson Browne? Ecco una ricognizione dello stato dell'arte di far canzoni, approfondimenti su tre giovani songwriter in ascesa verticale e una discografica consigliata.

Fine 2005. Fine del primo lustro del nuovo millennio, tempo di consuntivi. Per tutto, per tutti, musica compresa. Ci guardiamo in giro e cosa vediamo nello scenario musicale del nuovo millennio? Anche se il New Musical Express ci dice che il rock non è mai stato così in salute, in Inghilterra deve contare per le sue sorti su un'accozzaglia di gruppi che rimandano agli anni 80, che scimmiottano Joy Division e affini, o pensano pop song con in testa vecchi gruppi come Clash, Jam, Blur. In America è tutto sulle spalle dei Queens Of The Stone Age, l'unica rock band credibile, l'unica che lascia un segno, anzi un marchio ben chiaro nella musica dei nostri tempi. L'elettronica è morta da un bel pezzo e l'unica maniera che ha per tentare di riciclarsi è avvicinarsi a una sorta di forma canzone e a un'idea di songwriting associata a un nuovo modo di interpretare l'indie e il folk (la cosiddetta indietronica). Ma molto spesso, di songwriter veri, che ci sappiano fare con le melodie, i ritornelli, la forma canzone, nemmeno l'ombra.

Insomma, è uno scenario non proprio brillante. La sensazione è di vuoto per chi (come noi qui a JAM, come, crediamo, voi che leggete questa rivista) ama veramente la musica e se ne frega delle playlist di Radio Deejay o dei video in alta rotazione su Mtv. E, diciamolo chiaro, ci mancano personaggi veri, autentici. Ci manca Kurt Cobain. Ci mancano Jeff Buckley ed Elliott Smith. Mancano leader veri, mentre gruppi e scene, vere o presunte, appaiono e scompaiono velocemente. Forse è per questo che da un po' di anni a questa parte, parallelamente a questo turbinio di mode e modi di suonare, accanto ai gruppi da copertina (musicale, ma anche di moda - vedi alle voci Strokes e White Stripes), solitari songwriter crescono. Songwriter che hanno voglia di raccontare storie oltre che sperimentare suoni (invaghiti fino a un certo punto dall'idea del soundboy anni 90, innamorato dell'elettronica, del trip-hop), fare rumore (come il grunge, il punk, l'alt rock). Songwriter forse troppo timidi per interagire con altri e metter su una band, troppo pigri e assonnati per andare in un garage e non uscire dalla propria cameretta (spesso scenario appropriato, alcova solitaria in cui confezionare bedroom music), o troppo saggi e pretenziosi per pensare solo rumore e non arrangiamenti che vestano le canzoni e coprano con più stile la gamma dei sentimenti. Songwriter come David Gray, Tom McRae, Badly Drawn Boy, Damien Rice (dalla Gran Bretagna), Iron & Wine, Rufus Wainwright, Antony & The Johnsons, Bright Eyes, Micah P. Hinson, Devendra Banhart, Sufjan Stevens, Joseph Arthur (dagli States), o José Gonzales, State Of Samuel, Sondre Lerche e gli stessi Kings Of Convenience (dalla Scandinavia).

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Corsi e ricorsi

È già successo in passato che solitari songwriter dicessero la loro in mezzo a una folta truppa di gruppi, rock band, teen band, pop band, rapper, manipolatori di computer e altro.

Inizio anni 80. Il sogno americano è ancora vivo, non uno zombie come ora. C'è gente che ancora ci crede, in questo sogno americano. Sulla scia di Bruce Springsteen ecco allora uscire allo scoperto i vari John Mellencamp e Steve Earle. Non proprio solitari songwriter come quelli di oggi, a giudicare anche dalle vendite e dai successi ottenuti.

Metà anni 90. È la volta delle donne. Donne fiere, spesso diverse (vedi alla voce lesbiche), a volte dolci e sensuali e malinconiche, spesso incazzate, politicamente corrette (o scorrette, a secondo del livello di incazzatura, di marginalità, di fierezza). Donne come Ani DiFranco, Tracy Chapman, Tori Amos, Michelle Shocked, Natalie Merchant, Liz Phair. In alcune di loro, rispetto ai songwriter maschi di inizio anni 80, c'è già qualche segnale premonitore che troviamo oggi nella schiera di nuovi cantautori. Segnali che creano una smarcatura dal sogno americano post springsteeniano, e un avvicinamento a un mondo indie, solitario, alternative. Basti pensare alla DiFranco o alla Phair per capire lo scarto generazionale in atto con loro e, soprattutto, la carica emozionale che preannuncia il mondo dei songwriter odierni. Un mondo vicino anche a due grandi scomparsi della musica anni 90 come Jeff Buckley ed Elliott Smith. Un mondo che ha modalità espressive completamente diverse rispetto al passato.

Le differenze sono notevoli e numerosissime.

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Suoni post rave

Suoni nuovi sono quelli che accompagnano i songwriter di oggi. Suoni che rimandano a un mondo che non è più quello tradizionale del rock americano o inglese, ma che deve tanto alla cultura alternative e indie degli anni 90. Gli stessi Jeff Buckley ed Elliott Smith erano, in molti passaggi e in molti brani della loro carriera musicale, una sorta di variazione da songwriter di Kurt Cobain, e quindi debitori del grunge. Già, proprio così. È come se, a tratti, avessero voluto raccogliere l'eredità del Cobain unplugged, del Cobain di Where Did You Sleep Last Night o Jesus Doesn't Want Me For A Sunbeam e applicarla a un universo musicale meno rock, più cantautorale. Ma nella nuova generazione di songwriter c'è anche un modo di suonare che è sicuramente lontano da quell'approccio sanguigno e macho dei post springsteeniani, e si porta appresso la lezione di quella schiera di artisti che nelle loro camerette, con un 4 piste, a volte una batteria elettronica giocattolo, una chitarra e poca voglia di affinare il proprio stile di cantare, hanno dato vita a un nuovo songwriting bislacco, da loser, da slacker, meglio conosciuto come low-fi.

Notare bene però la differenza tra questi cantori da bedroom music e gente come Bill Callahan degli Smog, Will Oldham (alias Bonnie Prince Billy, alias Palace Music) o Cat Power.

Una differenza notevole, per fortuna. Già, perché questi ultimi sanno cantare, mentre i suddetti Callahan e Oldham (che comunque ci ha sorpresi con Summer On South East, il live appena uscito, un disco di canzoni vere e proprie in cui dimostra di saperci fare quanto un Neil Young elettrico con l'apporto dei suoi Crazy Horse) ci hanno sempre tediato con lagnosi lamenti, spacciati per buoni solo perché appartenevano all'iconografia della filosofia slack, ma che di fatto, guardati con distacco, senza giustificazioni concettuali, mettevano in luce una chiara incapacità di cantare, di imbroccare melodie credibili.

Questo per quanto riguarda gli States.

Ma anche in Inghilterra i nuovi songwriter cambiano le carte in tavola. Qui il problema di non sapere cantare non si è mai posto. Inghilterra fa spesso rima con attitudine pop, con un naturale desiderio di pensare melodie. Slackness non è mai stata una filosofia che ha fatto presa sulla Generazione X inglese. Ma è chiaro che uno come David Gray, sia pur affascinato da Bob Dylan (il timbro stesso della sua voce e il modo di scandire le parole ne sono la chiara conferma) ha un suo modo di "vestire" le canzoni che è nuovo. È una vestizione che è stata elaborata a suon di trip-hop, in qualche chill out room all'interno dei rave inglesi anni 90. E David Gray non è l'unico a cui si potrebbe associare questa idea di songwriting post rave. Canzoni da songwriter venate di chill out sono anche quelle di gente come Kings Of Convenience e Turin Brakes.

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Testi neo freak

Il fatto di guardare a classici come Bob Dylan, Leonard Cohen, Tim Buckley, Simon & Garfunkel, Neil Young, ma soprattutto a Cobain, a Jeff Buckley, a Nick Drake, ha portato con sé tutto un nuovo modo di interpretare la figura del songwriter che parla attraverso suggestioni più che parole. Che pensa frammenti di storie, non canzoni da classici storyteller. Che mette in scena il proprio mondo interiore o i sogni infranti, più che i propri sogni americani. Che è minimalista come un racconto di Raymond Carver, patchwork di flash, flusso di coscienza scandito dai ritmi della tv, ma riveduto e corretto da menti che "deragliano" mentre guardano Mtv (troppo noiosa per loro), che partono per tangenti solitarie e che possono essere freak (come Devendra Banhart), mistiche (come Iron & Wine), delicate (come Damien Rice), quasi sempre malinconiche (la malinconia è comune denominatore di tutti i nuovi songwriter).

E allora sogno puro, viaggio psichedelico, trasposizione in parole di un immaginario freak da nuovo millennio è quello che mette in scena Devendra Banhart, con le sue canzoni, fin dagli esordi. Nel primo disco, dal titolo già di per sé strambo e inusuale (soprattutto per la sua lunghezza: Oh Me Oh My, The Way The Day Goes By, The Sun Is Setting, Dogs Are Dreaming, Lovesongs Of The Christmas Spirit), Devendra scrive infatti stralci di poesia freak come in Roots (If The Sky Were A Stone) dove canta "se il cielo fosse roccia, fatto di labbra e ossa, conta i miei denti per tenere il tempo". O ancora, in Niño Rojo, canta "cucinami per colazione, mettimi sul piatto, perché lo sai che ho un buon sapore, sì, lo sai che ho un buon sapore" (At The Hop), riesumando poi, in Rejoicing In The Hands, un tema caro durante la Summer Of Love. In Long Haired Child canta "Lo dico sempre ai miei amici che quando avrò dei figli, sì quando avrò dei figli, voglio che abbiano i capelli lunghi" e sembra rimandarci dritti dritti a quel pezzo portante della cultura freak anni 60 che fu Almost Cut My Hair di David Crosby (da Déjà Vu di Crosby, Stills, Nash & Young). La differenza però, tra Devendra e Crosby è abissale. Crosby nell'inno generazionale dei capelloni canta anche "farò sventolare la mia bandiera freak". Nonostante la paranoia latente del brano ("Mi guardo nello specchio e vedo una macchina della polizia"), c'è comunque voglia di sognare, di sperare, di far volare le proprie idee ("Non mi farò impaurire. sento che lo devo a qualcuno"). In Long Haired Child Devendra è chiuso in una stanza (ancora la cameretta, scenario prediletto dei nuovi songwriter). Fuori fa freddo. Sa che se uscirà la sua testa inizierà a fargli male. E allora pensa ai capelli lunghi, a un figlio dai capelli lunghi. Ma il freddo e la neve che vede fuori dalla stanza hanno un che di malinconico, sono lontanissimi dal calore del caldo della California che ha in mente Crosby per scrollarsi di dosso l'immagine della macchina della polizia riflessa nello specchio.

Dal sogno freak di Devendra all'intimismo pervaso di luci e ombre, di estatica malinconia, che sa di America di seconda mano (quella white trash, senza speranza, delle province sconfinate, nel mezzo del nulla, degli States). È questo ciò che mette in scena Samuel Beam, meglio conosciuto come Iron & Wine. "Il papà è morto domenica. Tutti i ragazzi morti dicono che Dio è buono. Il papà è morto lo stesso giorno che è nata Edith. Le teste di entrambi sembrano una crepa nella porta" recita uno dei brani più belli scritti da questo songwriter solitario della Florida, scoperto, guarda un po', da Jonathan Poneman, boss della Sub Pop (quella dei Nirvana, ricordate?). Il pezzo si intitola Sodom, South Georgia (da Our Endless Numbered Days): se fosse stato suonato da John Mellencamp sarebbe diventato, con quella sua cadenza folk pop accattivante, un inno da stadio, ma che, nella cameretta, con un 4 piste e una sensibilità indie, suona come una canzone che devono conoscere in pochi eletti, forse perché, come dicevano i Germs, "what we do is secret". È un misticismo che deve fare i conti con l'idea dei nostri infiniti giorni contati (Our Endless Numbered Days, appunto) e che, dopo una notte d'amore (o sesso) è quello che fa cantare a Iron & Wine un brano agrodolce e di bellezza accecante (aspro per la consapevolezza che tutto finisce, dolce per il modo in cui lo canta, bello per le melodie folk pop che potrebbero far invidia a Simon & Garfunkel) come Naked As We Came, in cui scrive: "Lei dice: alzati, è inutile fingere. Io continuerò a rubarle il respiro. Fuori gli uccelli se ne vanno con l'arrivo dell'autunno, uno di loro potrebbe morire tra le nostre mani. Occhi spalancati. Nudi come siamo venuti al mondo. Un giorno qualcuno spargerà i nostri resti in giardino".

I nostri giorni contati, i giorni ormai finiti degli artisti a cui i nuovi songwriter guardano (quelli di Cobain, di Jeff Buckley, di Nick Drake, di Elliott Smith, tutti morti prematuramente), generano, è inutile dirlo, un approccio alle cose in cui la malinconia è quasi sempre latente.

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Malinconia e femminilità

Non importa che sia la malinconia glam e a tratti mistica dovuta alla perdita dell'innocenza e a un senso di inadeguatezza di cui spesso canta Antony con i suoi Johnsons nel bellissimo I Am A Bird Now (che ha vinto il Mercury Prize, mettendo in fila Coldplay, Maxïmo Park, Bloc Party e altri gruppi inglesi) o di una modella che ti introduce al mondo delle droghe, rubandoti tutto quello che hai (nel caso di Micah P. Hinson nel suo disco d'esordio, Micah P. Hinson & The Gospel Of Progress), o della nostalgia delicata di Damien Rice (che in Cannonball canta "sento ancora le tue parole nelle mie orecchie, sento ancora le tue canzoni intorno a me"), o ancora del rammarico e del dolore per situazioni e storie d'amore andate storte (David Gray in Babylon, dove canta "venerdì notte, giro a vuoto, tutte le luci diventano rosse, continuo a cambiare canale alla tv, mi guardo indietro e ora è chiaro che sono stato cieco, che non ho mai aperto il mio cuore, che è ridicola tutta quella gelosia, tutta quell'amarezza"). Tutto, comunque, conduce a un senso delle cose che è nuovo, intimista, fragile, femminile.

Così come Cobain aveva portato un'immagine delicata all'interno di un mondo ruvido (quello rock), accostando metal e femminilità, melodia e rumore, allo stesso modo i nuovi songwriter portano un'idea di femminilità nella tradizione folk e country americana, sicuramente stridente con il roots e con il machismo da strada dei suoi interpreti. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Soprattutto perché è Nick Drake l'icona assoluta di questi nuovi songwriter. Perché lui ha dettato la "way to blue", la strada alla malinconia (Way To Blue è uno dei suoi brani più famosi, manifesto del folk pop malinconico), a molti dei nuovi songwriter. Perché lui, sempre molto schivo a suonare dal vivo i suoi brani, preferiva suonare in solitudine ("Mi piace di più perché penso al materiale che scrivo come qualcosa di intimo, non come qualcosa da suonare dal vivo" diceva prima di morire per spiegare la sua ritrosia a esibirsi nei club), come i songwriter da cameretta della nuova generazione. Perché lui ha vestito la canzone del folksinger con arrangiamenti da camera ("Per me gli arrangiamenti di Robert Kirby sono importanti quanto, se non di più della canzone stessa" dichiarava Nick Drake) o con soluzioni parallele a quelle acustiche che hanno ampliato il concetto di folk song. Perché Drake ha lasciato ai posteri il suo testamento, l'ultimo disco Pink Moon, registrandolo in due giorni e poi consegnandolo a un'impiegata della Island Records senza nemmeno parlare con i discografici, buttando i nastri (poi ritrovati per caso dalla casa discografica settimane dopo, secondo i racconti di parenti e amici a lui vicini) sulla scrivania e dicendo laconicamente e da vero loser: "Mi chiamo Nick Drake, questo è il mio ultimo lavoro".

Ma soprattutto perché tutta l'opera di Drake è scossa dalle emozioni.

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Emozione è punk

"Speranza e sincerità sono il nuovo punk" mi diceva l'anno scorso Antony. "C'è tanta superficialità oggi. E tanto cinismo. La cultura pop, che ai tempi di Lou Reed e Andy Warhol era il vero fulcro della nostra cultura contemporanea, oggi è superficiale. Non ha valori da comunicare. È fine a sé stessa. Si cannibalizza cinicamente il passato pur di avere successo. Io cerco di combattere tutto questo con la mia musica. Ogni nota, ogni canzone della mia musica è volutamente legata ai sentimenti, segue le emozioni, senza nessun freno".

L'emozione è una delle chiavi di lettura principali con cui vedere e apprezzare i nuovi songwriter (e in genere, secondo il mio parere, tutta la musica). Ai puristi non potrà andar giù la "svogliatezza" e, a volte, l'approssimazione low-fi di alcuni di essi. Ma la domanda è: meglio il perfezionismo o la sincerità, musicalmente approssimativa, di molti di questi nuovi artisti? Noi scegliamo la sincerità dei sentimenti. Che ognuno esprime in musica a suo modo. Con uno stile musicale più pulito e pop in Gran Bretagna (vedi alla voce David Gray, Tom McRae, Damien Rice), crepuscolare (come nel caso di José Gonzales) e venato di elettronica (per Kings Of Convenience) in Scandinavia, strettamente legato alla tradizione folk e country (ma influenzato da un sentire indie, come nel caso di Iron & Wine o Micah P. Hinson) o a un'idea di blues folk fricchettone (per Devendra Banhart) o di folk elegante e curato nei dettagli (quello comunque altamente emozionale di Joseph Arthur), o con uno stile sopra le righe, glam (come nel caso di Antony & The Johnsons o Rufus Wainwright). Con un modo di esprimere le proprie emozioni in modo diverso, che può variare da quello intimista, minimalista e scarno, cantato sottovoce, di gente come Iron & Wine o Gonzales, a quello provocante di Antony e Rufus Wainwright, a quello borderline di Micah P. Hinson, a quello barrettiano di Devendra Banhart, passando per quello eclettico e post moderno di Bright Eyes (che quest'anno ha pensato contemporaneamente due dischi, il canonico I'm Wide Awake, It's Morning e l'elettronico Digital Ash In A Digital Urn). Con un unico denominatore per tutti: la convinzione che i sentimenti, la sfera dell'intimo, le emozioni, sono la cosa più importante per raggiungere quel limbo, sospeso tra estasi e malinconia, che rende importante la musica, al di là della tecnica, della fedeltà più o meno "alta" delle registrazioni e del modo in cui queste emozioni vengono espresse.