South By Southwest 2003

Austin, Texas, 12-16 marzo
Mauro Eufrosini
15 Maggio 2007

Peace And Love

Nessuna retorica e tanto meno voglia di scatenare oziose diatribe sull'antiamericanismo, che sembrano essere, nei giorni in cui scrivo, la preoccupazione maggiore dei nostri governanti, ma la prima annotazione che vale la pena riportare da questo South By Southwest è il deciso e compatto schieramento di tutto il mondo che qui ruota attorno alla musica, contro la guerra e l'amministrazione Bush. Sabato 15 marzo, un sabato tiepido e assolato, tutto il festival si è fermato al passaggio di una manifestazione colorata, chiassosa, creativa e ovviamente ricca di musica, che civilmente marciava contro l'imminente alzata in volo dei bombardieri americani. Ero nel giardino di Threadgill e sul palco in quel momento Dayna Kurtz, che ha interrotto la canzone e rammaricandosi di non essere una protest singer e di non avere le parole adatte per quel momento, ha provato a seguire il ritmare dei tamburi con la propria chitarra, lanciando, assieme a tutti quanti noi lì presenti, urla di ringraziamento e di incoraggiamento nei confronti della moltitudine dei pacifisti. Solo un esempio dell'atmosfera che si respirava in quei giorni a Austin, dove tutti i concerti, i party, gli incontri seminariali erano attraversati da un'unica parola, solo cinque lettere, potentissime nel riunire gente di fede, credo politico e nazionalità diversa: peace.

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The Show Must Go On

Non si era fermato lo scorso anno, quando ancora l'eco delle tragedie di New York e Washington era assordante, e non si è fermato quest'anno, nella raggelante alba di guerra. Oltre mille le band e i solisti ufficialmente iscritti per esibirsi nel circuito del South By Southwest, centinaia quelli che non avendo trovato posto si sono ritagliati spazi al di fuori della convention. Di Willie Nelson e Lucinda Williams, da queste parti due eroi nazionali al punto da essere scelti per annunciare l'ammissione alla Austin Music Hall Of Fame di un veterano come Steve Fromholz, leggete qui a fianco. Oltre a loro il SXSW quest'anno ha regalato l'esibizione a sorpresa di John Hiatt, fresco di firma per la intraprendente New West, che lo affianca all'altro nuovo entrato, il soave Vic Chesnutt. Hiatt, che ha suonato solo nel party ad inviti della label, si è presentato in acustica solitudine, incantando con una serie di ruvide ballate (su tutte ricordiamo My Baby Blue) dai toni country rock che presumibilmente faranno parte del suo imminente debutto su New West, Beneath This Gruff Exterior (ma in Europa il disco uscirà per altra etichetta), previsto per il 6 maggio. Prima di lui si era esibito Chesnutt, che ha regalato poi ulteriori emozioni nello show ufficiale del festival due sere più tardi. Toccante e spietato, Chesnutt ha presentato solo brani dal nuovissimo e splendido Silver Lake, rivelando che se Fa-La-La-La (che parla di una fragile empatia tra un uccello e un malato in ospedale) non è autobiografica, lo è invece Sultans Mighty (il racconto dall'interno di un harem, di un romantico eunuco). Anche il Grammy winner Delbert McClinton era tra gli ospiti del party New West, in duo acustico con Stephen Bruton, che ha prestato la propria elegante chitarra anche al set di Randall Bramblett.

Tra i big, come direbbe Baudo, anche Jayhawks e Sonny Landreth, che hanno suonato rispettivamente all'Austin Music Hall i primi, nel corso della notte Lost Highway/Bmi e da Antone's, il tempio del blues, il secondo. Due show che per certi versi possono essere accomunati, e non solo perché entrambi gli act hanno preferito presentare prevalentemente materiale nuovo, ma per una certa impeccabile freddezza. Se per i Jayhawks non possiamo se non annotare un deciso ritorno verso atmosfere di american rock con grande sfoggio di pedal steel e di retorica roots rock, per Landreth, il cui The Road We're On pure aveva convinto per la qualità di scrittura, sentito qui dal vivo, pare (soprav)vivere grazie principalmente alla mostruosa abilità chitarristica dell'autore. Menzione d'onore per il vecchio guru Richie Havens, che grande davvero forse non è mai stato, almeno per come il music biz misura la grandezza, ma che incarna la continuità, storica, politica e artistica, di trentacinque anni di canzone americana. Risentire oggi il grido sofferto di Freedom, proprio in questi giorni nei quali questa parola viene bestemmiata, scandita dagli scoppi delle bombe sull'Iraq, vale al suo cantore molto più di un applauso.

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Women Have The Power

Le emozioni più forti però, ancora una volta, sono venute dalle donne. Fra le scoperte più belle per chi vi scrive, sicuramente Dayna Kurtz (vedi pagina 64 di questo giornale, ndr), che ha incantato, lei che al festival era giunta da perfetta sconosciuta, sia le centinaia di persone stipate come sardine in attesa di Richie Havens, sia quelle che affollavano Threadgill in quel pomeriggio del 15 marzo, lì accorse richiamate da local heroes come Jimmie Dale Gilmore, Jon Dee Graham o da vecchi eroi come Chip Taylor. Dayna, che sul palco si circonda di quattro chitarre, per la metà acustiche jazz vintage, ha conquistato tutti sin dalla prima canzone, scegliendo sussurri e sospiri ricamati sopra arpeggi e accordi appena accarezzati, tra jazz, blues e piccoli valzer, ma soprattutto ha restituito la magia di Postcards From Downtown, senza l'aiuto dei preziosi arrangiamenti sfoggiati nel disco.

Con lei, ricordiamo Erin McKeown, la più eclettica e creativa delle quattro Voices On The Verge. Una vera furia, alla voce e alla chitarra, quando si muove nel funk, Erin sa scivolare con la stessa intensità sia nelle pieghe di un blues swingato da pee wee hours, sia nella dolce malinconia di un esile folk noir, per sbocciare di nuovo nella solarità di un pop d'autore raffinato e levigatissimo.

Al folk noir, quello di gruppi come Willard Grant Conspiracy o Lullaby For The Working Class, guarda anche la poesia sonora minimalista di Nina Nastasia, che ha affrontato il palco di Antone's con la complicità di una piccola orchestra, con violino, violoncello, banjo, chitarra elettrica, accordion, contrabbasso e batteria. Solo un filo di voce, per guidare semplici giri armonici da folker, sui quali però Nina innesta silenzi e progressioni dinamiche irresistibili.

Le note finali da questo SXSW 2003 vogliamo lasciarle ad una fantastica sconosciuta, almeno per ora. Segnatevi il nome, si chiama Kaki King e quello che fa con la chitarra acustica non l'abbiamo ancora visto fare da nessuno. Per lei la stampa americana, che per ora l'ha potuta giudicare solo a partire dai concerti poiché il disco d'esordio, Everybody Loves You, ancora non era pubblicato, ha scomodato Michael Hedges e Jimi Hendrix, ma non è riuscita a dare nemmeno l'idea di quello che la piccola Kaki sa fare.