Smashing Pumpkins

Bologna, Palamalaguti, 3 febbraio 2008
Cristiana Paolini
22 Febbraio 2008

A volte ritornano. E qualche volta sono pure in forma. Ma i pezzi più applauditi restano quelli di 15 anni fa...

È un palco non mastodontico e dalla scenografia essenziale quello che accoglie il ritorno in Italia dei Pumpkins da quel lontano tour d’addio del 2000. Diciamo subito che, nella seconda data italiana, si è assistito a due ore e mezzo di quello per cui le Zucche erano considerate una delle band più influenti dell’alternative rock dei 90: stilemi del rock 70 nell’era post grunge, fughe nel progressive con azzardi di AOR, assalti chitarristici ed energia abrasiva alternati a momenti di dolcezza, il tutto davanti a fan estasiati nel vedere la loro pazienza vincere la testardaggine di un chitarrista pelato.
L’inizio con Porcelina Of The Vast Oceans riassume il contenuto dello show: 9 minuti di alternanza fra fluttuazioni acustiche d’atmosfera e rabbiose sparate rock. Billy Corgan si presenta in tutta la sua altezza e con un look che pare la versione tecnologica del dark dei tempi di Machina: pallore e cranio lucido d’ordinanza, anfibi di vernice nera e gonna argentata fino alle caviglie. Il resto della band è invece più sobrio: Jimmy Chamberlin (l’unico Pumpkins originale oltre a Corgan) a gestire con estrema padronanza il ritmo serrato dell’intero set, e i nuovi membri Jeff Schroeder al posto della chitarra ritmica di James Iha, la graziosa e minuta Ginger Reyes al basso che fu di D’Arcy e l’inglese Lisa Harriton alle tastiere. Nonostante la sinergia della band, è indubbio come l’affetto del pubblico ribadisca Billy Corgan quale leader indiscusso e lo rivoglia indietro in tutta la sua teatralità ed energia. E il rocker di Chicago non ignora il calore del pubblico: le prime parole arrivano dopo quasi un’ora di musica senza sosta e sono fintamente arroganti (“Ora mi levo il vestito e vi prendo a calci nel culo!” dice ridendo), ma la sua è soprattutto comunicazione fisica, data da una notevole presenza scenica da alieno allampanato (la chitarra è un prolungamento del corpo) e dall’enfasi posta sui testi. Se la prima parte del tour, oltre all’album del ritorno Zeitgeist, era imperniata sui successi di Siamese Dream e Mellon Collie, ora c’è spazio anche per i lavori di fine anni 90 Adore e Machina. I nuovi brani non sono proprio i favoriti del pubblico (ma Tarantula è resa egregiamente e Superchrist esprime il senso rinnovato dei Pumpkins), e il set alterna un primo momento energetico in cui spiccano Tonight, Tonight (accolta con un’ovazione) e una splendida Mayonaise, a uno più delicato in cui Corgan intona alla chitarra acustica una sentita Perfect con Chamberlin al tamburello, Lily (My One And Only), The Rose March (dal recente ep American Gothic, disponibile su iTunes italiano), e l’attesa Today. Riesplode poi la furia (e gli urli rabbiosi di Corgan) con i classici Stand Inside Your Love, Ava Adore, Bullet With Butterfly Wings, The Everlasting Gaze, mentre 1979 vede nuovamente Corgan in solo acustico e darsi poi addirittura al musical di My Blue Heaven (ovviamente non ha né il timbro vocale né il physique du role del genere, ma proprio per questo, ironicamente, convince). Non mancano cover stravolte (For What It’s Worth dei Buffalo Springfield), e il finale vede la potente United States con il frontman al limite del palco a dilatare e straziare l’inno americano, mentre il bis sfuma sulle note di Cherub Rock. Iha e D’Arcy sono ancora nel cuore dei fan della prima ora, ma Corgan e Chamberlin dimostrano di volere fortemente incanalare l’inevitabile “operazione nostalgia” verso un solido futuro rock. La speranza è che duri, se è così è davvero smashing.

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