Smashing Pumpkins

Milano, Palavobis, 29 settembre 2000
Claudio Todesco
18 Giugno 2007

Se ve lo siete persi, ve lo siete persi per sempre. Dopo il tour Sacred And Profane, che si è fermato in Italia per tre date, gli Smashing Pumpkins si scioglieranno (o almeno così afferma Billy Corgan). E allora addio Disarm, addio Porcelina Of The Vast Oceans, addio Cherub Rock, addio Bullet With Butterfly Wings.

Peccato perché, come si usa dire, i Pumpkins hanno chiuso col botto. Non dal punto di vista discografico, ché le loro ultime opere non sono certo le migliori, ma concertistico. Nello show milanese, devastato dall’acustica malefica del Palavobis, gli Smashing Pumpkins hanno incantato e divertito, mostrando tutti i lati della propria personalità, quasi un riassunto di oltre un decennio di carriera.

L’inizio è spiazzante: vestito con una tunica bianca, Billy guida la band nel repertorio più sognante del gruppo, quello "sacred" per utilizzare la metafora usata nel nome della tournée, con certe digressioni progressive che non t’aspetti. Ottimo l’apporto del tastierista Mike Garson, già nella band di David Bowie (nella line up del gruppo, per la cronaca, è tornato il batterista Jimmy Chamberlin ed è presente un secondo tastierista).

Dopo un breve intervallo, indossata una tunica nera, Corgan mostra il suo lato "profane", quello più perverso, da rocker incallito che ha fatto impazzire la platea riempiendo l’aria di suoni allucinati e ultradistorti. Boato colossale per Tonight Tonight, accolti con minor entuasiasmo sono i brani tratti da Machina II – The Friends And Enemies Of Modern Music, disco-fantasma su vinile distribuito in solo 25 copie che sta facendo il giro dei masterizzatori dei fan del gruppo. Resta una grandissima canzone, ma non mi è sembrata riuscita la versione travolta di Bullet With Butterfly Wings.

Sembrano rilassati, i Pumpkins. Paiono divertirsi. È come se Corgan si stesse liberando da un peso – il gruppo – cominciando a rimpiangerlo prima ancora di avere pronunciato la parola addio. Quando aggiungono eccesso all’eccesso dei suoni, come accaduto in Heavy Metal Machine, i Pumpkins mostrano il proprio lato più giocosamente kitsch. Quando, tutti schierati alle chitarre acustiche, compreso il batterista, offrono una versione vagamente country di 1979, fanno capire di avere dei legami anche con la tradizione americana, bagaglio soprattutto del chitarrista James Iha.

Inclassificabile l’apporto della bassista Melissa Auf Der Maur: qualcuno ha sentito distintamente il suono del suo strumento nel caos prodotto dalla band?