Sly And The Family Stone

Perugia, Arena S. Giuliana, 12 luglio 2007
Ernesto de Pascale
28 Agosto 2007

Delude la reunion di Sly coi Family Stone: poca musica e senza mordente

L’attesa per la prima data di Sylvester Stweart, meglio conosciuto come Sly, e dei riformati Family Stone, era stata tutta occupata dalla benevolenza di Solomon Burke, che fra una dedica a Ray Charles e una a James Brown, aveva fatto capire – cambiando semplicemente tono – che avremmo dovuto avere molta comprensione per Sly, sorvolando sugli anni di assenza e di eccessi che sono la storia di questo genio della musica nera dai 70 in poi. Burke non ci aveva però detto che, dopo un set di circa 45 minuti in cui la band aveva interpretato con coraggio il meglio del repertorio del nostro, Sly sul palco si sarebbe fermato solo per 25 minuti, poco più di un passaggio, insomma. Il tempo di interpretare Family Affair, If You Want Me To Stay e Dance To The Music con quella voce e produrre alcuni suoni sregolati di Moog per poi salutare per sempre. Totalmente alieno nei modi, nascosto da un berretto calato sugli occhi, anchilosato nei movimenti, spalle al pubblico e relazionandosi con il capoband più volte chiedendogli senza mezze misure di andare oltre, Sly ha confermato il suo pessimo stato fisico e mentale, la totale incapacità di reggere uno spettacolo che senza di lui è poco più che quello di una cover band, nonostante la presenza della sorella Rose e di Cynthia Robinson, trombettista originale dei Family Stone.
Il numeroso pubblico dall’atteggiamento molto vacanziero e noncurante, forse in parte anche all’oscuro dello status del personaggio, ha sopportato con stile. Solo alla fine, quando tutto è finito e la band è tornata per Stand, la gente si è incazzata e a buona ragione. È questo l’uomo del rispetto, dell’elevato senso della negritudine? Così inizia un lungo tour in Europa, costosissimo e atteso da tutti? Putroppo quest’uomo è solo l’ombra di se stesso. Un triste evento musicale e umano.

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