SHIVAREE

Milano, Alcatraz, 26 marzo 2001
Paolo Vites
28 Maggio 2007

Vai a vedere gli Shivaree pieno di interesse e curiosità e torni a casa quantomeno perplesso. Perché non hai ancora capito questi qua cosa sono e cosa hanno intenzione di fare nella vita

Se il disco d’esordio, l’osannato I Oughta… ha bene impressionato e destato interesse, un loro concerto ti fa rimangiare ogni ulteriore curiosità su di loro. Perché i dischi, si sa, oggigiorno è molto facile produrli e farli sembrare accattivanti. Più difficile dimostrare di che vaglia sei quando ti esibisci dal vivo. Certo è che Ambrosia è bravissima, una voce strepitosa da consumata chanteuse jazz con qualche ricordo ancestrale di country music, ma il resto della band gioca a fare i tipi cool con risultati im-barazzanti. Sono ex jazzisti come si dice che siano? Allora facciano jazz, e non questa specie di "low fi-noise-post rock" con l’aria distaccata di chi si trova lì per caso ed è troppo cool (appunto) per impegnarsi sul serio. Che nervoso, ad esempio, quando il tastierista, lì con uno splendido Hammond B-3, sembra per partire con un assolo mozzafiato e invece si blocca dopo cinque secondi; idem per il chitarrista: si parte, si lascia intuire e ci si blocca. Molto cool. Ma a me fa solo incazzare. Per il resto, sessanta minuti esatti di musica, tutto il disco per intero, qualche performance da brivido della (come già detto) bravissima Ambrosia e soprattutto tanta noia.

Tanto che a un certo punto uno spettatore della prima fila passa ad Ambrosia il suo cellulare e lei si intrattiene per alcuni lunghi minuti in piacevole conversazione con un fan rimasto probabilmente a casa. Non sono cose belle, queste, da vedersi a un concerto…

Ah, per la cronaca: pochissimi spettatori nella cornice desolata di un Alcatraz troppo grande per gli Shivaree.