RY COODER
Mick e Keith? Non li sento da secoli. No, non sono neppure andato a vederli gli Stones: i grandi concerti mi mettono ansia. E, in fondo, non mi interessano un granché".
Strano per uno che nel 1969 è stato a un passo dal sostituire Brian Jones nella "più grande rock'n'roll band del mondo". Meno strano se pensiamo che a parlare è un certo Ry Cooder che, nonostante le piacevoli collaborazioni con la premiata ditta Jagger-Richards, si è costruito una carriera (e che carriera) al di fuori di quella pur leggendaria vicenda.
È di buon umore Mr. Cooder quando mi parla al telefono (per quasi un'ora) dagli uffici della sua casa discografica californiana. Anche se parte subito all'attacco. "Non posso credere che non avevi capito il significato politico di My Name Is Buddy" mi dice, ridendo "saresti l'unico al mondo".
"Si vede che sono stato totalmente rapito, affascinato e distratto dai suoni della vecchia America" gli ribatto (quasi) per scusarmi. Ry è però felice di sapere che è stato il comune amico Mike Seeger a farmi cogliere il lato impegnato del suo nuovo lavoro, il bellissimo My Name Is Buddy. E a spiegarmi tutto.
Anche per questo, oltre a discutere del nuovo disco, Cooder accetta anche di chiacchierare d'altro. Scopro infatti che, come sempre, lui è già proiettato nel futuro. Prima di parlarne, però, mi spiega perché il suo amico David Lindley non ha fatto parte di questa partita ("Lo avrò chiamato almeno dieci volte per venire a registrare. era sempre in giro a suonare. un vero peccato."). Dopo di che, ricorda volentieri un paio di esperienze vissute insieme: in particolare, quella a Nara in Giappone, nel maggio del 1994, per la prima (e unica) edizione di The Great Music Experience. "È da un bel po' di tempo che non sento Shoukichi Kina, il musicista di Okinawa con cui avevo collaborato in quella occasione. Ma sto lavorando tantissimo: negli ultimi quattro anni non ho avuto un attimo di tregua" ci tiene a specificare,"dopo Chávez Ravine e My Name Is Buddy ho prodotto il nuovo disco di Mavis Staples che è davvero bellissimo. E poi ho già iniziato a lavorare sul terzo capitolo di quella che io chiamo la mia trilogia americana ".
Trilogia americana? Cavolo, la curiosità è forte.
"Se avessi letto con attenzione il testo che precede" mi rimprovera "lo avresti intuito. Con Chávez Ravine ho affrontato il tema di un'America cinica, a cui non interessa il proprio passato e che non si fa problemi nel radere al suolo un vecchio quartiere messicano per costruirci uno stadio di baseball. Con My Name Is Buddy ho provato ad esplorare un'altra America, quella rurale, che oggi magari non c'è più, ma che è stata portatrice di valori importanti che sembrano essersi perduti, come i diritti dei lavoratori. Nel prossimo e ultimo capitolo della trilogia mi chiedo dove sia finita la razza bianca nordamericana e che futuro possa avere".
Sembra proprio che le american roots così tanto amate siano nuovamente tornate ad essere la più importante passione artistica di Ry. Ma allora, l'amore per Cuba, l'attrazione per le musiche del mondo, la curiosità di scoprire talenti nascosti come quel chitarrista cieco di Hanoi di cui mi aveva decantato le doti, che fine hanno fatto? "Al momento non ho progetti in questo senso" risponde quasi con distacco "anche perché oggi viaggiare è diventato troppo complicato. E se non riesco a raggiungere i luoghi di origine della world music non ha senso sperimentare".
Se per Cooder muoversi è difficile, fare tour è quasi impossibile. Anzi, è proprio fuori discussione. Peccato, già mi pregustavo una versione itinerante di My Name Is Buddy con Mike e Pete Seeger, Roland White, Flaco Jimenez, Jim Keltner e Paddy Moloney: un carrozzone degno del Buena Vista Social Club. "Senti" mi dice Ry "il 15 marzo compio 60 anni. Sono stato in giro per tutta la vita: la sola idea di un aeroporto mi fa stare male, le stanze degli hotel mi angosciano e se vedo un tour bus scappo. A me piace suonare e voglio continuare a farlo: ma in modo genuino e spontaneo come per questi progetti americani o per le altre collaborazioni degli ultimi vent'anni. Questo è ciò che voglio, e che ho sempre voluto dalla vita".
Basta dunque anche con la musica da film? "È da parecchio tempo che non lavoro a una colonna sonora" ammette Cooder. "Il fatto è che i film che piacciono a me oggi non si fanno più. Anche Walter Hill è fermo".
Colpisce che uno come lui (che già dieci anni fa si definiva un old timer) abbia utilizzato i-Tunes come standard acustico per il mastering di My Name Is Buddy. "È vero" conferma "abbiamo registrato tutto con Pro Tools ma quando ho ricevuto il prodotto finale non ero soddisfatto del sound. Alle mie orecchie sembrava troppo digitale. Allora, qualcuno mi ha suggerito di passarlo per i-Tunes e di giudicare il risultato. Così ho fatto, mi è piaciuto tanto che l'album, nella sua versione definitiva, ha quei suoni caldi, magari leggermente sporchi, delle registrazioni analogiche di una volta".
Qualche anno fa, Cooder mi disse che il rock era morto. "E te lo confermo" mi dice in modo perentorio. "Il rock inteso come forma d'espressione artistica indissolubilmente legata al contesto storico, socio-culturale, ai luoghi e ai tempi che lo hanno generato è defunto da parecchio. Non che non abbia senso suonarlo, ma oggi è impossibile che qualcuno possa creare qualcosa di realmente significativo. Io ho smesso di fare rock quasi 25 anni fa e non credo di rimangiarmi quella decisione. Forse, è più facile che un giorno possa tornare in Italia". Forse per venire a trovare quel lontano cugino che lavorava in Vaticano? "No, quel mio parente è passato a miglior vita un paio di anni fa. il tuo Paese mi piace. Vedremo".





