Rush

Assago (MI), Datchforum, 23 ottobre 2007
Massimo Longoni
26 Novembre 2007

Nuove leve cercasi. Ma che siano agguerrite, ché questi tre “vecchietti” sono ancora in forma. Apparato scenico d’impatto, senza scadere nel kitsch

Nonostante negli ultimi anni abbiano visitato il nostro Paese piuttosto di frequente, ogni volta che i Rush arrivano in Italia per un concerto è un piccolo evento. Per il tour di Snakes & Arrows quella del Forum di Assago è l’unica data, dettaglio che accresce il rammarico per un mancato sold out che sarebbe stato il compenso minimo per uno spettacolo di livello assoluto, sotto ogni punto di vista. Durante le tre ore di show il trio canadese ha percorso in lungo e in largo i vicoli di una carriera ultratrentennale per pescare gioielli dimenticati (Witch Hunt, Natural Science) permettendosi di lasciare fuori classici e capolavori senza che il pathos o la qualità della scaletta ne risentisse. Bastava dare un’occhiata al pubblico presente per rendersi conto di come Geddy Lee e soci attraversino le generazioni nello stesso modo in cui sfruculliano i generi musicali: metallari di oggi e (soprattutto) di ieri, ragazzini, progger attenti alla sfumatura tecnica, vippine venute in tacco dodici non solo a far bella presenza ma a cantare a squarciagola Tom Sawyer. Tutti pronti ad applaudire una band che, a differenza di altri gruppi affini, ha il grande merito di non prendersi mai troppo sul serio (ogni riferimento ai Dream Theater è puramente voluto); il che non significa che le cose non vengano fatte seriamente. Geddy Lee in forma vocale smagliante, Neil Peart una macchina da guerra e Alex Lifeson in grado di cucire il tutto con grande classe ed eclettismo. Peccato solo per l’acustica, buona in alcuni punti del parterre, veramente pessima per i poveretti assiepati nelle parti alte delle tribune. Ma questa non è una novità.

Grande musica ma anche un apparato scenico di indubbio impatto: affascinanti giochi di luci, laser, fuochi artificiali. Tutto senza calcare troppo la mano su allestimenti kitsch e scenografie mastodontiche: le lavatrici che facevano da sfondo nel 2003 si sono trasformate in forni contenenti un po’ di file di polli messi a rosolare (e alla cui cottura bada un cuoco prima e un pollo a grandezza uomo poi) mentre Lifeson adorna pedaliere e ampli con una infinita serie di pupazzetti. Tutto qui. Certo, ci sono poi i tre maxischermi, sui quali si alternano immagini live e filmati introduttivi in cui a dominare è un’ironia surreale (in uno di questi i tre appaiono in un’irresistibile versione South Park). Sulla scaletta qualcuno avrà storto il naso per la decisione di escludere brani come Roll The Bones, Earthshine, Xanadu, 2112 o La Villa Strangiato (solo per citarne alcuni), ma in compenso rispetto al tour di Vapor Trails l’ossatura offerta dai pezzi dell’ultimo Snakes & Arrows era ben più robusta. Ben nove pezzi (tra cui una versione devastante della strumentale The Main Monkey Business) che si sono perfettamente amalgamati ai classici del passato senza cali di tensione, a dimostrazione di come l’album sia uno dei migliori del gruppo dell’ultimo ventennio. Da lasciare a bocca aperta poi l’immancabile assolo di Neil Peart: inventivo, muscolare, fantasioso.
Non c’è da rammaricarsi troppo se le nuove leve latitano o deludono: fino a quando questi “vecchietti” continueranno così, c’è di che accontentarsi.