ROGER WATERS

ASSAGO (MI), FORUM, 2 APRILE 2011
Emanuela Crosetti
02 Maggio 2011

L'ombra del playback non rovina l'evento rock dell'anno: caricato di nuovi significati politici, The Wall è ancora attuale

«Quando fu chiaro che le 12 date americane dei Pink Floyd non avrebbero potuto alloggiare che una minima frazione dei loro fan, l'organizzatore Larry Magid propose una garanzia di 2 milioni di dollari per due esibizioni allo stadio RFK di Filadelfia. Tutti erano d'accordo, tranne Waters che freddamente ricordò ai colleghi che il fine originario di The Wall era proprio quello di parlare contro il rock da stadio». A scrivere era Nicholas Schaffner in Lo scrigno dei segreti. Siamo nel 1980. E non sembra che i concetti siano stati consumati dal tempo. Il tour che Roger Waters ha messo in piedi l'anno scorso, e che tuttora viaggia lungo le strade del mondo, ricalca perfettamente l'idea originaria. The Wall è tornato. Implosivo negli spazi contenuti; esplosivo nei messaggi che riversa audacemente sulla folla. Le date milanesi esaurite al Forum d'Assago ne sono state la conferma. L'ex Floyd ha ripercorso esattamente lo storico album. Ma con una variante che ha fatto la differenza: la tecnologia ha perfezionato il risultato e la multimedialità del nuovo millennio ha dato voce alle molteplici potenzialità che il tour dell'80 aveva solo accennato. Certo, a quei tempi ci si stupiva delle dimensioni. Oggi, il mondo appare decisamente più scontato: c'è bisogno di contenuti coraggiosi. E vedere il martello di Another Brick In The Wall che spacca virtualmente il vetro illusorio proiettato sul celebre muro dietro al quale parla Barack Obama spezza il fiato e lascia dietro sé una manciata di dubbi e di domande.
Dopo un'intro basata su una famosa scena di Spartacus, film diretto da Kubrick nel 1960, si apre il sipario a In The Flesh, tra fuochi pirotecnici e una scenografia costellata di attori travestiti da soldati che tengono stretta tra le mani la bandiera con lo stemma dei due martelli. La lotta contro ogni forma di costrizione è iniziata. L'aereo si schianta con tanto di fiammata mentre Roger indossa una giacca di pelle nera. Lunga. Lucida. E con una fascia rossa al braccio sinistro. Ancora i due martelli.
I brani di The Wall scorrono tra scalpore e malinconia. E, lentamente, il muro si alza. Blocco su blocco, il vuoto centrale dal quale compare la band si riempie. Ai lati si gonfiano giganteschi pupazzi che ritraggono i disegni del film e lungo i bianchi mattoni scorrono foto di soldati e civili morti dal 1940 fino ad oggi mescolate a citazioni dal libro 1984 di Orwell e, con molta temerarietà, a filmati di donne offerte alla mondanità televisiva e mediatica. Un mix che turba e disgusta. Probabilmente l'effetto voluto. «Mother should I trust the government?», canta Waters. Alle sue spalle: «No fucking way» da un lato e «Col cazzo» dall'altra. E durante l'esecuzione di Goodbye Blue Sky, i bombardieri scaricano croci ma anche la stella di Davide nonché stemmi della Shell e della Mercedes-Benz. Un modo ardito per ricordarci che ormai la guerra è solo questione di lucro.
Attese soddisfatte per i brani extra eseguiti solo nel live dell'80 e mai incisi su album: What Shall We Do Now? e The Last Few Bricks. Il muro si completa con Goodbye Cruel World, alla fine del quale lo stesso Waters mette l'ultimo mattone. Ed è il silenzio. Lo spettacolo riprende con Hey You, eseguita interamente da dietro la temeraria barricata. Ed è solo con Nobody Home che Roger esce da una finestra in una sorta di salottino con poltrona e televisore. E poi i volti femminili in lacrime di Vera e le foto dei bambini in guerra dagli occhi supplichevoli di Bring The Boys Back Home. L'assolo di Comfortably Numb, eseguito magistralmente da Dave Kilminster in cima al muro, viene accolto, come un discepolo, da un lungo fascio di luce. Lo show rotola verso il dramma della conclusione. Ancora uniformi che hanno il sapore di SS e KGB, tutto stemmi, stivali, fasce strette, ordini e schiene dritte, mentre un grasso grosso maiale nero vola radente sul pubblico portando con sé l'icona della falce e martello accanto a quella delle grosse multinazionali petrolifere. «Drink Kalashnikov Vodka», si legge sulla pancia. Waters punta il dito con la reprise di In The Flesh e simula una sparatoria sul pubblico. Un cupo colonnato compare sullo sfondo: ricorda la Porta di Brandeburgo o più semplicemente le rigide barriere dell'imposizione e del pensiero imprigionato nel labirinto del dogma. E con Run Like Hell, lo spietato Roger supera ogni oltraggio concettuale disegnando fili e cuffie, che ricordano la Apple, a maiali, cani feroci, file di capre, rivoltosi in guerriglia, preti e mullah, bambini, ma anche a Stalin, Hitler, Mao e Bush. I martelli camminano instancabili sul muro con Waiting For The Worms», brutalmente interrotti dall'urlo «Stop! I wanna go home...». L'orchestrale The Trial proietta inquietanti raffigurazioni del "giudice verme", la madre, il maestro e l'ex moglie di Pink, protagonista del film. E sulle urla di «Tear down the wall!», l'enorme massa di blocchi di cartone crolla e dalle macerie compare l'intera line-up del concerto per suonare l'ultimo brano, Outside The Wall. Sorrisi, abbracci, ringraziamenti. Ma anche polvere, sgomento. E liberazione.

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