Richard Ashcroft

Milano, Rolling Stone, 5 ottobre 2000
Paolo Vites
18 Giugno 2007

Chissà cosa avrà pensato Richard Ashcroft quando gli è stato comunicato che il concerto era stato spostato dal Palavobis a un club che si chiama Rolling Stone (oltre al dispiacere per i botteghini semideserti, passando da una capienza di circa 10mila spettatori al migliaio che si è presentato)?

Che Jagger e Richards, dopo avergli soffiato il suo più grande hit, continuano a perseguitarlo? Con humor tipicamente inglese, lui nel finale di una epica riproposizione di quel brano (Bitter Sweet Symphony, prima solo voce e chitarra acustica, poi ingresso nel finale di tutta la band con tanto di ‘famigerato’ loop di archi che ha causato la disputa legale con i detentori del songbook di Jagger e Richards) innesta sul refrain un "God bless the Rolling Stones" che sembra davvero appropriato.

Sarcasmo a parte, l’atteso concerto dell’ex Verve ha in parte deluso. E la scarsa partecipazione di pubblico (insieme allo scarso andamento di vendite del suo disco) confermano che Ashcroft sta entrando in una ‘zona a rischio’. Ha deluso perché Ashcroft sembra trovarsi a un crocevia a tre strade, fermo e indeciso da che parte andare: se da quella del cantautore acustico (ha fatto, da solo all’acustica, oltre Bitter Sweet Symphony, anche A Song For The Lovers), da quella della psichedelia eterea e tutto sommato innocua alla Spirtualized (nella band c’era anche l’ex tastierista degli Spiritualized, Kate Radley, oggi sua moglie, e un altro tastierista che hanno dominato nel sound complessivo) o da quella di una rock band più americana che inglese (Come On People, in questo senso, è stata una delusione, un brano che potrebbe trasformarsi, per le sue caratteristiche, in una live performance coi fiocchi e invece resta lì, con il freno a mano tirato).

Il concerto ha mostrato questa grande indecisione di Ashcroft, oltretutto presentatosi senza un chitarrista vero: se da una parte si può capire la sua paura di trovarsi a fianco un clone di Nick McCabe, la sua capacità come chitarrista è quasi zero. La band, ben sostenuta dall’altro ex Verve Pete Salisbury alla batteria, è dominata dunque dalle tastiere, da un po’ di steel guitar, e solo definita da un sax e da una tromba che si limitano ad accompagnare, senza mai uscire dalle righe.

Ashcroft ha sciorinato con diligenza ma anche con freddezza quasi tutto il suo album solista (tra cui ricordiamo I Get My Beat, You On My Mind In My Sleep, Brave New World e soprattutto una trascinante, metallica e a tratti furiosa New York, l’apice della serata, in cui si è visto qualche sprazzo dell’antico ‘Madman Richard’, quello dei Verve) e qualche chicca dal repertorio della sua ex band, le cose più cantautorali come Lucky Man, The Drugs Don’t Work e la bellissima Sonnet.

Dovrà decidersi in fretta, Ashcroft, da che parte stare: la sua carriera solista considerato lo scarso successo, potrebbe imballarsi pericolosamente presto.

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