Red Hot Chili Peppers

Milano, Datchforum, 30 novembre 2006
Barbara Volpi
11 Maggio 2007

I peperoncini piccanti sono diventati canditi. E non puzzano più di beach punk

Hanno cantato Higher Ground ma non è bastato per stemperare quella sensazione sgradevole sotto alla pelle che i peperoncini, una volta rossi e piccanti, siano diventati una sorta di canditi speziati solamente per chi considera trasgressivo anche Robbie Williams. Il prodotto è sempre perfettamente confezionato, anzi, sempre più perfettamente confezionato. Sotto giochi strabilianti di luci e proiezioni di immagini ipergalattiche, Flea a dorso nudo rotea sempre la testa in quel suo modo tipico e funky come i suoi accordi di basso; Frusciante, manica lunga per nascondere le tracce del nefasto passato, fa sempre lo sballone del gruppo perdendosi in interminabili assoli chitarristici; Chad Smith pesta duro come suo solito sulla batteria, mentre Anthony Kiedis non tradisce il suo ultimo amore fashion per la chioma corvina e il look black and white. Esattamente ciò che la gente si aspetta in questa seconda data sold out del tour italiano. Un po' la stanchezza si sente e lo si vede nella performance di Kiedis fisicamente più tranquilla rispetto al solito (però almeno gli resta fiato sufficiente per non steccare questa volta) e nelle eterne pause tra una canzone e l'altra, a volte riempite con qualche assolo strumentale, a cui già i quattro ci avevano abituati due anni fa, il che rende la loro energia, anche nei pezzi più punk-rock, meno incisiva. Invece di fare più di un'ora e mezza di show diluito sarebbero bastati meno minuti di esibizione tirata e concentrata. Perché è questo che si chiede ai Red Hot Chili Peppers, quello di essere gli eroi anfetaminici di un culto che non vuole morire. Quando attaccano con If You Have To Ask o I Could Have Lied il mito pare perpetuarsi, per naufragare poi dopo una Californication che decreta, a tutti i livelli, la fine dell'alternative nation californiana che i quattro avevano loro malgrado rappresentato. Il resto è storia recente. Lo sono i brani mediocri e pop come Can't Stop e Dani California, lo sono le melassate che incantano le fan dell'ultima ora (certe isterie ormonali ricordano quelle delle duraniane vent'anni dopo), lo è l'attitudine navigata da band multimilionaria che fa il suo lavoro e buonanotte, lo è l'audience sempre più vasta, acritica e trasversale che dimostra un po' come la musica dei peperoncini sia diventata un must adatto a tutti e per ogni stagione. Scar Tissue e By The Way portano il pubblico al delirio caotico collettivo, anche se l'apoteosi si raggiunge con Under The Bridge che, se non ricordo male, parlava di una persona sola, nella Città degli Angeli con la highway infuocata come unica compagnia, che non si rassegnava alla solitudine e che parlava di una vita bruciata sotto un ponte. Ma questo, se non ricordo altrettanto male, accadeva tre secoli fa.

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