Police

Torino, Stadio delle Alpi, 2 ottobre 2007
Ezio Guaitamacchi
31 Ottobre 2007

Tornano e dimostrano la bontà del loro repertorio e il loro livello tecnico e musicale. L’evento dell’anno

Un fragoroso colpo di gong (Stewart), l’attacco di chitarra di Message In A Bottle (Andy), il saluto alla città di Torino (Sting): così, a quasi 25 anni dalle ultime esibizioni, comincia l’attesissima data italiana del reunion tour dei Police. Sono in 65mila a rendere omaggio al power trio che ha inventato il “reggae bianco” ma che, pure, è stato in grado di canalizzare l’energia rivoluzionaria del punk in una più canonica e fruibile formula pop-rock. Eppure, solo vedendoli dal vivo (tutti, per altro, in forma artistico-fisica smagliante, incluso il “vecchio” Andy Summers) si capisce quanto belle e significative siano state le loro canzoni e quanto influente sia ancora oggi la loro musica. Sono centinaia, infatti, i gruppi inglesi che negli ultimi tempi si sono ispirati a loro, a cominciare dai Fiction Plane del figlio di Sting, Joe Sumner, che ha aperto il concerto (prima di loro, il set di Raiz con l’ensemble de La Notte della Taranta). Non solo. Oggi più che mai, i tre dimostrano di essere davvero eccezionali dal punto di vista tecnico e musicale. Sul palco, non a caso, si presentano soli: zero coriste, nessun sideman, manco il più sottile accenno di sequencer o back up preregistrato. Non ce n’è bisogno. Già al terzo brano in scaletta, la sensazionale, sincopatissima Walking On The Moon, ci si trova di fronte a un sound pieno, compatto e solidissimo come ce ne sono stati pochi in 50 e passa anni di rock: i Police suonano come i Police.
Punto e a capo.

Lo show mantiene le promesse: due ore tirate (bis inclusi) senza sbavature, con una selezione intelligente ed equilibrata di tutti i classici della band. Il palco, grande ma non enorme, è essenziale: ricorda un piccolo anfiteatro romano, dove il nero è però il colore dominante. Alcuni degli schermi giganti (tutti posizionati in modo strategico) sono incorporati nella struttura generale che si illumina per disegnare pennellate di colore giallo, rosso e blu (Synchronicity II), incorporare foto di bimbi africani (Invisible Sun), mostrare immagini seppiate con animazioni di dinosauri (Walking In Your Footsteps, uno dei brani meglio eseguiti e  più coinvolgenti dell’intera serata). Il palco s’illumina completamente di rosso quando Andy imbraccia la Telecaster e attacca Every Little Thing She Does Is Magic, diventa tutto giallo in De Do Do Do De Da Da Da, rosa in Don’t Stand So Close To Me e di nuovo rosso per Roxanne.
Summers sfodera un paio di assolo folgoranti (psichedelico all’interno di Voices / When The World Is Running Down e assolutamente folgorante in una Walking In Your Footsteps dall’incedere tribale). Copeland (il miglior rullante della storia del rock) è il solito treno: un beat pulsante e implacabile, il suo, capace di marchiare anche timbricamente il sound del gruppo ma pure in grado di  impreziosire il tutto (intro di Wrapped Around Your Finger) con un set di timpani e di percussioni classiche di grande fascino.

Scherza Sting quando inserisce una citazione di Hit The Road Jack all’interno di Hole In My Life, sorride quando la folla, timidamente, gli regala un accenno di “happy birthday” (è il suo 56° compleanno), commuove quando interpreta Every Breath You Take, penultimo bis della serata prima della travolgente e conclusiva Next To You.
Doveva essere l’evento rock dell’anno: lo è stato.