PJ HARVEY

Milano, Palalido, 10 marzo 2001
Ezio Guaitamacchi
28 Maggio 2007

Una grande delusione. E probabilmente qualcosa di più, a giudicare dalle facce a fine concerto, per i quasi quattromila appassionati che (pagando fior di biglietto) hanno riempito in ogni ordine di posti il Palalido per l’unica data italiana della fascinosa Miss Harvey, rock lady di culto, prima che la stessa PJ si imbarcasse come special guest del nuovo tour degli U2.

Grande delu-sione, dicevamo, per diversi motivi. Il primo, e forse principale, rappresentato dal precario sta-to di salute di Polly Jean (e della sua voce) come lei ha tenuto a far sapere a fine concerto. Il secondo, e qui la salute c’entra poco, dalla scadente band che accompagnava la songwriter inglese: un quartetto di impresentabili che si scambiavano pure gli strumenti lasciando inalterato il risultato finale. Il terzo la sconcertante durata del concerto: 63 minuti lordi (inclusi gli applausi e l’unico bis, la peraltro intrigante Down By The Water brano dall’andamento ipnotico e dal testo inquietante che racconta la storia di una donna che annega la figlia). Se a tutto ciò si aggiungono la pessima acustica (e la freddezza estetica) del Palalido e un palco le cui strutture tecniche (audio/luci) sem-bravano riportarci indietro di trent’anni, si possono capire i motivi del disappunto generale.

Peccato, perché quando la piccola Polly Jean sale sul palco è accolta con grande calore. Lei si presenta con un vestitito rosso di lamé, scarpe in tinta con tacco alto, capelli corvini e rossetto infuocato. La nostra impressione è che il suo look da femme fatale sia in netto contrasto con il low profile dei suoi musicisti e del contesto ambientale. Questa dicotomia, tra l’altro, pare sempre più accentuarsi con lo scorrere dei brani, la maggior parte dei quali tratti dal suo ultimo (e pe-raltro bellissimo) album Stories From The City, Sto-ries From The Sea.

Dei quindici pezzi in totale ben nove (sette + due b sides) sono tratto da Stories…: come l’iniziale This Wicked Tongue (presente come bonus track nella versione giapponese dell’album) o la conclusiva (prima del bis) Horses In My Dreams.

In mezzo, alcuni spunti interessanti (specie quando Polly Jean monopolizza la scena, suonando la chitarra e rendendo in pratica marginale il contributo dei suoi accompagnatori) e un paio di momenti particolarmente apprezzati dai fan: Man Size (da Rid Of Me) e Hair (da Dry, il suo eccellente album di debutto).

In generale, però, Polly Jean trasmette fascino e classe ma comunica poca passione e scarsissima grinta. Di conseguenza, le atmosfere scarne (e vagamente noir) che nei suoi album rappresentano momento di attraente suggestione, in concerto producono un risultato il più delle volte cheap.

È solo colpa dell’influenza?