PETER GABRIEL

Verona, Arena 26 settembre 2010
Claudio Todesco
09 Dicembre 2010

Nonostante la voce giù, Gabriel convince anche gli scettici con arrangiamenti orchestrali vari e raffinati. «Una serata speciale». Presto in dvd?

L'attesa è snervante. Ane Brun ha finito di suonare da un pezzo e di Peter Gabriel non c'è neanche l'ombra. La temperatura cala, il pubblico rumoreggia. Dietro le quinte, il cantante ha preteso un supplemento di trucco. È che si gira un dvd, questa sera. Forse anche per questo sarà uno degli show più lunghi del tour. Accompagnato dalla New Blood Orchestra, 54 elementi diretti con fervore da Ben Foster sulle partiture di John Metcalfe, Gabriel rifà l'album Scratch My Back cover per cover. La gente vuol sentire solo i vecchi successi, dicono le cronache di altre date europee. E invece il pubblico italiano dimostra di gradire e di essere competente. L'inizio, in verità, non è dei migliori. Un problema d'amplificazione delle frequenze basse rovina l'esecuzione di Heroes. Complice un raffreddore, le esecuzioni vocali di Gabriel non sono all'altezza della sua fama. A tratti abbozza, prende scorciatoie, non rischia. Ma quando dispiega la voce, è una meraviglia. Nel giro di poco anche il suono migliora. Non è come sentire un'orchestra in una sala da concerto: l'amplificazione pesa sulla dinamica e sull'espressività dei momenti più quieti, ma se non altro l'effetto pare meno cupo rispetto al disco. Il pubblico s'infiamma (a ragione) per certe impennate sonore, per le travolgenti code strumentali. «Questa è una serata speciale», dice Gabriel dopo Street Spirit dei Radiohead che dovrebbe chiudere il primo set. Il regalo si chiama Wallflower, una chicca del quarto album. È un antipasto di quel che accade nella seconda parte dove all'orchestra è affidata la rivisitazione di pezzi più o meno noti del repertorio dell'artista. I momenti forti, dove il lavoro di riscrittura è più apprezzabile, sono alternati a pezzi più leggeri o scontati, i successi che molti vogliono sentire. È un trionfo per The Rhythm Of The Heat in cui un furioso fracasso stravinskiano sostituisce egregiamente la coda di percussioni, ma anche per Intruder e Darkness e in genere per i pezzi che l'orchestra carica con le tinte più intense e scure. Nei brani più tesi, quelli che sembrano provenire da un luogo remoto e spaventoso come San Jacinto, Gabriel e gli orchestrali sembrano parlare lo stesso linguaggio: in quei momenti, la scommessa è vinta. Le coriste Ane Brun e la figlia Melanie Gabriel hanno i loro momenti di gloria, ma brillano più negli accompagnamenti che nei duetti. Delle due, la prima ha un timbro più interessante e maggiore talento, ma le è demandato il compito impossibile di fare dimenticare che la seconda voce di Signal To Noise era Nusrat Fateh Ali Khan. In quanto a Gabriel, ha 60 anni e la teatralità di un tempo è svanita. Quando accenna qualche "mossa" - sia detto con affetto - sembra un ex calciatore alle prese con quei palleggi che un tempo gli venivano alla perfezione. L'impianto scenico è semplice, ma efficace: uno schermo alle spalle dell'orchestra e un sipario elettronico semovente che rimandano per lo più animazioni grafiche a tema.
Arrangiamenti, esecuzioni, scenografia: è un successo che convince persino chi non ha amato Scratch My Back. Ed è l'anteprima di New Blood, l'album che uscirà nel 2011 in cui il vecchio repertorio di Gabriel subisce il trattamento-Metcalfe.