PETER GABRIEL

Berlino, O2 World 25 marzo 2010
Mario Giammetti
25 Maggio 2010

La splendida voce di Gabriel accompagnata solo dalla New Blood Orchestra: i pezzi di Scratch My Back funzionano, ma nei classici si sente la mancanza della parte ritmica

I manifesti non danno adito a fraintesi: «New Blood Orchestra, no drums, no guitars». Gabriel promuove Scratch My Back, ma promette di rivisitare anche il suo repertorio. Dopo l’opening act della svedese Ane Brun costituito da tre sole canzoni, fra cui Big In Japan degli Alphaville, ecco le prime note di Heroes, brano simbolo della trilogia berlinese di Bowie che fa un certo effetto ascoltare proprio in questa città. La prima ora procede come previsto con la riproposizione integrale del nuovo album: piacciono l’arrangiamento minimale di The Boy In The Bubble, mentre Mirrorball enfatizza l’interazione fra l’orchestra diretta da Ben Foster e il cantante, le cui urla finali sono davvero da brividi. Emozioni che tornano su Listening Wind, dove fanno il loro ingresso le coriste (la Brun e la figlia di Gabriel, Melanie), nel finale sacrale condotto dal violino struggente di My Body Is A Cage e negli archi impazziti di Après moi. Per contro, sono veramente noiose I Think It’s Going To Rain Today e soprattutto Street Spirit, dove tenere la palpebra aperta è impresa titanica. La seconda parte dello show arriva dopo una pausa di 15 minuti. L’iniziale San Jacinto è toccante, nonostante la limitata presenza delle percussioni nell’orchestra. Problema che si amplifica su The Rhythm Of The Heat, che comunque regge grazie alla ricchezza degli arrangiamenti, e ritorna ancora su Darkness, il cui crescendo iniziale, nonostante la bella alternanza di bassi e alti, manca dell’effetto esplosivo della versione di studio perdendo inevitabilmente in drammaticità, e su Signal To Noise. Questa soffre di un arrangiamento carente ritmicamente, per non parlare delle voci, ovviamente imparagonabili ai vocalizzi originali dello scomparso Nusrat Fateh Ali Khan. Rispetto alla prima data parigina, poi, Gabriel omette due canzoni molto attese (Wallflower e Washing Of The Water, che era stata cantata dalla sola Melanie). In compenso, la performance di Berlino regala una efficace The Drop. E se Digging In The Dirt e Downside Up scorrono senza infamia e senza lode, Mercy Street rimane un gioiellino anche in questa veste. Quando Peter annuncia, come ultimo brano prima dei bis, una vecchia canzone, qualcuno dal pubblico reclama Supper’s Ready (no, l’imbecillità non è un’esclusiva italiana), a cui Gabriel risponde attaccando Solsbury Hill. E qui succede qualcosa di veramente bizzarro: complice l’improvvisamente ritrovata vitalità di Peter, che si mette a camminare per tutto il palco, e una versione indubbiamente coinvolgente, il pubblico perde ogni inibizione e si alza dalle sedie, dove era rimasto fin lì buonino, per ballare e fare caciara (nonostante l’incomprensibile collegamento conclusivo all’Inno alla Gioia di Beethoven provochi qualche fischio). Ed ecco gli inevitabili bis, che più scontati non si può: In Your Eyes (senza Youssou N’Dour, che invece aveva fatto un’apparizione a sorpresa a Parigi) e Don’t Give Up, in duetto con la brava Ane Brun (il cui tremolo westcoastiano è però decisamente inadatto alla canzone), con tanto di insopportabile parte reggae. Chiusura suggestiva, invece, con lo strumentale The Nest That Sailed The Sky, tratto da Ovo.
L’aspetto più positivo del concerto è sicuramente la forma vocale di Gabriel, semplicemente smagliante: in due ore e mezza di concerto Peter non ha sbagliato praticamente niente, e di questo bisogna rendergli pieno merito. Piuttosto, se la scelta discografica è più che legittima, il tour appare una forzatura che approfitta di quella piccola sudditanza psicologica che storicamente Gabriel esercita su critica e fan. Soprattutto perché un concerto di questo tipo andrebbe concepito in teatro, non certo in una enorme arena con maxischermi e animazioni proiettate per tenere buone 17 mila persone, che si capisce lontano un miglio sopportano con cristiana pazienza la prima parte dello spettacolo per potersi scatenare nella seconda.