Pearl Jam

Bologna, Verona, Milano, Torino, Pistoia, 14-20 settembre 2006
Claudio Todesco
11 Maggio 2007

Cartoline dalla tournée trionfale che il gruppo di Seattle ha scelto di trasformare in un dvd... made in Italy

Ti piace pensare che abbiano cominciato il primo concerto del tour italiano con quella canzone per via del testo: "Mio Dio, è passato così tanto tempo, non pensavo che saresti tornato". Sei anni e tre mesi dopo i concerti di Verona e Milano del 2000, riecco i Pearl Jam col tour italiano più lungo della loro storia: una settimana, cinque date seguite da una troupe per farne un dvd made in Italy. Un tizio regge uno striscione: "Welcome back home". L'Italia non è la casa dei Pearl Jam, ma che si trovano bene lo dice pure Eddie nella nostra lingua, tra un sorso e l'altro di vino. Continuerà a parlare in italiano (leggendo da alcuni fogli) e a bere bianco e rosso per tutto il tour. Dunque la performance di Bologna inizia con Elderly Woman. Dentro all'orrido Palamalaguti si soffoca, il suono è mediocre, la banda nella prima metà del concerto pare scarica, qualche passaggio è pasticciato, il tastierista aggiunto Boom si sente solo durante Black. Vedder, apprenderai poi, non sta bene ed effettivamente la sua voce fatica nei passaggi più impegnativi. L'accoglienza è nondimeno calorosa. Nella seconda parte il concerto decolla. Bu$hleaguer è sfilacciata, però Eddie l'anima col suo siparietto, giacca argentata e maschera del presidente che poi getta tra il pubblico. Finisce con Indifference in un'atmosfera di sospensione irreale. Niente male come saluto. Solitamente dopo i saluti che si fa, ci si abbraccia?

Se è così, è stato un abbraccio caldo e bagnato. Un terzo del concerto all'Arena di Verona s'è svolto sotto una pioggia battente che non ha compromesso uno show straordinario, uno dei migliori di sempre dei Pearl Jam in Italia, una di quelle sere in cui ti passano davanti agli occhi tutti i motivi per i quali ami questa band, la sua capacità di suonare compatta e vibrante, e allo stesso tempo mostrarti le persone che stanno dietro gli strumenti. Eddie corre su per le scalinate dell'Arena ed è talmente felice che si fa una scivolata sul pavimento bagnato del palco. Quando ci prega di non farci male, ché è questa la cosa più importante, "più importante della musica e del vino" che continua a tracannare, lo sai che non lo dice per posa. Nel caso, Love Boat Captain è lì a ricordarlo ("six years ago today"). Cambiano anche le parole di Not For You: adesso i posti alla tavola di Vedder sono tre. Dell'ultimo cd, il gruppo sceglie di fare le ballate: Gone, Inside Job e, per Johnny Ramone, Come Back, che è un po' la nuova Long Road e che è seguita da I Believe In Miracles. A un certo punto Vedder alza la chitarra sopra la testa e la usa per riflettere la luce d'un faro e illuminare il pubblico. Per festeggiare questo splendido posto, suona brevemente My Sharona che diventa My Verona. Poi Mike si siede a bordo palco e attacca Yellow Ledbetter coi piedi penzolanti prima di mandare tutti a casa. Bologna è stata ok, ma un abbraccio è un abbraccio. Anche la voce di Vedder è migliore. Mentre la band suona Alive, lui balla ebbro di (diciamo) gioia e stanchezza. Glielo leggi in faccia che non vorrebbe più scendere dal palco e anche se il concerto è finito continua a ringraziare e a fare gesti come per dire che questa cosa qui, quel che è accaduto stasera, mica lo scorda più.

Milano è un pugno nello stomaco. Te lo meriti: stavi diventando troppo sentimentale. La sequenza iniziale è micidiale, un trionfo di aggressione, caos, distorsione. Arriverà pure Leash: Ed ricorda che l'usarono per chiudere il loro primo concerto italiano in assoluto, nel 1992 al Sorpasso di Milano. È tutto un "vi amiamo" da parte del cantante, visibilmente commosso dall'accoglienza trionfale del Forum, che fa il paio con quella di sei anni fa. È il pubblico migliore e più disposto al canto del tour. Perciò ora è lui a diventare sentimentale. Prima dedica Picture In A Frame di Tom Waits all'"amore della mia vita", quella Jill che sei anni fa era una sconosciuta che cercava di intrufolarsi nel backstage del Forum di Milano e che oggi è la madre della bimba di Eddie che scorrazza al lato del palco. Poi arrivano Parachutes (ma la tastierina di Boom fa una magra figura), Black e Crazy Mary che si chiude con un duetto potente tra organo e chitarra. Seguendo le "istruzioni" del testo, Eddie prende la bottiglia e la fa girare tra il pubblico. Sotto al palco e sulle tribune si salta, canta, urla, in una dimostrazione di calore paragonabile (quasi) a quella che si verifica a un concerto di Springsteen. Che poi, a ben vedere, se nel tour italiano i Pearl Jam hanno dimostrato qualcosa, oltre alla loro innegabile vitalità, è d'essere i Led Zeppelin e Bruce Springsteen messi assieme dal carisma di uno dei pochi cantanti viventi in grado di comunicare con umanità e senza retorica con te, ma proprio te che sei un puntino in mezzo a 12mila persone.

A Torino cominci a pensare che i Pearl Jam stiano suonando per la comunità di fan che li segue da un concerto all'altro. Eddie avverte: "Faremo una set list speciale: in tempo di guerra suoneremo canzoni che parlano dell'importanza della pace". I sei si lanciano nell'esecuzione integrale, canzone per canzone, dell'ultimo album Pearl Jam, una cosa che fanno raramente e solo in occasioni speciali. La tensione del concerto purtroppo ne risente. Il gruppo lo sa e dopo Inside Job si lancia in una sorta di piccolo greatest hits comprendente una Rearviewmirror fenomenale, espansa nella parte centrale. "Molto bene" dice Vedder, che a un certo punto indossa una maschera da wrestler argentea che qualcuno del pubblico gli ha passato. Molto bene.

Pistoia è una festa di piazza. E come tutte le feste di piazza ha risvolti scadenti. Il primo problema è il suono: sordo, con un'eco mostruosa, in alcune parti della piazza un lontano rimbombo. Il secondo problema è la presenza di gente che sa a malapena chi sono i Pearl Jam e di un considerevole numero di idioti sotto il palco (ragazzi, "this is not for you"). Lo scenario è comunque splendido e la band riesce a rendere l'esperienza memorabile sia per chi ancora non ha visto, chessò, Mike suonare l'assolo di Even Flow con la chitarra dietro la schiena, sia per chi s'è già fatto quattro date e pensa di averle sentite tutte. Un concertone, insomma, con una scaletta strepitosa comprendente una mezza dozzina di sorprese. Non solo: Vedder sale sul palco prima dei My Morning Jacket e fa da solo Throw Your Arms Around Me per poi unirsi alla band del Kentucky in It Makes No Difference della Band (a Torino aveva duettato in A Quick One degli Who). Durante Rockin' In The Free World (notato che i colori citati nel testo diventano "red, white and green"?) si rivede per un attimo il vecchio Eddie, che s'arrampica sull'impalcatura a lato del palco, però no, non si butta. Perché deve tornarci, qui da noi, tutt'intero. "Abbiamo passato una settimana in Italia" dirà a fine concerto "la prossima volta sarà un mese. E magari il resto delle nostre vite".

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