Paul Simon

Milano, Arena Civica, 28 luglio 2008
Roberta Maiorano
25 Settembre 2008

Una band multietnica fa lo slalom nel repertorio antico e recente del songwriter. Un viaggio nel tempo senza lo sgradevole effetto nostalgia

Una serata di fine luglio a Milano. L’afa ha smesso d’infuriare, mentre l’Arena Civica va lentamente riempiendosi. Ma non è un pubblico folto quello che sta per accogliere Paul Simon, personaggio di spicco del Milano Jazzin’ Festival 2008. L’uomo da 12 Grammy torna in Italia per presentare il suo nuovo tour, dal titolo Love In Hard Times, a distanza di due anni dall’uscita di Surprise (album di inediti, co-prodotto da Brian Eno) e a quattro dall’indimenticabile serata romana del reunion tour con Art Garfunkel.
Palco minimal, luci essenziali ed ecco che il piccolo songwriter americano fa il suo ingresso in scena: chitarra tra le braccia, cappello scuro in testa, camicia gialla e sorriso timido. Come sempre con lui, un’affiatata band multietnica. Chi si aspettava una partenza acustica e confidenziale resta piacevolmente spiazzato: Gumboots e The Boy In The Bubble rompono il silenzio con una cascata di suoni pulsanti e un ritmo forsennato. Quasi impossibile restare fermi: fisarmonica, percussioni e fiati dialogano in modo straordinario con il suono discreto della chitarra acustica e la voce di Paul Simon, che sa sempre scavare qualcosa nell’anima. È da Graceland che si parte e si resta ancora incantati, a distanza di un ventennio, dalla naturalezza con cui Simon e i suoi musicisti riescono a mescolare le sonorità sudafricane con quelle nordamericane, passando per il Sudamerica con The Cool, Cool River (dall’album The Rhythm Of The Saints, memorabile seguito di Graceland) e ricordando a tutti il primo grande esperimento di world music da lui compiuto.

L’atmosfera si fa più lieve con la recente Father And Daughter, tenerissima dedica alla figlia;  una toccante Duncan, ricca di arpeggi acustici e malinconia, la maliziosa Me And Julio Down By The Schoolyard e l’indimenticata Slip Slidin’ Away, che Paul interpreta con sottile emozione. Il suo è un viaggio nel tempo, assolutamente privo di sgradevoli sapori nostalgici. Ogni brano viene rivisitato attraverso sonorità blues, rock, afro, folk e a tratti jazz, senza mai perdere i connotati originali. Il pubblico si scalda e allo stesso tempo resta abbagliato. Le perle della discografia del poeta del Queens si susseguono senza sosta: You’re The One, Train In The Distance, How Can You Live In The Northeast lasciano poi spazio a pagine gloriose di Simon & Garfunkel come The Only Living Boy In New York con i suoi cori emozionanti, una Mrs. Robinson magistralmente riarrangiata e i toni oscuri di The Sound Of Silence, che la gente intona con Paul. Con i suoi musicisti si diverte, azzarda qualche improbabile balletto, si lascia andare a qualche battuta, sorride e continua a incantare la platea con la voce, così intima anche quando il ritmo incalza. L’ensemble che lo accompagna sembra di un altro pianeta: se Paul resta al centro del palco con la sua chitarra, la band si scatena in session incredibili, dimostrando che non esistono confini sulla strada che divide il continente americano da quello africano. C’è il chitarrista camerunense Vincent Nguini (con Simon dai tempi di Graceland); l’americano Mark Stewart è un funambolo delle chitarre e del sax; ci sono Jamie Haddad alle percussioni, Tony Cedras (anch’egli da anni al seguito di Paul Simon) all’accordeon e alle tastiere con Andy Snitzer e il bassista Bakithi Kumalo.

Scontato definirlo poeta o genio, tanto piccolo nel fisico quanto grande per capacità compositive e interpretative, Paul Simon ha scritto senza dubbio alcune fra le pagine più intense della storia del rock. Lo spettacolo che offre non annoia, riempie di sensazioni contrastanti: Diamonds On The Soles Of Her Shoes è una festa con un tripudio di percussioni, washboard e cori afro; il ritmo zydeco di That Was Your Mother trascina la gente sotto il palco, che poi si scatena con You Can Call Me Al e Late In Evening. E verso la fine arriva The Boxer, racconto della sua vita che Simon canta ad occhi chiusi e con alcune sorprendenti variazioni. La chiusura spetta a uno dei brani simbolo della sua carriera solista, Still Crazy After All These Years. Un blues al contempo delicato e dirompente, una dichiarazione d’amore nei confronti della musica, compagna d’una vita che lo ha reso immortale. Senza esagerare.

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