Patti Smith

Mestre, Teatro Toniolo, 17 febbraio 2002
Gianpaolo Bonzio
16 Maggio 2007

Patti Smith non ha certo bisogno di un gruppo rock alle spalle per trasmettere tutta la carica della sua musica. L'idea del concerto-reading, poi, evidenzia ancora una volta la validità della formula che abbina la lettura dei testi alla riproposizione di canzoni vecchie e nuove con il semplice accompagnamento della chitarra acustica. Quasi due ore di musica e poesie e una rabbia da far impallidire un esercito di colleghe più giovani di lei che, a 56 anni, non sembra affatto temere il passaggio delle stagioni.

Berretto di lana in testa, giacca e pantaloni neri, Patti Smith ha deciso di sfidare anche il contesto sonoro tradizionalmente meno idoneo per una poetessa punk: quello rigorosamente acustico. Da una parte la lettura delle sue poesie, i ripetuti omaggi soprattutto alla produzione dell'inglese William Blake, dall'altra il suo compagno e chitarrista Oliver Ray alle prese con il non semplice compito di sostenere da solo la produzione rock della Smith. I brani, riproposti anche con evidenti sfumature blues, sono quelli che da sempre hanno caratterizzato il lavoro di Patti Smith, che ha appena realizzato un doppio album antologico che, oltre a comprendere i pezzi storici scelti dai suoi fan (da Piss Factory a Horses e oltre), è completato da brani inediti ispirati da Blake.

A Mestre Patti Smith ha subito esordito con una poesia dedicata a Papa Luciani, da sempre una figura chiave per la poetessa originaria del New Jersey, senza tralasciare la sua Land Of A Thousand Dancers e Perfect Moon, alternate a brani come la struggente China Bird, Pissing In A River e Dead City, scritta con Ray. La Smith sembra proprio aver ritrovato se stessa, dando quasi l'impressione che i concerti italiani del 1979 non siano poi così lontani. La voce, rabbiosa ed ispirata, regge qualsiasi evoluzione, senza mai perdere quel tono sporco che da sempre è il marchio di fabbrica di ogni artista underground. Dopo una curiosa rilettura di un celebre brano dei Beach Boys e un passaggio al clarinetto, Patti si riappropria di celebri cavalli di battaglia e sfodera una versione di Because The Night praticamente perfetta, così come il più recente inno People Have The Power. La furia della Smith è tale che Ray deve costantemente forzare la mano per reggere il ritmo. Alla fine, proprio nel bel mezzo della classica Gloria scritta dai Them di Van Morrison, i due sono costretti a fermarsi proprio perché una corda è saltata. Il lungo brano viene così ripreso tra gli applausi dei circa 800 spettatori giunti da ogni angolo del Veneto per assistere a questa performance della poetessa newyorkese. E lei, ormai scalza, scende tra il pubblico, mentre Ray, rimasto solo sul palco, prima di chiudere l'esibizione perde altre due corde. "Una volta", aveva detto la Smith poche ore prima del concerto, "il rock alzava la voce per dire cose rivoluzionarie. Oggi vedo troppi artisti che lo fanno solo per guadagnare più soldi. Ma le grandi voci saranno sempre ricordate, i grandi soldi no."

La stessa sensazione che ha il pubblico mentre esce dal teatro, ripercorrendo le tensioni emotive degli anni Settanta.

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