Paolo Conte

Milano, Teatro Smeraldo, 28 novembre 2000
Roberto Caselli
15 Giugno 2007

Come è ormai consuetudine, Paolo Conte si concede al pubblico milanese nel mese di dicembre, una specie di regalo natalizio che il cantautore astigiano fa a una platea esigente e affezionata. Sul piatto questa volta c’è un menù particolare, l’ultimo album da poco presentato a Londra e foriero di belle novità. Razmataz, infatti, è la realizzazione di un vecchio sogno contiano, quello di coniugare il jazz con la musica europea degli anni Venti. Anzi, narrare proprio del loro incontro in una Parigi sfavillante di luci e colori.

Su un palco sobrio, appena si aprono le tende, si nota la moltitudine dell’orchestra disposta a semicerchio in piccoli gruppi, quasi a voler sottolineare l’assenza del protagonista dietro al pianoforte luccicante. Inizia la musica e ci vuole qualche secondo per scoprire Conte mescolato al coro come un semplice comprimario a scandire le note di una sorta di overture. Lo spettacolo continua e si capisce che non sarà la ripetizione pedissequa dei pezzi presenti nel nuovo disco; seguono infatti un paio di ripescaggi famosi, Genova per noi e Un gelato al limon che troveranno un proseguo in altri vecchi successi come Sudamerica, Max e soprattutto una versione straordinaria di Diavolo rosso esaltata dal ritmo di rumba che scivola nel jazz pur senza perdersi in quest’ultimo. Ogni tanto trova spazio un brano nuovo e l’accompagnamento musicale è perfetto in ogni suo sfumatura, anzi tutti i pezzi sono perfetti e l’orchestra è un giocattolo meraviglioso che si muove assecondando ogni movenza del suo direttore.

Conte ha davvero raggiunto un gusto esecutivo brillante e ogni variazione di tema sembra ancora più azzeccata della precedente. Anche i tempi sono calcolati con intelligenza: due set non lunghi, quaranta minuti ciascuno, con il secondo che si dilata inevitabilmente per la richiesta dei bis che lui, come è noto, non ama concedere. Ma si sa, "quella gente un po’ così che come noi è forse un po’ selvatica" è la sua gente, anzi è proprio lui che, nonostante i tanti trionfi in tutta Europa, rimane con i piedi ben piantati in terra, come un contadino, schivo e sempre un po’ diffidente anche nei confronti delle belle novità. Lui sa che basta una grandinata e la vendemmia se ne va.