NINE INCH NAILS

Elisa Orlandotti
10 Maggio 2007

Milano, Alcatraz, 1 aprile 2007

Scenografia semplice e solo due brani dal nuovo Year Zero. Tanto rock chitarristico, poco industrial

Nessuno scherzo, questo primo aprile. Chi aveva acquistato i biglietti si è davvero trovato davanti Trent Reznor & Co, 16 giorni prima dell’uscita in Europa di Year Zero.
Alcatraz colmo di gente e di attesa: i Nine Inch Nails si fanno aspettare il tempo di un live del gruppo spalla, i Ladytron – mediocre quartetto dedito all’electroclash più noir – e di un cambio palco davvero lungo, in compagnia degli ascolti dei classici punk/dark. Poi il buio totale e il boato della platea: Nine Inch Nails, Milano, 1° aprile 2007. E rock è.
Nessun fronzolo, nessuna trovata innovativa sul palco, nessuna scenografia da brivido, ma solo tanta chitarra, tanta voce, tanto suono e una bellissima scaletta che poco attinge dal nascituro: solo i brani più orecchiabili, The Beginning Of The End e Survivalism.
Giusto per mettere le cose in chiaro Trent apre il delirio con una Pinion + Mr Self Destruct sbattuta in faccia al pubblico con tutta l’energia di un ciclone, immediatamente legate seguono Terrible Lie ed Heresy. Si fa fatica a vedere che accade: o c’è buio o luci frenetiche dai mille colori e tanto fumo. L’uomo al microfono si scorge appena, stazionario e sudatissimo, occupato a tirare fuori la voce che non verrà mai meno nell’abbondante ora e mezza di live. Nei pezzi tranquilli le luci si quietano ed è possibile mettere a fuoco la figura di Trent, lontana da quella di woodstockiana memoria quando agile e sporca di fango saltava da una parte all’altra del palco. Forse non è il contesto, non è l’atmosfera adatta o non c’è più l’età per tanta maledizione in un unico corpo; così il nostro, appesantito, si limita a sputare i suoi versi dal metro quadrato che divide con l’asta del suo microfono, lasciando che sia la sua band ad animare la scena.
I pezzi vengono eseguiti uno via l’altro, potenti come macigni negli arrangiamenti più rock, relegando l’industrial in secondo piano: March Of The Pigs, The Frail, The Wretched, Closer e il pubblico è un tutt’uno con l’aggressività che domina l’Alcatraz; The Becoming, The Beginning Of The End, Wish Gave Up e Help Me I’m In Hell. Ogni tanto due chiacchiere con la platea per avvisare dell’uscita del disco e per presentare la band che ha alla tastiera il nostro Alessandro Cortini.
Il concerto procede impattante e ipnotico. Eraser, Reptile, No You Don’t, Survivalism, Only, Down In It; lampade in metallo, sospese sopra le teste dei musicisti e coperte da veli, vengono sballottate dal gruppo a mo’ di campane usando come batacchi corde che scendono da esse. E si arriva a Hurt: Trent solo con la sua dichiarazione da cutter e la sua tastiera; il pubblico canta con gli accendini in mano e siamo tutti sicuri della riuscita del concerto. The Hand That Feeds e Head Like A Hole e la serata termina brutalmente. Senza bis, senza ritorno, nonostante il richiamo di chi si sgola. I tecnici stanno già sbaraccando ed è passato un solo minuto da che il palco è stato lasciato vuoto. L’ennesima allucinazione alla Trent.

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