Neil Young

Milano, Teatro degli Arcimboldi, 24 febbraio 2008
Ezio Guaitamacchi
25 Marzo 2008

Una grandissima serata di classic rock col meglio del repertorio del canadese in chiave acustica ed elettrica

È quasi mezzanotte e mezza quando, sulle note tirate di un’acidissima Cinnamon Girl, Neil Young chiude uno dei suoi più bei concerti italiani di sempre. Il pubblico degli Arcimboldi (3 mila persone che hanno seguito con appassionata attenzione l’evento) è in piedi e applaude calorosamente i protagonisti di uno show, affascinante e completo, che ha proposto in chiave acustica ed elettrica il meglio (anni 70) del repertorio solista del leggendario loner canadese.

Quattro ore prima erano saliti sul palco tre tecnici più il suo ex road manager (Eric Johnson) qui nelle insolite vesti di pittore. Verificato che tutto fosse a posto, dopo un ben augurante lancio di petali di rose rosse (like a Rolling Stone?), Johnson posiziona su un cavalletto, posto sul lato destro del palco, un quadro su cui campeggia una P. Sta per Pegi moglie di Neil e sua “socia” della Bridge School di San Francisco. Mrs. Young presenta una manciata di canzoni tratte dal suo recentissimo album di debutto (mica male per una sciura di 60 e fischia anni, no?). Si fa accompagnare da Rick Rosas, dal “vecchio” Ben Keith e dal “giovane” Anthony Crawford in un set acustico di circa mezz’ora che suona assai meglio del lavoro in studio e funge da gradevolissimo antipasto per l’atteso show del suo celebre marito. Il quale, poco dopo, si presenta in scena “coperto” dall’ineffabile pittore che posiziona sul medesimo cavalletto di prima una tela, stavolta con una enorme N.

Seduto su una sedia, circondato da una decina di chitarre acustiche più un guitar/banjo, Mr. Young attacca con From Hank To Hendrix ed è subito magia. Camicia bianca e completo giacca e pantaloni color panna, Neil sfoggia un look elegantissimo, quasi poetico. Proprio come la sua musica e le sue canzoni che non conoscono l’usura del tempo e che, accompagnate con grande maestria dal suono delle Martin d’epoca, rapiscono l’ascoltatore più distratto così come il cultore più smaliziato. A una lunga, appassionata Ambulance Blues seguono l’inedita Sad Movies e una formidabile versione (per tastiera e pianoforte) di A Man Needs A Maid. Qui, Neil Young dà sfoggio di una classe senza pari riarrangiando il classico di Harvest con suggestiva raffinatezza. Dallo stesso disco, Neil suona con la chitarra l’indimenticabile title track prima di sedersi di fronte alla tastiera di un piano verticale per una sorprendente Journey Through The Past.

“Bello questo locale… curioso abbia preso il posto dell’altro più celebre teatro”, dice a un certo punto, riferendosi al periodo in cui gli Arcimboldi hanno ospitato gli spettacoli della Scala. Sono queste (se si escludono le presentazioni dei suoi compagni di palco) le uniche parole che, nel corso della serata, rivolge ai fan. Per fortuna, come sempre, la musica parla per lui.
Il trittico finale, infatti, è da antologia. Una spettacolare Don’t Let It Bring You Down, abbassata di almeno un tono e leggermente rallentata, sembra il manifesto artistico del suo tante volte imitato, seppur inimitabile, chitarrismo (sincopato, potente e aggraziato al tempo stesso) e del suo songwriting originalissimo. Il brano fa da prologo al greatest hit Heart Of Gold e alla malinconia onirica di Old Man. Neil ringrazia tutti giungendo le mani al petto e lascia il palco.

Mezz’ora dopo, rientra in compagnia di Rick Rosas, Ben Keith, Ralph Molina (fedelissimo drummer, sin dagli early days) e, soprattutto, della sua Old Black, la vecchia Gibson Les Paul che imbraccia sempre quando vuol dare una scossa alla sua musica. E così, con Mr. Soul, inizia un “elettrizzante set elettrico”, in mirabile equilibrio tra ispirazioni melodiche e voglia di feedback. A versioni trascinanti di grandi classici (Down By The River, Powderfinger, Hey Hey My My), seguono alcuni brani di Chrome Dreams II (Dirty Old Man, Spirit Road, The Believer), qualche chicca semiacustica (Oh Lonesome Me) e, nel finale, una folgorante, psichedelica No Hidden Path. Eric Johnson, che si dà da fare dietro le quinte, porta un quadro per ogni canzone trasformando il palco in una sorta di garage/laboratorio/atélier d’arte: un tocco d’arte visiva che finisce per impreziosire ulteriormente una grandissima serata di classic rock.

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