MAURO PAGANI

"Io sto con la musica"
Ezio Guaitamacchi
31 Marzo 2009

Mauro è sempre piaciuto scrivere. Lo sa fare bene; e che siano testi di canzoni, prefazioni di libri, articoli per giornali o perfino brevi racconti, anche nella scrittura Mauro Pagani ha un suo stile. Proprio come nella musica: tanto che, chi lo conosce, capisce subito che è lui. E lo apprezza, perché Mauro è uno che somiglia alle cose che fa.
Foto di gruppo con chitarrista è il suo primo libro; anzi, il suo primo romanzo, un affascinante tuffo (all’indietro) nella Milano degli anni 70, con divagazioni esotiche tra Cuba e Miami. Non c’è retorica nel racconto, ma piuttosto tanto, tantissimo affetto per un mondo romantico che non c’è più e per un lavoro, quello del musicista, che di quel mondo è stato in grado di apprezzare anche i lati più oscuri. «Da tempo, continuamente e in tanti mi chiedevano di raccontare com’erano andate veramente le cose», spiega Pagani, «io, però, non avevo intenzione di fare un libro sulla PFM: l’ha già fatto Franz Di Cioccio e l’ha fatto benissimo. A me, piuttosto, interessava raccontare la mia storia: quella di un ragazzo di provincia, innamorato della musica, che arriva a Milano nel 1964, s’iscrive alla Statale, non sa nulla di politica, vede esplodersi addosso il ’68, divide la sua stanza con un leader del movimento studentesco ma la notte suona nei night club». Il tutto, in una Milano che sta cambiando. «Sì, perché nel 1969 (quando inizia il romanzo) Milano era ancora quella delle pensioni che spesso diventavano case, delle puttane per le strade e dei malavitosi con cui noi musicisti eravamo costretti a fare i conti. Dopo la strage di Piazza Fontana, la città ha cominciato a trasformarsi, a diventare più dura, pericolosa e impersonale. Ma oggi, quarant’anni dopo, mi sono stufato di sentir fare da tutti un’associazione automatica tra i 70 e gli anni di piombo: quella è stata la fine ingloriosa di un periodo meraviglioso. E così, ho voluto descrivere la splendida quotidianità di quel decennio segnato da uno stile di vita unico».

Il protagonista del romanzo è un ragazzo che viene dalla provincia, studia all’università ma fa il chitarrista. Si chiama Sonny e quel nomignolo sembra celare la figura di Pagani se non che, a un certo punto della storia, Sonny ritrova il suo migliore amico, Mauro, musicista «così così» che però ce l’ha fatta e milita nella miglior rock band d’Italia, la Premiata Forneria Marconi. Coup de théâtre a parte, a ben guardare, Sonny somiglia di più al vero Mauro di quanto il Mauro del romanzo somigli a Pagani... «Questa è la tesi del libro: io, di fatto, sono Sonny e il Mauro che racconto è una parentesi occasionale. Se ci pensi, quella con la PFM è stata un’avventura sfavillante ma che, nel mio caso, è durata più o meno sette anni. Mi ha dato gratificazione artistica, denaro e popolarità ma non ha cambiato il mio modo di vivere la musica. Come Sonny, ho sempre amato la musica. E ho voluto suonare per amore della stessa. Come lui, ascoltavo avidamente tutti gli artisti più coraggiosi. Come lui, snobbavo le strade più facili e scontate a costo di farmi (professionalmente) del male. Come lui, non mi sono mai sentito un fenomeno anche perché mai sono riuscito a mantener fede alla promessa che (come scrivo) deve essere alla base di ogni musicista degno di questo nome: studiare, esercitarsi e suonare tre ore al giorno, tutti i giorni».

Foto di gruppo con chitarrista intreccia nomi famosi e pseudonimi eccentrici, amori profondi e passioni travolgenti, amicizie forti e odi sfrenati, aneddoti curiosi e fatti storici, quasi esistesse un filo sottile che unisce (o divide) la realtà dalla fantasia. «Mettiamola così: nulla di quanto raccontato nel libro è inventato», ammette Mauro, «l’80 per cento è successo a me e il resto a gente che mi è stata molto vicina, sono storie di musicanti. Ho vissuto dal 1970 al 1980 in una comune di cui faceva parte mia moglie. Sono cresciuto insieme a quelli che mi hanno circondato e mi sono specchiato in loro. Sono diventato grande così». No, Mauro, non sei mai diventato grande... «È vero», sorride, «è una battuta del libro, ma l’ha detta veramente mia moglie, quando ormai c’eravamo separati».
Il libro finisce con un capitolo tristemente veritiero, la morte di Demetrio Stratos, amico e compagno di avventure soniche di Mauro che anche Sonny ha sfiorato e ammirato. Oggi, trent’anni dopo la morte di Demetrio, il ricordo è ancora vivo. «Stavamo lavorando insieme a un progetto di gruppo che aveva davvero prospettive fantastiche. Lui era una fonte inesauribile di stimoli e mi aveva portato in contatto con universi culturali e sonori a me sconosciuti. In quel periodo, poco prima della malattia, ci vedevamo davvero spesso. Così, purtroppo, ho provato cosa significa vedere un amico che ti muore fra le braccia: un dolore che non si placa, domande cui non riesci a dare una spiegazione, una sensazione di vuoto. Nel libro, ho volutamente raccontato il funerale di Demetrio, che ho vissuto come fatto personale, e non il concerto all’Arena che è stato un evento pubblico anche perché ho sempre davanti agli occhi l’immagine della cassa che, caracollante, sta per essere sepolta: a me sembrava così piccola... non riuscivo a pensare che Demetrio, un omone grande, potesse starci dentro... non potrò mai dimenticarlo». Come scritto nel libro, l’unica cosa terapeutica è la musica: «La cassetta di Bob Dylan, le parole magiche e tristi di Forever Young che dilagano nella macchina come un fiume in piena a provare a lavar via almeno un po’ della pena accumulata in quella triste giornata d’estate che pareva non finire mai».