LE CANZONI D'AMORE DI BOB DYLAN

Paolo Vites
30 Aprile 2009

DOPO IL DILUVIO
Ristampati senza inediti quattro album anni 70-80

A quasi 70 anni d’età il re dei cantautori stupisce con un affascinante viaggio tra il blues di Chicago e il tex-mex del Rio Grande. Facendo quello che sa fare meglio di tutti: cantare canzoni d’amore

È bizzarro, ma d’altro canto con Bob Dylan in qualche modo lo è sempre, che il nuovo lavoro del padre di tutti i songwriter ricominci, più o meno, non dal suo precedente disco Modern Times, ma da una raccolta di scarti di incisioni vecchie di dieci e anche più anni. E anche da un luogo geografico ben preciso, quel Red River cantato nella più affascinante delle registrazioni contenute nel recente Tell Tale Signs, ultimo volume della Bootleg Series.
Red River Shore, outtake dell’album del 1997 Time Out Of Mind, era una delicata ballata ambientata sulle rive del Fiume Rosso che attraversa il Texas e che di quella regione al confine tra Messico e Stati Uniti conservava le stigmate musicali, tex-mex a base di fisarmonica e languidi sentimenti. Together Through Life, seppure limiti il sentimento esplicitamente tex-mex a un paio di brani, il bel valzerone di This Dream Of You e la travolgente rumba di Beyond Here Lies Nothing, è letteralmente infarcito di fisarmonica, quella del Los Lobos David Hidalgo. È un disco di autentico e puro Chess Records blues, ma l’inserimento di questa fisarmonica invece delle inevitabile tastiere Hammond che solitamente colorano le riletture di blues moderno sembra spostare il bilanciamento là, al confine tra Texas e Messico. Regione che comunque è sempre stata una delle culle del blues, basti pensare che qui Robert Johnson incise le sue leggendarie composizioni, o ai nomi di Blind Lemon Jefferson, Leadbelly e Blind Willie McTell (nella canzone omonima a lui dedicata, Bob Dylan parlava già allora del Texas: «I traveled through East Texas where many martyrs fell»). E poi c’è il sentimento lirico che attraversa tutte le canzoni, similare a quello di Red River Shore, e cioè l’amore: «Rispetto a quelle di Modern Times, le nuove canzoni hanno un maggior contenuto romantico», ha detto Dylan a Bill Flanagan nell’intervista che appare sul sito ufficiale del musicista americano. A sottolineare questa connessione, durante il concerto iniziale del corrente tour europeo, lo scorso 22 marzo a Stoccolma, Bob Dylan ha eseguito per la prima volta un brano dalla colonna sonora di Pat Garrett & Billy The Kid, il film western ambientato tra Texas e Messico. Era Billy 4. Mancava solo la fisarmonica di David Hidalgo.

Nonostante un brano dal titolo apparentemente emblematico come Feel A Change Comin’ On che ricorda anche nell’approccio musicale A Change Is Gonna Come di Sam Cooke, che fu uno dei manifesti del movimento per i diritti civili afro-americano, nonché quasi slogan della campagna elettorale di Obama, Together Through Life non ha niente di politico. Qualcuno nelle scorse settimane già si era sprecato in commenti del tipo «Bob Dylan canta (...) catturando l’essenza del suo prossimo disco (canzoni d’amore e la situazione ferita della nazione) in Feel A Change Comin’ On» (David Fricke, Rolling Stone). Sono quarant’anni che Bob Dylan canta praticamente solo canzoni d’amore. «Questo disco è tutto dedicato all’amore» osserva Bill Flanagan. «Amore trovato, amore perduto, amore ricordato, amore negato» (La risposta di Dylan è, nel suo stile, laconica: «L’ispirazione è una cosa difficile da raggiungere. La devi prendere là dove la trovi»). Forse Fricke farebbe bene a leggersi il testo della conferenza di Nick Cave sul tema “La canzone d’amore”, magari passaggi come «nella sua brillante lezione intitolata “La teoria e funzione del Duende”, Federico García Lorca tenta di fare un po’ di luce sulla strana e inesplicabile tristezza che vive nel cuore di certe opere d’arte. “Tutto quello che ha suoni oscuri ha duende”, dice, “questa forza misteriosa che ciascuno sente ma che nessun filosofo può spiegare”. Nel rock contemporaneo, l’area in cui io opero, la musica sembra essere meno incline ad avere nella propria anima (...) la tristezza di cui parlava Lorca. Eccitazione, spesso; collera, a volte, ma la vera tristezza, raramente. Bob Dylan ce l’ha sempre. Leonard Cohen non si occupa d’altro. Essa perseguita Van Morrison come un cane nero e, per quanto lui ci provi, non può sfuggirle».
Duende: detto nel linguaggio della forma d’arte in cui opera Bob Dylan, la musica moderna, il blues. Che è quello che fuoriesce a dosi massicce in questo disco, blues del migliore, del più cristallino, blues come lo suonavano e lo registravano negli studi della Chess Records negli anni 50. Bill Flanagan, nell’intervista citata prima, lo ha colto: «Parecchio di questo disco sembra un’incisione della Chess degli anni 50. Avevi quel sound in mente o è venuto fuori registrando?». Bob Dylan: «Sì, alcune cose hanno quel sound. Dipende perlopiù dal modo in cui sono suonati gli strumenti». Flanagan: «Ti piace quel sound?». Dylan: «Oh sì, moltissimo. I vecchi dischi della Chess e quelli della Sun... Credo sia il mio sound favorito (...) Mi piace il sentimento di quei dischi, l’intensità. Non è un sound disordinato. C’è potere e suspense. L’intera vibrazione (che ne fuoriesce) sembra uscire dalla tua mente. È un sound vivo. È proprio lì. Si attacca alla tua testa come il mal di denti».

«Avevo visto uno dei suoi film, quello dedicato alla cantante Edith Piaf, e mi era piaciuto». Così Dylan spiega a Flanagan come è nato Together Through Life, un disco giunto del tutto inaspettato visti i tempi recenti dell’anziano songwriter, cinque e più anni fra un lavoro e un altro. Impegnato nella lavorazione del suo nuovo film, My Own Private Love Song, il regista Olivier Dahan chiese a Dylan almeno una canzone. Il cantautore se ne uscì con Life Is Hard, nel film cantata dall’attrice Renée Zellweger. Affascinato dal tema, Dylan si mise a scriverne altre: «Il film è una specie di viaggio da Kansas City a New Orleans» dice. «È una specie di viaggio alla scoperta di se stessi che prende luogo nel sud degli States». Tutti temi, geografici e lirici, particolarmente cari al musicista.
Oggi Bob Dylan, nonostante l’impegno continuo con la sua attività live, e dischi come questo, è impegnatissimo su svariati fronti. Il più sorprendente è quello di deejay dell’acclamata trasmissione Theme Time Radio Hour che proprio in queste settimane ha raggiunto i cento episodi settimanali. Poi c’è quella di pittore che dopo i timidi esempi del passato (le illustrazioni allegate alla prima edizione dei suoi testi, a inizio anni 70, qualche disegno per le copertine dei suoi album e poi un libro di schizzi fatti a matita o a carboncino, Drawn Blank, uscito a metà anni 90) ha visto l’exploit di una vera e propria mostra a lui dedicata che ha toccato la Germania e l’Inghilterra. Anche un film (lo stroncatissimo Masked & Anonymous) e il primo volume della sua autobiografia Chronicles. «Lavorare in diversi campi ti aiuta a fare musica?» chiede Flanagan. «Credo che se una cosa del genere succede, è piuttosto l’opposto. Ad esempio Chronicles ha un suo ritmo. E credo che questo dipenda dal fatto che io sia un musicista. Dipingere invece... è una cosa che arriva dal nulla. L’ho sempre fatto, ma solo adesso la gente comincia a interessarsene». «Come trovi i tuoi soggetti?». «Disegno quello che mi interessa, case, campi, alberi, qualunque cosa. Potrei prendere un vaso di frutta e farlo diventare un dramma di vita e morte. Le donne, poi, ne ritraggo parecchie: sono figure piene di forza e le ritraggo in quel modo».

Se Feel A Change Comin’ On non è una canzone politica, Bob Dylan ha stupito tutti nella fase finale della recente campagna elettorale americana dichiarando al New York Times di appoggiare il candidato Barack Obama e poi una sorta di approvazione durante un concerto, che coincideva con la notte della vittoria del primo afro-americano: «Gli ultimi quarant’anni sono stati un periodo buio» disse, mugugnando parole da par suo «ma adesso un cambiamento potrebbe davvero accadere».
Bill Flanagan lo incalza sull’argomento: «Cosa ti ha colpito (di Obama)?». La risposta è degna della miglior visionarietà  di uno che ha scritto capolavori come Sad Eyed Lady Of The Lowlands: «Ha un passato interessante. È come un personaggio di un racconto, ma è una persona reale. Sua madre era una ragazza del Kansas, ma non ha mai vissuto nel Kansas. Tipo Kansas maledetto Kansas (un libro sulla Guerra civile americana, nda). Oppure John Brown il ribelle. Jesse James e Quantrill. I Bushwacker (formazione di guerriglieri confederati, nda). Il Mago di Oz del Kansas. E poi suo padre. Un intellettuale africano, bantu, masai, eredi dei griot. Cacciatori di leoni. Voglio dire, è davvero bizzarro che due persone così si siano potute conoscere e innamorarsi. Una specie di Odissea all’incontrario. E poi Barack che nasce alle Hawaii. Molti di noi pensano alle Hawaii come a un paradiso, così credo che possiamo dire che sia nato in paradiso». Pazzia totale? No, un buon esempio di come funziona il cervello del più grande genio della musica popolare degli ultimi cinquant’anni. Per poi tornare un minuto dopo al più spietato realismo: «Credi che sarà un buon presidente?». «Non ne ho idea. Sarà il presidente che riuscirà a essere. La maggior parte di quei tipi arrivano là con le migliori intenzioni e se ne vanno da sconfitti. Johnson ne è un buon esempio. Nixon, anche Clinton in un certo senso. E Truman. E tutti gli altri, andando indietro nel tempo. Sai, è come se avessero volato troppo vicino al sole finendo per bruciarsi».
La lunga conversazione con Bill Flanagan si conclude però con un raro spaccato di intima confessione: «Sei una persona mistica?» gli chiede il giornalista. «Assolutamente. Credo dipenda da dove sono nato. I torrenti, le foreste, quei vasti spazi vuoti. La terra mi ha creato. Sono selvaggio e solitario. Anche se viaggio per le città, sono più a mio agio negli spazi vuoti. Ma ho molto amore per l’umanità, amore per la verità e amore per la giustizia. Credo di avere una natura dualistica. Sono una persona avventurosa più che uno capace di relazioni».
Nonostante ciò, Together Through Life è un mirabile esempio di come si possa mettere in musica il soggetto più difficile da rappresentare: la relazione tra due persone. Bob Dylan è quarant’anni che lo fa meglio di chiunque altro.