LA LEGGENDA DEI QUEEN

Christian Diemoz
31 Luglio 2008

I sudditi di sua maestà

Ecco chi si è ispirato a Mercury e soci

Is this the real life?
Due nuovi libri per i mille volti di Freddie

I want to break free
L’evoluzione dell’immagine di Mercury

We will rock you
Cinque concerti memorabili

La scommessa di Paul
Ecco come Rodgers è riuscito a passare dai Free ai Queen

Amatissimi dal pubblico, ma odiati dalla stampa. La leggenda dei Queen nasce tra le pieghe di questo paradosso, alimentata da dischi di grande impatto, da concerti memorabili e ovviamente dalla personalità debordante di Freddie Mercury. Se ne torna a parlare mentre i “sopravvissuti” Brian May e Roger Taylor si esibiscono nuovamente in Italia e pubblicano il primo album in studio con Paul Rodgers

Trentacinque anni. Tanti ne sono trascorsi dal primo vagito a 33 giri dei Queen. Eppure, nonostante il tempo sia proverbialmente gentiluomo e incline a restituire quanto è stato tolto da un giudizio avventato, e malgrado l’impennata di aspettativa per la nuova avventura discografica dei nostri assieme a Paul Rodgers, frugare tra le pieghe della loro grandeur, ancor oggi, significa inerpicarsi lungo l’irto pendio di un paradosso. Quello rappresentato da una band amata dalle masse e odiata, nemmeno troppo cordialmente, da coloro che i gusti di quelle moltitudini di persone potevano (e allora vi riuscivano) condizionare: la stampa musicale.
Inutile tentare una diversa lettura dei fatti. Dal momento in cui hanno calcato la scena, Freddie Mercury e i suoi compagni sono scivolati nel ruolo di impareggiabile bersaglio mobile per chi scriveva delle sette note e dei loro fatti. Qualche esempio? Ecco le parole con cui Melody Maker, testata di riferimento nel Regno Unito, salutò il secondo album del gruppo, nel 1974: «Si dice che i Queen abbiano ottenuto un certo successo negli Stati Uniti, mentre qui il loro futuro pare ancora incerto. Se mai dovessero farcela, prometto di mangiarmi il cappello. Di sicuro ci mettono molto impegno, ma il loro suono manca di profondità e passione». Passi che, oggi come oggi, il lessico critico si è fatto decisamente meno tonante, ma nonostante i giudizi di quegli anni fossero smaccatamente roboanti, cotanta inappellabilità del verdetto costituisce pagina scritta rare volte. Ed anche, si può ora aggiungere, abbaglio di proporzioni madornali, in cui recensori e writers sono caduti, in overdose di superficialità, con altrettanta infrequenza. Sì, perché il demolire un primato dietro l’altro e l’essere salutati con il calore riservato agli eroi nazionali all’atterraggio in ogni nuovo Paese visitato sono elementi costanti della carriera dei Queen. Viene spontaneo, di fronte a un contesto del genere, chiedersi cosa abbia condotto a una situazione così tesa, di quale colpa si sia macchiato il quartetto inglese per incorrere in tanta acredine. Ebbene, rileggere le vicende artistiche di Mercury e soci consente di individuare una sorta di fil rouge che le accomuna, rappresentato dalla capacità di chiudere fuori dalla porta qualsiasi pregiudizio, adeguando l’arte ai dettami del momento, ma assolutamente senza derivare da un’impronta stilistica ben precisa. Addurre degli esempi a sostegno di questa tesi è, peraltro, meno improbo di quanto possa apparire sulle prime. Particolarmente eloquente, al riguardo, è il passaggio dalla linea dura del «niente sintetizzatori» che troneggia sulla copertina dell’ellepi di esordio alle tastiere suonate addirittura da ognuno dei componenti del gruppo. Sullo stesso piano si colloca il passaggio dalla ruvidità (definita, al tempo, «à la Led Zeppelin») di Queen o Sheer Heart Attack alla gigioneria disco di Hot Space. Svolte che avrebbero infuso imbarazzo in più di un artista, ma che i nostri hanno sempre affrontato e motivato con ammirevoli naturalezza e candore. L’idillio con gli inizialmente ripudiati sintetizzatori? «Non bisogna aver paura di ricredersi». La dance? «L’abbiamo sentita in una discoteca vicina agli studi dove registravamo l’album, a Monaco. Siamo esseri umani, potevamo restare insensibili?». Una tranquillità (da non confondere con leggerezza, perché l’esame delle pieghe della carriera dei Queen mette in luce anche un confronto sostenuto all’interno del gruppo, specie su tematiche del genere) che ha indubbiamente reso difficile il mestiere di chi, per la natura stessa del giornalismo, trova un caldo giaciglio in punti fermi e termini di paragone. Eccolo, il peccato originale dei Queen: aver fatto mancare (non senza un certo compiacimento) la terra sotto i piedi di chi avrebbe liquidato la pratica in pochi minuti, trovando una definizione omnicomprensiva per il loro genere. Invece, la ricerca di quell’aggettivo è tutt’altro che semplice ancor oggi. Se la pattuglia di chi vota per glam (ammettendo che Queen e Queen II potessero esserlo) è nutrita, allora come far rientrare nel composito mosaico The Miracle e Innuendo? Altrettanto si può obiettare per chi sostiene la causa dell’hard. E Another One Bites The Dust, dove vogliamo metterla? Peraltro, nemmeno la scelta di un più neutro pop pare reggere di fronte agli arrangiamenti operistici di Bohemian Rhapsody.
Confortati dall’onestà intellettuale dovuta a una band che ha fatto registrare successi del genere, non bisogna temere l’unica conclusione possibile: i Queen, ad ogni disco o concerto, hanno suonato la musica dei Queen.

A differenza di molti altri gruppi dell’epoca, i nostri – frutto dell’incontro del chitarrista Brian May e del batterista Roger Taylor (già militanti negli Smile) con la voce dei Wreckage Freddie Mercury (il bassista John Deacon si aggiungerà nel 1971) – non fecero gran rumore agli esordi. Ottenuta la possibilità di testare gratuitamente gli appena ultimati De Lane Lea Studios a Wembley, registrarono alcuni demo destinati a costituire la colonna vertebrale del primo album (tra gli altri, Liar e The Night Comes Down). Ad annunciare il 33 omonimo della band (l’idea per il nome fu di Mercury, che convinse i compagni a sfidare le ire di Buckingham Palace) fu il singolo Keep Yourself Alive, nel luglio 1973, ma le radio non furono di sostegno. Troppi erano i nomi già affermati nel campo cui i Queen si rifacevano e, nonostante Freddie si affannasse a spiegare di essere glam da ben prima che ciò facesse tendenza, questo non consentì all’album di esordio di scalare le chart. Tuttavia, il combo era adrenalinico e accendeva l’entusiasmo di un pubblico crescente, soprattutto dal vivo. La Emi, etichetta per cui il gruppo aveva firmato, valutò coscienziosamente questo aspetto e investì in una maggior promozione in vista del secondo album. Uscito l’8 marzo 1974 nel Regno Unito, Queen II simboleggiò il vero e proprio biglietto per il successo della band, raggiungendo il quinto posto in classifica. A far lievitare le quotazioni di Mercury e soci fu, in particolare, il 7 pollici Seven Seas Of Rhye (con il quale debuttarono anche in tv, a Top Of The Pops), brano che testimonia la capacità di padroneggiare compiutamente delle sofisticate melodie, dall’effetto quasi orchestrale, destinate ad essere sempre più la cifra stilistica dell’Armata Regale, assieme a una serie di stravaganze sceniche delle quali i fan si innamorano all’istante.
L’affermazione definitiva arriva nel novembre 1974, con la pubblicazione di Sheer Heart Attack. Il contributo più significativo all’album giunse da Brian May, convalescente a causa di un’epatite che lo costrinse ad abbandonare il tour americano assieme ai Mott The Hoople e agli Aerosmith. Lavorato in due tempi, l’ellepi schizzò al secondo posto in Inghilterra e al dodicesimo negli Stati Uniti. Però, oltre a questi piazzamenti fondamentali, giova sottolineare come la terza prova della band segnò pure il raggiungimento di una certa popolarità in tutta Europa (la sesta piazza ottenuta in Olanda ne è prova). Parallelamente, nei concerti dal vivo venne introdotto l’impianto scenico fatto di luci e fumi al ghiaccio secco che avrebbe distinto i Queen dalle altre formazioni glam. In sostanza, in quei mesi Freddie e gli altri crearono l’immagine per cui li si ricorda ancora oggi. Da quel momento, non è esagerato dire che fu un successo continuo. Nell’aprile 1975, ogni serata del tour giapponese fece registrare il sold out e venne registrata dalla tv nipponica. Una testimonianza di riconoscenza che valse un posto speciale al Sol Levante nei cuori dei Queen. All’ultima esibizione al Budokan di Tokyo, in occasione dei bis, i quattro musicisti si presentarono in scena in kimono. In Inghilterra, poi, il vento continuava a soffiare in poppa. La band vinse infatti il referendum indetto dalla rivista Disc (nelle categorie “Miglior gruppo dal vivo”, “Miglior gruppo inglese e internazionale” e “Miglior singolo”) e Freddie si vide assegnare l’ambito premio Novello per Killer Queen, oltre a esordire come produttore (accanto a Eddie Howell, nel singolo The Man From Manhattan).
Il desiderio di innovare ulteriormente il suono del gruppo condusse Brian May a tentare, nelle session per A Night At The Opera, la strada di alcuni arrangiamenti orchestrali. Il più riuscito e celebre è quello sul quale poggia Bohemian Rhapsody, composizione di 6 minuti dall’apparente natura blasfema per le radio dell’epoca, rigorosamente osservanti del format dei due minuti e mezzo. Eppure il deejay Kenny Everett, al quale Mercury e Taylor avevano consegnato una copia promozionale del singolo pregandolo di farne un uso discreto, non ebbe dubbi nel rivoluzionare la radiofonia, mandandolo in onda quattordici volte in due giorni. Telefoni bollenti, con gli ascoltatori in visibilio per »la stupenda canzone appena trasmessa»: nei primi quindici giorni nei negozi, il 45 giri sfondò il tetto delle 150 mila copie vendute.

Il 1976 portò l’esordio sul grande schermo (grazie al film concerto Queen At The Rainbow), un altro memorabile tour giapponese, ma soprattutto l’esibizione di Hyde Park del 18 settembre. Voluto dal gruppo per sdebitarsi nei confronti del pubblico che gli aveva consegnato il successo, l’evento raggruppò 200 mila persone. Mercury salì sul palco indossando una calzamaglia bianca ultra attillata, cosa mai accaduta prima in un concerto. Aperta da Bohemian Rhapsody, la serata permise anche di testare le nuove You Take My Breath Away e Tie Your Mother Down, in vista dell’imminente uscita del 33 A Day At The Races. Una svolta musicale, in favore di una maggior immediatezza rispetto alla pomposità degli ultimi due lp, arriva – ancora una volta – con News Of The World (sesto capitolo in studio del gruppo), in cui a dare il benvenuto all’ascoltatore sono le sempiterne We Will Rock You e We Are The Champions. Fa capolino anche il funk, con Fight From The Inside di Roger Taylor. Seppur d’interesse musicale, viene accolto da un certo disorientamento dei fan e l’album, a differenza dei due lavori precedenti, manca il gradino più alto del podio discografico (si ferma, in Inghilterra, alla quarta posizione). Andrà meglio, nel 1978, a Jazz (registrato in parte nella Montreux che tanto cara diverrà a Mercury), presentato alla stampa al New Dreams Fairmont Hotel di New Orleans durante una serata a base di acrobati, spogliarelliste, nani, lottatrici nel fango e groupie dedicate ai discografici venuti dall’Europa. In più di una biografia tale appuntamento appare come il più oltraggioso della carriera del gruppo. L’album su cui brillano Fat Bottomed Girls e Bycicle Race rassicura i fan, che lo fanno volare a un niente dalla numero uno, mentre il New Musical Express liquida la pratica con «un disco perfetto da regalare per Natale a qualche parente sordo». In fondo, niente che i nostri non avessero già sperimentato.

La lacuna di un vinile che catturasse l’energia senza pari sprigionata dal vivo venne colmata nel giugno 1979, con l’arrivo nei negozi di Live Killers (e per il sommo dispiacere dei bootleggers). Un anno dopo, figlio di una lunga genesi nei Musicland Studios di Monaco di Baviera, vide la luce The Game. Per la prima volta, tra i solchi del vinile spuntò un sintetizzatore. Qualche affezionato di vecchio corso storse il naso, ma la massa tributò riconoscenza alla formazione e al lavoro che portava in dote Another One Bites The Dust. Un brano che – per le sue sonorità black – fece furore negli Stati Uniti, con oltre 3 milioni di copie del singolo vendute. L’inizio del nuovo decennio è segnato, per i Queen, dalla realizzazione della colonna sonora del film Flash Gordon, diretto da Mike Hodges. Un’esperienza nuova (affidata loro dal boss della cinematografia Dino De Laurentis), dal momento che mai il gruppo aveva dato alle stampe un album con soli due brani cantati (Flash e The Hero, mentre le restanti sedici tracce sono semplici commenti alle scene, in cui appaiono anche Ornella Muti e Mariangela Melato).
Toccato per la prima volta il suolo sudamericano (con concerti dalle affluenze da capogiro in Argentina e Brasile), il gruppo tornò nuovamente in Germania, ove la frequentazione di una discoteca del luogo aprì gli occhi del quartetto sulle nuove tendenze musicali, fatte di melodie ballabili. Fedeli allo spirito di una vita, Freddie e amici osarono tutto, imbastendo su quel canovaccio il nuovo Hot Space, pubblicato nel maggio 1982. Una virata troppo brusca per i fan, che mostrarono di non gradire affatto un allontanamento così deciso dall’immagine di gruppo hard rock. Quarto posto nel Regno Unito e ventiduesimo negli Stati Uniti (dove il rock andava ancora per la maggiore). Nulla di più. Una riflessione s’imponeva e i nostri vi si dedicarono verso la fine dell’anno. Però, come una coppia non riesce ad allontanarsi troppo nemmeno nel momento del litigio, ecco i Queen nuovamente in studio (stavolta negli States) dopo non molto. The Works uscì il 24 febbraio 1984, segnando un ritorno a sonorità più consuete, come mostrato già dal singolo apripista Radio Ga Ga. Un successo assoluto in Europa, decretato anche dal secondo posto nella classifica italiana. Il resto dell’anno se ne andò in un tour estivo (con il ritorno, dopo cinque anni, in Irlanda) e in un’altra “prima volta” del gruppo. I Queen si esibirono infatti, per diverse serate, al Sun City Superbowl, in Sudafrica. Critiche (e una pesante sanzione del sindacato degli artisti) piovvero sul gruppo al rientro in patria, per aver fatto visita al Paese dell’Apartheid. Le Nazioni Unite iscrissero i Queen nella blacklist che gli avrebbe inibito il ritorno in quei luoghi. Nessuno realizzò, forse, il fatto che la band pubblicò un disco live esclusivamente per il mercato di quel Paese, i cui proventi sarebbero andati a una scuola di bimbi ciechi e sordi.
Ancora una volta, i Queen offrirono fatti e ricevettero (male) parole.
Il 1985 significò Live Aid e la superlativa performance regalata dal gruppo a un mondo che il rock riunì, per la prima volta, davanti alla tv. Un’ennesima vampata di successo, che portò i nostri nuovamente in studio. A rimetterli al lavoro fu il regista Russell Mulcahy, impegnato a realizzare il suo primo lungometraggio. Highlander e la sua sceneggiatura convinsero la band al punto da spingerla a realizzarne l’intera colonna sonora, rappresentata dall’lp A Kind Of Magic, il quattordicesimo di una discografia sempre più rispettabile. L’album si distingue per la title track, One Vision, Who Wants To Live Forever e Friends Will Be Friends.
Dopo un altro anno di separazione consensuale, dedicato per lo più a progetti solistici, il 1988 fece ripartire la band, ma oltre al lavoro in studio l’attività del gruppo fu limitata al minimo. Il 2 maggio 1989 venne il momento del 45 giri di lancio, dalla rockeggiante I Want It All sul lato A e dall’inedito Hang On In There quale b side, dritto al terzo posto in classifica (record di miglior piazzamento nella storia della band). Venti giorni dopo toccò al discoThe Miracle, che divenne platino in una settimana. L’entusiasmo per il risultato, però, venne spento dall’annuncio, dato da Freddie a Radio One, di non essere particolarmente interessato a un tour. Un desiderio, quello del frontman, di una vita maggiormente quieta, che venne preso dalla stampa con diffidenza e alimentò le prime voci su un’oscura malattia del cantante. Con le vele gonfie come non mai, comunque, il gruppo tornò in studio quasi subito. Le session si conclusero poco prima di Natale del 1990 e Innuendo (sulla cui copertina compare il Giocoliere degli universi di Grandville) fece la sua apparizione il 4 febbraio dell’anno dopo. Fu una nuova punta di eccellenza dei Queen. Però la pressione della stampa scandalistica su Freddie era ormai insostenibile. Fu il cantante stesso ad uscire dal silenzio, il 23 novembre 1991. Parlando a una selva di giornalisti di fronte alla sua casa, Mercury ammise di essere affetto dall’Aids. Allo stupore unanime si aggiunse, il pomeriggio seguente, l’annuncio della sua morte, avvenuta per le complicazioni derivanti da una broncopolmonite. I tre compagni, in una dichiarazione congiunta, si dissero «orgogliosi per come Freddie è vissuto e morto», sentendosi privilegiati per aver «potuto condividere con lui tanti momenti magici». Fiori iniziarono ad arrivare da tutto il mondo e il cancello della casa di Mercury venne aperto per consentire a tutti di ammirare una tale testimonianza di affetto. La salma del cantante venne cremata il 27 novembre, secondo i dettami di una dottrina persiana cui i suoi genitori erano devoti.
Dopo la morte di Freddie si apprese che la consapevolezza della malattia lo accompagnava già da qualche tempo, ma il desiderio di non gettare amici e parenti nello sconforto lo aveva portato a scegliere la via di una lotta a tu per tu con il virus. Assunsero così un chiaro significato le scelte di non intraprendere un nuovo tour e il ritorno tanto celere in studio per Innuendo. L’ennesima decisione coraggiosa di uno spirito libero.
Ricordandolo, Brian May disse: «Freddie non voleva solidarietà. Voleva proprio quello che i fan gli hanno sempre dato: fede, sostegno e l’incoraggiamento necessario lungo l’ardua strada verso l’eccellenza che noi Queen abbiamo scelto di percorrere». Sentimenti che, nei cuori di chi ha amato la voce di We Will Rock You, il tempo non è riuscito a scalfire minimamente. La musica dei Queen è indimenticata e, addirittura, nel 1995 i compagni completarono le ultime incisioni da lui abbozzate quattro anni prima, pubblicandole nel toccante Made In Heaven.
Se era finita la musica, non lo era la storia.

In quel periodo presero quota alcune voci sulla rifondazione del gruppo, con George Michael nelle vesti di frontman, per poi risolversi in un nulla di fatto. I fasti dei Queen erano tuttavia destinati a brillare di nuovo. Nel 2004, Brian May si esibì al Fender Strat Pack Concert, happening in onore della storica chitarra. In quella serata, diede vita a una cover del classico All Right Now, assieme all’ex Free e Bad Company Paul Rodgers. Il chitarrista raccontò in seguito che quell’incontro accese una scintilla dentro di lui e che l’affinità notata con l’estemporaneo compagno lo convinse, al punto di invitarlo ad esibirsi con lui e Roger Taylor (John Deacon si era ritirato definitivamente dalle scene verso la fine degli anni 90) alla cerimonia di ammissione dei Queen nella Uk Music Hall Of Fame. Il vocalist affiancò i compagni di Freddie su We Will Rock You, We Are The Champions e, nuovamente, All Right Now. L’esperienza fu più che convincente e galvanizzante per tutti, dal momento che poco tempo dopo venne annunciato il tour 2005 di una formazione ribattezzata Queen with Paul Rodgers.
L’avventura (sul palco, assieme ai tre musicisti titolari, salivano anche Spike Edney, Danny Miranda e Jamie Moses) iniziò a marzo in Sudafrica, per l’evento 46664 voluto da Nelson Mandela. La tournée vera e propria cominciò dalla Brixton Academy e toccò i principali palazzetti europei. Anche l’Italia ospitò alcuni show (e non mancò lo spazio per la polemica, per i commenti del sottosegretario Bertolaso alla decisione del gruppo di tenere lo stesso lo show romano, nonostante la situazione di elevata affluenza nella città, per i funerali di Papa Giovanni Paolo II) e quattro stadi fecero da teatro alle gesta musicali del gruppo nell’estate (in Germania, Olanda, Portogallo e Inghilterra). La scaletta proposta in quegli show era costruita essenzialmente su cavalli di battaglia dei Queen, come Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You, We Are The Champions e Bohemian Rhapsody, ma non mancavano episodi legati al passato del nuovo cantante, quali Wishing Well, All Right Now, Bad Company e Feel Like Making Love. Spazio dinanzi al microfono anche per Brian May (Love Of My Life e ’39) e Roger Taylor (These Are The Days Of Our Lives e I’m In Love With My Car). Il tour, che nel 2006 attraversò l’Oceano per ventitré date negli Stati Uniti, venne testimoniato dall’album live (e dal doppio dvd) Return Of The Champions. Forse non un esercizio di fantasia nel nome, ma una verosimile fotografia dell’entusiasmo acceso dalla rimpatriata. Se Mercury era insostituibile, la buona fede e la genuinità infusa da Rodgers nell’affrontare un compito tanto arduo (siamo sicuri che in molti avrebbero accettato una sfida del genere?) gli sono valse le simpatie di un vasto pubblico (il doppio cd ha raggiunto un onorevole dodicesimo posto nella chart britannica).
Il 1° dicembre 2007, giornata mondiale dell’Aids, la nuova formazione ha pubblicato il cd singolo contenente l’inedita, composta da Roger Taylor, Say It’s Not True. Il prossimo capitolo della vicenda (gestita, va detto, con molta onestà intellettuale dagli ex compagni di Freddie, al punto da aver aperto un nuovo sito Internet per il cursus recente del gruppo, lasciando intonso quello dedicato agli anni con lo storico frontman) vivrà attraverso un album di materiale nuovo e un ulteriore tour (con date italiane già annunciate a Roma e Milano, il 26 e 28 settembre). Del disco, al momento di andare in stampa, sono noti alcuni dettagli. In uscita sempre in questo mese, è destinato a intitolarsi The Cosmos Rocks. Il primo singolo sarà C-lebrity, descritto da Brian May come un mash up tra All Right Now e Somebody To Love. Altre tracce saranno We Believe («Pezzo epico, nello stile tradizionale dei Queen») e Call Me («Che avrebbe potuto trovare tranquillamente posto in Sheer Heart Attack del 1974»). A motivare i tre artisti a tornare in studio (John Deacon, interpellato, ha preferito non tornare sui suoi passi) sarebbe stata, soprattutto, la voglia di non apparire come un manipolo di nostalgici dediti solo a suonare vecchi successi.
«Per me Freddie è ancora parte della band», ha dichiarato Brian May al Rolling Stone americano. «Ogni giorno succede qualcosa che ci rimanda a lui. Era un estimatore del lavoro di Paul. Alcune volte, in studio, cercavo di fargli cantare delle atmosfere blues e mi schermiva: Brian, vuoi che io canti come Paul Rodgers, ma non ci posso riuscire». Roger Taylor, invece, ha parlato del prossimo album come di una potenziale «rinascita creativa per tutti noi».
Se leggere la storia dei Queen insegna qualcosa, è difficile aspettarsi che le recensioni a cinque stelle fiocchino, ma le 50 mila persone che, lo scorso 27 luglio ad Hyde Park, cantavano all’unisono con Paul Rodgers i brani del set dello show di buon compleanno a Nelson Mandela, riportano all’istante sull’irto pendio dell’eterno paradosso di Sua Maestà. Peraltro, con tutta probabilità, il fatto che sia (ancora) così è la miglior prova di quanto May e soci abbiano imboccato un cammino fatto di cuore, prima di ogni altra cosa.

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