THE JOSHUA TREE

Gli U2 alla conquista dell’America
Loris Cantarelli
26 Novembre 2007

IL NUOVO JOSHUA TREE

L’album rinasce in quattro versioni con inediti e un concerto del 1987

ROCK’S HOTTEST TICKET
La tournée che fece tremare il mondo

DIRTY OLD TOWN
L’evoluzione degli U2 e della loro città

IL MANCHESTER UNITED DEL ROCK
Pregi e difetti dell’album (e degli U2) secondo John Waters di Hot Press

COWBOY SPIRITUALI
La dimensione visiva degli irlandesi ai tempi di The Joshua Tree

È l’album che ha trasformato gli U2 in superstar. È il disco nel quale gli irlandesi hanno cominciato a flirtare con l’immaginario americano. È il lavoro grazie al quale Bono ha scoperto un nuovo modo di comporre. È il 33 giri di “Bullet The Blue Sky” e “Where The Streets Have No Name”. Ora esce in edizione deluxe col corredo d’inediti, b-side, un concerto dal vivo. Due decenni e qualche malinteso dopo, ecco la storia di “Joshua Tree”. di Loris Cantarelli

Marzo 1987. In Italia, divenuta la quinta potenza economica del pianeta, le dimissioni del secondo governo Craxi spalancano la strada a nuove elezioni anticipate. A Beirut viene rapito Terry Waite, a Manila i ribelli prendono il comando delle stazioni radio e televisive e a Washington infuria lo scandalo Irangate. A Glasgow vengono requisiscono i filmati della Bbc sul satellite spia Zircon, mentre il premier Margaret Thatcher è a Mosca per parlare di disarmo con Michail Gorbaciov. Impossibile sbagliare: siamo nel pieno degli anni 80.
In un mondo turbato come e più di oggi, dove l’ideologia prova ad abbracciare il capitalismo, la protesta continua ad affrontare i gas lacrimogeni e l’edonismo inizia a scontrarsi con l’Aids, un gruppo musicale di culto – salito alla ribalta internazionale per l’ottima impressione suscitata al monumentale Live Aid – pubblica il suo quinto e forse più importante album in studio, dopo un anno da “globetrotter dei sentimenti” che l’ha visto sopravvivere a un concerto benefico contro la disoccupazione irlandese, un tour americano per Amnesty International (nientemeno che con Lou Reed, Jackson Browne, Peter Gabriel e i rinati Police tra gli altri), un viaggio del proprio frontman sotto le bombe in Salvador e Nicaragua a incontrare i parenti delle vittime degli Squadroni della Morte, nonché a tre giorni di rito funebre maori per un amico neozelandese: “Ecco perché il deserto mi attirava come immagine. Quell’anno è stato davvero un deserto per noi”. Impossibile sbagliare: stiamo parlando degli U2 di The Joshua Tree.

L’album che eleva il quartetto a superstar internazionali – da loro pubblicato per la prima volta in primavera anziché in autunno – è in qualche modo una risposta in forma di canzoni compiute nei confronti delle parti più sperimentali del precedente The Unforgettable Fire (1984), un disco che nelle parole del chitarrista The Edge gli rimane comunque “connesso musicalmente e tematicamente” (fin dall’iniziale Where The Streets Have No Name, che sembra proseguire da MLK) data anche la medesima coppia di produttori, i sornioni Brian Eno e Daniel Lanois. La rabbia politica che si respira nell’aria, la disperazione personale che gli U2 vivono in quel momento e la turbolenza spirituale che li ha sempre accompagnati fin dalle cantine di Dublino, diventano per Bono e compagni un affascinante crogiuolo in cui riversare la propria carica ideale, le proprie frustrazioni e le prime impressioni del nuovo status di quella che Rolling Stone ha già nominato band simbolo degli anni 80 e con l’avvio del tour mondiale è destinata a sostituire gli Stones nella sempre spaccona definizione giornalistica, anche se realistica, di “più grande rock’n’roll band del mondo” (copertina di Time compresa, come soltanto Beatles, Mick Jagger e soci, The Who prima di loro). Difficile capire senza premesse – soprattutto per chi vede Bono nel suo incessante impegno socio-politico incontrare quasi quotidianamente i diversi potenti della Terra – l’impatto che ebbe all’epoca “l’albero di Giosuè” (la Yucca brevifolia, così ribattezzata dai mormoni): l’immagine corrucciata della band in copertina, ripresa da Anton Corbijn nel dicembre 1986 nella città fantasma di Bodie, California, in condizioni atmosferiche tutt’altro che favorevoli, divenne presto la loro icona in bianco e nero: rende bene il tono cupo dell’album, anche se aumentò l’impressione – nonostante le pubbliche smentite successive – che la band volesse farsi carico dei problemi dell’intero pianeta. Oggi la forza dell’album si rivela più compiutamente nell’essere riuscito ad affrontare temi così foschi e pesanti in una veste quasi ideale: canzoni semplici sulla vita di tutti i giorni. “È come un viaggio”, ha riassunto il bassista Adam Clayton. “Inizi nel deserto, per piombare in America Centrale a correre per salvarti la vita”.

Ancora ignari che l’amore per l’America delle strade (Nord e Sud) e di quella del mito finirà quasi per accecarli, gli U2 si ritrovano l’11 novembre 1985 nella casa appena acquistata dal batterista Larry Mullen a Howth, in Irlanda: ognuno porta la sua razione di cassette registrate nei soundcheck dell’ultimo tour e inizia a sviluppare nuove idee.
Dopo il pressoché improvvisato duetto In A Lifetime di Bono con i Clannad, nel gennaio 1986 le session si spostano a Rathfarnham, a una decina di chilometri da Dublino, nella villa georgiana Danesmoate ai piedi delle Wicklow Mountains, che Adam acquista qualche tempo dopo a 380 mila euro (a mezzo miglio c’è il St. Columba’s College, la scuola privata dove ha imparato a suonare il basso e che era stato costretto ad abbandonare per i voti bassi: una piccola rivalsa personale). Al gruppo si unisce anche il fonico Mark Ellis, in arte Flood: “Era stato coinvolto in alcuni dei nostri dischi preferiti del periodo, con New Order, Associates, Nick Cave & The Bad Seeds. Così fu una grande aggiunta alla squadra”, ha spiegato Edge. Il nuovo anno si dimostrerà uno dei più intensi nell’intera carriera del gruppo (il chitarrista diventa ad esempio padre per la seconda volta, unico fino a quel momento ad avere figli), offrendo più di un’ispirazione nel bene ma soprattutto nel male, facendo emergere un lato oscuro e cupo che la band faticherà a scrollarsi di dosso per tutti gli anni 90.
Superato il Self Aid irlandese il 17 maggio, il tour A Conspiracy Of Hope per Amnesty a giugno e la veglia funebre per il roadie Greg Carroll a luglio, in agosto la discussione su che tipo di album realizzare entra nel vivo, a partire dalle letture recenti di Bono (soprattutto A sangue freddo di Truman Capote e La saggezza nel sangue di Flannery O’Connor) e The Edge (Raymond Carver e Il canto del boia di Norman Mailer), in particolare le visioni del sogno americano di Martin Luther King divenute un incubo in certa politica estera sotterranea ma non troppo dell’era di Ronald Reagan. “Ho cominciato” ha detto Bono “a vedere due Americhe: quella mitica e quella reale. C’era una dura realtà così come il sogno. Così ho cominciato a lavorare su qualcosa che nella mia mente si sarebbe chiamata Le due Americhe. Volevo descrivere quest’era di prosperità e di scandali come un’aridità spirituale. Ho iniziato a pensare al deserto, e quel che ne venne fuori era un’immagine abbastanza chiara di dov’ero, una persona un po’ turbata a livello emotivo ma che si stava scoprendo come scrittore e commentatore di quanto vedevo attorno a me, il mio amore per l’America e la mia paura di quello che l’America avrebbe potuto diventare”.
Fin dalla prima visita negli States, Bono rimane colpito dalla violenza e dalla bellezza del Paese che, per citare Wim Wenders, ha colonizzato il nostro inconscio: “Vi trovi il sogno e l’incubo, fianco a fianco”. Nonostante le (inevitabili) accuse, l’intento alla base delle prese di posizione affermate in concerti e interviste è più evocativo che predicatorio. Lo stesso frontman spiegherà a Rolling Stone: “Abbiamo iniziato a criticare l’America perché la gente sa che noi amiamo essere in America. Perché quello che sento è un misto di amore e rabbia, che non sono sentimenti condiscendenti. Miles Davis e Bob Dylan, Janis Joplin e Jimi Hendrix, i grandi bluesmen e i cantanti gospel, gli spazi aperti e i grandi scrittori e poeti non me lo permetterebbero. Perché l’America mi ha dato molto più di quanto potrò mai darle”. In realtà, come detto testi e musiche di The Joshua Tree raccontano un paesaggio mitico: distese di pieno deserto, praterie disseccate, mura cittadine che crollano. Ancora una volta, in un album degli U2 sembra di aver a che fare più con un film che un disco. “L’idea di realizzare un disco cinematografico dove ogni canzone rievocasse un luogo fisico emerse in una delle prime discussioni con Brian” ha aggiunto Edge. “Il paesaggio del Sudovest americano e il deserto divennero temi ricorrenti nei testi. Avevamo pochi indizi del tono generale e della tessitura della musica, alcuni punti qua e là da dove iniziare e una determinazione ad arrivare in un unico punto, ma nessuna canzone completata. Abbiamo cominciato a dare una qualche forma alle nostre idee grezze, soprattutto sperimentando. I progressi avvenivano a sprazzi e singhiozzi, e ci affidavamo ben più all’istinto che alla tecnica”.

L’arrivo di Robbie Robertson per registrare due ottime partecipazioni al suo primo album solista (prodotto da Lanois), l’infuocata Sweet Fire Of Love e la ritmata Testimony, aiuta a superare l’impasse, per altro aggravata dalle ultime rifiniture di Edge per la colonna sonora del film Captive con Michael Brook (e Larry nel singolo Heroine cantato da Sinéad O’Connor). Le cose cominciano a mettersi a fuoco quando Bono inizia ad affrontare i testi di Bullet The Blue Sky: “Quella è stata come una pietra angolare” ha rivelato The Edge (che poi l’ha sempre eseguita in concerto). “La parte di chitarra è stata in qualche modo plasmata dal testo; il demo era molto più scarno, come un pezzo heavy funk, ma in realtà è divenuto un blues tormentato”. Bono è stato molti chiaro, fornendo la chiave di lettura di alcuni brani del disco (la stessa Bullet, In God’s Country, Mothers Of The Disappeared) come la sua lotta contro la fame nel mondo che negli anni si è fatta sempre più incessante: “Volevo qualcosa di biblico. La mia comprensione delle Scritture erano i Salmi di Davide e il lirismo della Bibbia nella traduzione detta di Re Giacomo e cercavo di portarli dentro, di dare una religiosità. Poi mi è arrivata un’immagine di questa faccia, rossa come una rosa in un cespuglio di spine. Era Ronald Reagan, che ai tempi non ho mai raccontato a nessuno. Brian Eno ha detto: rovini tutto se alla gente dai delle immagini, allora parlai di denaro contro idealismo. Reagan adesso è santificato come l’uomo che ha concluso la Guerra Fredda giocando a braccio di ferro con i sovietici e vincendo. Datogli atto di questo, vorrei avessimo trovato un modo di riavvicinarsi senza giocare a braccio di ferro con il nucleare. Ero arrabbiato con quello che avevo visto come fare i bulli sui contadini con grandi aeroplani, supportati dalla politica estera e dai dollari americani. In Nicaragua, prima della rivoluzione 17 famiglie controllavano tutto il Paese e tutta la ricchezza era nelle loro mani. In Salvador era stato similare. In Cile, una scelta democratica era stata sovvertita da un colpo di stato sostenuto dalla Cia per imporre una macchina assassina di nome Generale Pinochet. C’era molto da disprezzare dell’America allora, c’era una condotta vergognosa nella difesa dei propri interessi. E mentre il comunismo diventava una delle peggiori idee con cui il mondo avesse mai avuto a che fare, l’idealismo si chiudeva in se stesso; sostenere tutto ciò che era anticomunista è stato davvero una pessima idea. Ha rovinato l’Africa. Erano brutti tempi. Ho descritto quello che avevo passato, quello che avevo visto, alcune delle storie di persone che avevo incontrato, e ho detto a Edge: puoi metterle dentro il tuo amplificatore? Avevo perfino delle foto e le avevo appese al muro. Ho portato filmati degli orrori, li ho messi nel videoregistratore: adesso, fallo! E di più, di più e di più...”. Per la cronaca, come ha fatto notare lo stesso Bono due anni fa a 60 Minutes sulla Cbs, Adam suona in Mi minore mentre Edge è in Re.
Con l’occasione la band ma soprattutto Bono sperimenta un nuovo modello di composizione: “È stato allora che ho iniziato a capire che le liriche dei primi quattro album non erano affatto testi, ma schizzi. Non ero realmente uno scrittore, ero un pittore, uno che suscitava emozioni o che gridava, sembrava quasi che avessi paura di scrivere; era una forma avanzata di procrastinazione. L’avevo avuta nei miei lavori di scuola. Faresti qualsiasi cosa tranne quella che devi fare perché il farlo comporta il giudizio – paura del fallimento, probabilmente. Così semplicemente non ci provi. Vivi sull’intuito, cosa in cui ero bravo. Improvvisi, crei immagini e poi lo giustifichi al primo colpo di pennello. Dopo Pride (In The Name Of Love) ho deciso che avrei fatto meglio a scrivere qualche testo. Stavo leggendo di più, perciò ero più aperto al mondo. Ho scoperto un amore per gli scrittori e ho iniziato a sentirmi come uno di loro”.
La fase successiva è la nascita della base di One Tree Hill (con gli archi della Armin Family e gli ottoni della Arklow Silver Band), dedicata all’amico maori Greg Carroll a cui la band dedicherà l’intero album, ma poi il processo si complica, fra strappi creativi che avvengono quasi per caso e frammenti che sembrano non andare da nessuna parte.
Un altro momento molto importante è lo sviluppo di With Or Without You. L’accordo parte da Bono anche se all’inizio suona molto tradizionale, quasi “soltanto una promessa di una canzone” (Adam) ma poi il lavoro di Edge con il prototipo della infinite guitar di Michael Brook colpisce l’amico di sempre Gavin Friday (presente di tanto in tanto alle session) durante la ricerca del miglior arrangiamento. “Il coinvolgimento di Gavin in The Joshua Tree non può essere sottovalutato. Ha personalmente salvato With Or Without You, l’ha tirata fuori dal cestino della spazzatura, l’ha organizzata, l’ha strutturata ed era l’unico a credere che poteva essere un grande successo, dopo che ci erano passati Brian e Danny. È la mia sequenza di accordi ma quel che la rende speciale è il sequencer di Brian Eno; ha fatto per With Or Without You quel che ha fatto per Bad, che è stato creare un arpeggio di tastiere”. Il testo può sembrare una parafrasi degli Amores di Ovidio o degli Epigrammi di Marziale (“Non posso vivere con o senza di te”), ma è in realtà una ballata di puro tormento, come ha spiegato Bono: “Una delle cose che mi stava succedendo a quel tempo era la collisione nella mia mente tra l’essere fedele alla tua arte e l’essere fedele alla tua amata. E se i due entrano in conflitto? Il tuo dono contro la responsabilità domestica? Mi ricordo che pensavo: è questa la vita di un artista? Avrò dei bambini e mi siederò a tradire il mio dono o tradirò il mio matrimonio? Era un periodo molto difficile. Puoi sapere di politica e cultura, ma deve svilupparsi anche la vita delle tue emozioni. Credo in un certo senso la mia non lo fosse, e sono passato attraverso tutta questa sorta d’incertezza. Ero quasi due persone: quella responsabile, protettiva e legale, e il vagabondo e l’ozioso in me che volevo solo scappare dalle responsabilità. Ho pensato che queste tensioni mi avrebbero distrutto, ma in realtà quella tensione è emerso ciò che mi rende un artista. Proprio al centro di una contraddizione, ecco il posto dove essere e dov’ero. Tutte le persone a cui ho guardato come scrittore hanno fatto lo stesso. Non hanno mantenuto nulla lungo la via, hanno agito abbandonandosi e hanno perso matrimoni, band, amicizie, tutto alla ricerca della Musa. Ma la Musa è taciturna e può abbandonarti, lasciandoti senza niente. La mia Musa ha fatto richieste differenti. Se avessi percorso quella strada molte delle nostre migliori canzoni non sarebbero state scritte, e se avessi preso l’altra strada, che era diretta, darmi al lato domestico della vita, le canzoni sarebbero state perse. È la tensione tra le due cose che mi mantiene vivace. Non devi risolverle, soltanto non andare troppo oltre in entrambe. Quella canzone è sul tormento, sessuale ma anche psicologico, su come reprimere i desideri ti rende più forte. Il verso più importante è probabilmente ‘And you give yourself away’, quando si rilascia tutta la tensione mentale e musicale”.
Un senso di liberazione non dissimile dall’iniziale Where The Streets Have No Name, ideata da Bono a partire dalla voglia di fuga e anonimato che traspare dalla struttura urbanistica di Belfast e dal suo viaggio in Etiopia. La melodia fu sviluppata da Edge nel suo studio casalingo a 4 tracce di Monkstown. “Nacque durante una pausa. Ci mancava un brano e lo sapevo, me lo sentivo: così tutti andarono in vacanza e io rimasi lì e mi venne la musica. Ricordo di aver pensato: non ci sono canzoni su questo disco che suoneremo dal vivo... così ho cercato di scrivere un brano dal vivo ed ecco che cosa ne è uscito”. L’incrocio di chitarre all’inizio nasce in un tempo successivo e lo splendido risultato finale richiede settimane di discussioni (“Probabilmente metà del tempo preso dall’album fu speso per quella canzone”) e una precisione chirurgica che quasi fa impazzire Brian Eno, dando luogo all’episodio più celebre avvenuto durante le registrazioni. Sfiancato dal continuo lavoro di cesello, il produttore pensa di simulare un incidente che cancelli la canzone e che costringa, volenti o nolenti, a ricominciare tutto da capo. “Sono sicuro che sarebbe uscita un’altra canzone” ha confidato Lanois nel 2003 “ma di certo fece ammattire un po’ anche me”. Alla fine, Eno viene dissuaso dall’assistente Pat McCarthy e l’arrivo di Steve Lillywhite, che porta con sé la moglie Kirsty MacColl: sarà lei a suggerire l’ordine definitivo dei brani da inserire tra Streets e Mothers. Prima ancora di iniziare il tour, girando l’epico videoclip su un tetto nel downtown di Los Angeles – data l’indisponibilità di quello del New Rosslyn Hotel, noto un tempo come The Million Dollar Hotel – il brano diventa subito uno dei più coinvolgenti a ogni concerto degli U2. La miglior definizione l’ha svelata Fran Healy dei Travis: “Bono dice che quando suonano quella canzone, è come se Dio camminasse in mezzo alla stanza ogni sera. Puoi essere nel mezzo del peggior show della tua vita, finché suoni quella canzone: allora Dio cammina in mezzo alla stanza e salva qualunque serata, sollevando il terreno di tutto il locale. È una di quelle canzoni che sembra fare qualcosa alle persone. C’è un qualcosa di spirituale che si libra da quel brano, è come un inno”.
Da una strana jam costituita quasi da una nota sola e un gran lavoro di batteria, intitolata Under The Weather Girls e definita da Edge “un po’ come Eye Of The Tiger suonata da una band reggae”, nasce un altro momento fondamentale in cui prende forma I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Bono inizia a cantare una melodia nella più classica tradizione soul e mentre ascolta “questa canzone incredibile che emerge dalla nebbia”, al chitarrista viene in mente un possibile titolo per una canzone che si era segnato sul taccuino la mattina stessa. Lo prova nella sua testa ascoltando il frontman “e si adattava così bene che l’ho scritto su un pezzo di carta e gliel’ho passato mentre cantava. Calzava come un guanto. Da quel momento, a chiunque venisse a trovarci era la prima cosa che facevamo ascoltare. Non mi ero dato una spiegazione sul titolo, a parte forse l’idea che Dylan esprime in Idiot Wind, che ‘scoprirai che quando raggiungi la cima sei a terra’. Bono l’ha portata in una direzione differente, più gospel. Il mix finale è stato fatto nel mio studio casalingo con Danny e me a lavorare su un mix precedente di Steve Lillywhite”.
Se a volte le discussioni paiono non finire mai (presentando Achtung Baby nel 1991 Eno chioserà: “I dischi degli U2 prendono molto tempo non perché loro siano a corto di idee, ma perché non smettono mai di parlarne”), in altre occasioni le canzoni arrivano quasi già formate, come la splendida Running To Stand Still (che Adam ha definito “Bad Part II, la versione attorno al fuoco”), nata da Lanois che si unisce a Edge al piano per diletto ed è in breve raggiunto dagli altri tre. La prima versione improvvisata ha già quasi tutte le idee musicali importanti, le melodie vocali e la struttura. “Penso che l’abbiamo suonata ancora una o due volte” ha ricordato Edge, mentre Bono ha rivelato l’origine del titolo: “Mio fratello aveva avviato un’attività e le cose non andavano bene. Gli ho chiesto come andava e lui ha detto: è come correre per stare fermi. Era una frase che non avevo mai sentito prima, e sembrava riassumere le esperienze della gente che avevo conosciuto che avevano avuto dipendenza dall’eroina”.
La vita di tutti i giorni è anche alla base di Red Hill Mining Town, che allude allo standard folk Springhill Mining Disaster di Peggy Seeger e alle inchieste giornalistiche sulla comunità di minatori inglesi battezzata Red Hill dal reporter Tony Martin dopo lo sciopero dell’inverno 1984-85. I riferimenti sono in realtà labili, concentrandosi sulle conseguenze personali. “Mentre si vedeva sui giornali e alla televisione che un altro migliaio di persone aveva perso il lavoro, quello di cui non si parlava è che queste persone tornavano a casa e avevano una famiglia. Stavano cercando di crescere i loro figli e quelle relazioni si ruppero sotto la pressione dello sciopero” ha spiegato Bono. La stessa voglia di allontanarsi da letture ideologiche si respira nell’ariosa In God’s Country: “L’intero panorama politico attuale è completamente superato” dirà Bono nel 1988 (ma ahinoi, potrebbe essere oggi). “La destra e la sinistra sono ridicole... non significano più nulla. Perché usiamo soluzioni ai problemi della rivoluzione industriale quando siamo nel mezzo delle rivoluzioni tecnologiche, ideologiche, tutto-logiche? Adesso è tutto diverso e problemi differenti esigono soluzioni differenti”.
A fianco di una versione più tirata e disciplinata (rispetto all’estemporanea apparizione tv del 30 gennaio 1986) della ballata country-blues Trip Through Your Wires, registrata in presa diretta con armonica dylaniana, la toccante One Tree Hill cita il poeta cileno Victor Jara per chiudersi con alcuni versi a cappella ideali per introdurre Exit, la descrizione più intensa del “cuore di tenebra” mai rappresentata dagli U2 e uno dei loro brani più straordinari, esempio estremo di connessione tra parole e musica, un’angosciante evocazione del lato oscuro di ciascuno, suggerita fino alla fine da un basso quasi insostenibile e una batteria senza freni, in un’alternanza impressionante di calma apparente e follia omicida. Bono: “Era il mio tentativo di scrivere una storia nella mente di un killer, per cercare di capire davvero la violenza che abbiamo tutti dentro di noi”.
L’album si chiude con un altro lamento funebre, quella Mothers Of The Disappeared il cui ritmo sembra accompagnare la marcia dolorosa dei familiari di centinaia di desaparecidos, così come le loro lacrime dignitosissime sembrano quasi sgorgare dagli inquietanti effetti sonori e dalle tastiere di Eno, accompagnati dai vocalizzi di Bono.

Si potrebbe andare avanti a lungo, riscoprendo vecchie interviste e nuove curiosità. Il sito ufficiale ha prontamente aperto la sezione joshuatree.u2.com, con immagini e testi dalle maggiori riviste britanniche che recensirono il disco, i passaggi più significativi dell’ormai imprescindibile autobiografia U2 By U2 pubblicata giusto un anno fa, anteprime audio e video. Ma come sempre, quel che più conta sono le canzoni: una full immersion di blues e country, soul e gospel in chiave rock, una vera manna per quattro giovanotti la cui collezione di dischi è iniziata nei primi anni 70.
Vent’anni dopo, c’è ancora da perderci la testa.

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