John Cale

Milano, Rainbow, 12 marzo 2007
Antonio Puglia
11 Maggio 2007

Da Elvis ai Velvet: Cale sperimenta sul palco, diverte e conquista

L'avvio è sconcertante: un lungo, assordante drone elettronico di circa 10 minuti, seguito da un sinistro ritmo hip-hop, una chitarra dissonante, qualche scarabocchio dadaista di piano e infine, intonati da una voce trasfigurata e distorta dagli effetti elettronici, quei versi: "Since my baby left me.". Questo è John Cale, la bellezza di 65 primavere sulle spalle e quarant'anni dopo la celebre banana di Andy Warhol, che stravolge per l'ennesima volta la Heartbreak Hotel di Elvis, probabilmente nella veste più estrema finora ascoltata. Basterebbe per farsi un'idea della rinnovata vitalità artistica dell'ex Velvet Underground, tornato da qualche anno al rock e alla sperimentazione dopo una lunga parentesi dedicata alle colonne sonore. Questa è l'occasione non solo per promuovere dalle nostre parti l'appena uscito Circus Live (Jam 135), ma anche per provare differenti arrangiamenti di vecchi (e spesso rari) brani dal suo corposo catalogo, insieme ad alcuni nuovi di zecca (Hey Ray, Common Cold). Insomma per divertirsi un mondo, una cosa che a Cale - non esattamente un gigione - oggi pare riesca benissimo, a giudicare dalla giovialità con cui rivolge le (comunque rare) frasi di rito al pubblico. Merito anche dell'affiatato combo al seguito: la funambolica chitarra di Dustin Boyer, il basso e i sampler di Joseph Karnes e la batteria del potente Michael Jerome assicurano una poderosa e incisiva resa nei brani più rock della scaletta, così come un sicuro e versatile contorno sonoro nei momenti più ricercati. E così, passato, presente e futuro del gallese si fondono in un'unica dimensione, dalle sferzate elettriche, memori di Sabotage/Live, di Evidence e Save Us ai siparietti acustici di Ghost Story e You Know More Than I Know, in una continua reinvenzione che non risparmia nemmeno brani dei recenti Hobosapiens e Black Acetate come Reading My Mind e Outta The Bag ma lascia comunque spazio a classici come Cable Hogue o Chinese Envoy
Non sono però mancate le note stonate, a partire da un'organizzazione rigidissima che, oltre ad interdire per volontà dello stesso Cale fotografie di ogni tipo (ok, ma era proprio necessario che i roadie stessero di guardia ai lati del palco armati di torcia per tutta la durata del concerto?), per probabili restrizioni di orario ha costretto a tagliare i bis. Che, scaletta alla mano, avrebbero riservato altre chicche come Fear, Chorale e la Pablo Picasso di Jonathan Richman. In compenso, ci si è dovuti "accontentare" in chiusura di una Venus In Furs praticamente venuta dritta dall'inferno (e, tocca dirlo, superiore alle recenti versioni dell'ex compare Reed): timpani roboanti, basso ipnotico, chitarra scheletrica e soprattutto quella viola, stridente e disturbante oggi come nel 1966. Mica male, a pensarci.

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