JOHN CALE

Modena, Vox Club, 30 gennaio 2001, Torino, Barrumba, 31 gennaio 2001
Eleonora Bagarotti
28 Maggio 2007

Un piccolo palco, appena illuminato. Qualcuno entra con sguardo un po’ defilato, nascosto sotto i capelli, come appare in quasi tutte le foto che lo hanno immortalato, poi si sistema e inizia a suonare: John Cale, oh la grazia… Ai centocinquanta fortunati presenti nel locale di Modena (stesso numero di persone e stessa atmosfera per il giorno successivo a Torino) viene subito da pensare che, forse, non è un faro ad illuminare fin dall’entrata questo poeta delle corde e della tastiera ma la luce della luna che, per una volta, deve aver fatto un’eccezione, spingendosi per davvero attraverso le cose e le persone materiali e fisiche fino ad arrivare a illuminare la sala. Fuori inizia a piovigginare – Fragments Of A Rainy Season – "Let it come down" avrà intimato Cale alle nuvole citando William Shakespeare, come fece sulla copertina del disco live del 1992. E nel frattempo tutti seduti, noi, ben presto rapiti dopo esser giunti da svariati luoghi come fossimo un pubblico di viandanti che ha seguito l’eco di note di un incredibile pifferaio magico. Cale, nativo del Galles, musicista classico e produttore, poeta sotterraneo e d’avanguardia, approdò giovanissimo nella Grande Mela e lì fondò, insieme a Lou Reed, Nico, Maureen Tucker e Sterling Morrison – Andy Warhol come ‘capitano’ – i Velvet Underground. Il resto è noto. Una pièce non lunghissima, durante la quale Cale si alterna alla chitarra e al pianoforte. La sua è una vocalità danzante, leggiadra con naturalezza, alla quale capita di improvvisare saltelli e crescenti dinamiche che si trasformano in urla e sbattono come porte a chiudere il finale di alcune canzoni. In una delle due serate – la scaletta era quasi identica – Cale estrae dal cappello anche On A Wedding Day, scritta da Mister Pere Ubu David Thomas. In chiusura Hallelujah di Cohen. "Mi sembrava la miglior canzone per chiudere queste serate" ci ha detto a fine concerto raccontandoci i suoi imminenti progetti: "Ho scritto un’autobiografia insieme a Victor Bockris e l’ho fatto perché, a questo punto della carriera, è stato naturale percorrere a ritroso la mia storia, in particolar modo quella musicale e legata alle mie origini gallesi. Dopo questa tournée mi dedicherò a uno spettacolo altrettanto autobiografico, Welsh For Zen, che verrà inscenato all’Hebbel Theatre di Berlino. Si tratta di una narrazione consistente di un intreccio tra vita e musica, molta musica." C’è da scommetterci, dato che John ha frequentato i generi classico, folk tradizionale, rock, punk ed elettronico/sperimentale. Continua, inoltre, la sua attività di compositore per colonne sonore (Beautiful Mistake, film che verrà realizzato quest’anno, per il quale Cale ha collaborato con le band gallesi Catatonia e Super Furry Animals) e produttore di giovani talenti, per lo più suoi connazionali. "Credo molto nel confronto e nella collaborazione. La mia terra d’origine è importante, così come lo è musicare Dylan Thomas (il defunto poeta gallese, le cui liriche sono state da lui recentemente musicate con una serie di composizioni orchestrali nel bellissimo Falkland Suite, nda), ma nella mia musica New York è onnipresente, così come nella mia vita. Un tipo come me potrebbe vivere, lavorare e trarre ispirazione solo in una città artistica. La Grande Mela scorre nelle mie vene esattamente come il sangue gallese." Guidando silenziosamente verso casa, dopo il secondo concerto, mi sorge perfino il dubbio che quel quarto di luna brillante, dal taglio tutto sghembo e particolare che illumina la notte e l’autostrada, sia venuta qui insieme a John, anche lei da New York, seguendolo di nascosto, magari dentro una delle sue tasche sformate.