GREEN MAN FESTIVAL

Brecon Beacons, Parco Nazionale del Galles, 20-23 agosto 2010
Ernesto de Pascale
09 Dicembre 2010

La pioggia e il fango non rovinano la rassegna, che dal folk underground si indirizza verso musica indie più aggressiva. Ecco conferme, scoperte, delusioni

Aria di cambiamenti alla settima edizione del Green Man Festival, il festival boutique gallese che dal 2004 si è andato imponendo come trendsetter della nuova scena alternative folk e psichedelica. Il cambiamento sta nei generi: si perdono le istanze più intime e viene alla luce un festival più indie e più aggressivo. Gli organizzatori lavorano prevalentemente con le etichette e non più con gli agenti, per i nomi che più tirano (a cui viene pagato un fee da festival, mentre per i nomi minori solo un rimborso spese, «se c'è»), mentre per altri palchi si va a braccio, aprendosi quest'anno a comicità, film (l'anteprima di Bird On A Wire di Leonard Cohen) e altro. Comunque sia, al Green Man ci si va per vivere "l'esperienza": quindi, tutti allegri (loro) a smerdarsi nel fango e nelle tende che non tengono i colpi sferzati dal vento che arriva dall'oceano, gente che esce fuori solo all'ora degli zombie per i dj trance underground, pranzi e cene di vari gusti e tipi, mille intossicazioni alimentari e mille alternative, canti pagani. Stabilito il paradigma dell'evento tutto è più facile: il parco era stato attrezzato con raziocinio e il battaglione di volontari ha reso tutto semplice nonostante le condizioni disastrate per 3 giorni di misera pioggia. Niente avviene in un solo posto al Green Man e questo è il vero problema, o il grande divertimento. Mentre segui la presentazione del giornalista Rob Young del suo seminale Electric Eden (Faber & Faber) ti stai perdendo i Besnard Lakes sul palco centrale di cui acciuffi solo gli ultimi due pezzi e capisci che dall'Italia sarà sempre dura comprendere la loro solidità e autorevolezza. Per vedere Fionn Regan, acclamatissimo da un pubblico molto giovane mai visto prima qui, sei consapevole di perderti una (mi diranno altri) bella conversazione col collega giornalista Stuart Maconie, fra gli artefici del recupero di BBC 6 Music. L'attenzione di questo recensore era attirata soprattutto da alcuni set impossibili a vedersi in Italia: il grandissimo scozzese Alasdair Roberts che sul main stage presentava con la sua nuova band di trentenni il bellissimo nuovo disco Too Long In This Condition in un set profondo, intenso, ricco di sfumature ma sempre minimale. Avi Buffalo, forse i più attesi dell'intero festival, hanno fatto il pieno come tutti attendevamo, lasciando però insoluto il dubbio sullo spessore della band. Da ricordare il set di The Voice Of The Seven Thunders, versione elettrica di The Voice Of The Seven Woods, band dal sapore kraut rock free form. Gli interessi del pubblico indie del festival erano altri: dalla superhyped Joanna Newsom ai Flaming Lips oppure i magici Field Music - impossibile definirli - o la deriva giovanile che vedeva il proprio apice nella sequenza Johnny Flynn, Laura Marling, Mumford & Sons, Fionn Regan, Doves. Basta però estraniarsi e andare alla ricerca di qualcosa di più puro che le scoperte non mancano neanche in questa piovosa edizione 2010. Si parte scoprendo quasi per caso il duo femminile Smoke Fairies, ventenni fra McGarrigle, Simon & Garfunkel e Watersons senza la paranoia né il terrore di lanciarsi in sconosciuti territori elettrici. È tornato a esibirsi Simone Felice dopo la pericolosa operazione a cuore aperto del 3 giugno (sostituzione di una valvola aortica per malformazione congenita ). Simone, che si esibirà come ospite nella serata finale della XV edizione del Premio Ciampi a Livorno, è ora un «giovane indiano navaho che cavalca per la prima volta la prateria della vita» (parole sue). Il più giovane dei Felice sprizza energia e intensità da ogni poro e ha riunito i fan dei fratelli e di The Duke & The King, un album che chi segue Simone sa praticamente a memoria, per un set di chiusura festival memorabile, mentre sul palco centrale si esibivano i grandissimi Tindersticks. Infine, una segnalazione. Scrivetevi questo nome: Georgia Ruth Williams. Ventitre anni, senza contratto, scrive e canta canzoni sulla falsariga di Phoebe Snow, Paul Simon, Libby Titus, Suzanne Vega suonandole con l'arpa ma è quanto di più lontano dalla presunzione della Newsome.

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