GREEN MAN FESTIVAL

BRECON BEACONS (GALLES), GLANUSK PARK 21-23 AGOSTO 2009
Ernesto De Pascale
08 Ottobre 2009

Il festival gallese s’ingrandisce, supera abbondantemente i confini della musica folk, ma non smarrisce l’anima

Il Green Man resta il festival ideale per perdersi e ritrovarsi ancora oggi a distanza di sette anni dalla prima edizione. L’incremento di pubblico non ha nociuto alla qualità; nonostante che l’evento di tre giorni abbia intrapreso un percorso più indie rock, riserva ancora sorprese e novità che non ti attenderesti mai di trovare. Da una parte si è rinforzato il carnet dei nomi di punta: gli immensi Wilco, un convincente Jarvis Cocker, gli impeccabili British Sea Power, gli sciamanici Dirty Three per la loro unica data in Gran Bretagna, il supertalentoso Andrew Bird, i sempre più sessantottini Vetiver, un soporifero Bon Iver, i creativissimi Animal Collective e un autistico Roky Erickson che ha ripetuto la sua solita performance di un anno, due anni, venticinque anni fa dando le spalle al pubblico e non suscitando grandi critiche positive. Ma sono gli eventi nei palchi “minori” che danno il polso di ciò che davvero sta accadendo in giro,  non solo in Gran Bretagna. Infatti le prime due sorprese vengono dagli Stati Uniti: un trio sporco e acido dalla West Virginia, Mississippi Witch, una sorta di Mountain dalla deriva oscura ma supertecnica, e il convincente duo She Keeps Bees, da Brooklyn. Nonostante la formula del duo chitarra/voce e batteria sia oramai un po’ consunta, Jessica Larrabee ed Andy LaPlant hanno dalla loro dei brani dal tono roco blues e marcio, condotti dalla bella voce di lei e dalla sua tecnica chitarristica senza fronzoli, portati a termine dalle cavalcate percussionistiche del giovane Andy. Per il loro atteso set il Greenman Pub si è riempito in un battibaleno e chi ha tirato in ballo PJ Harvey si è dovuto zittire davanti al gran bel tono vocale di Jessica e alla sua innegabile bellezza. Ha fatto parlare di sé anche un terzo duo americano, molto atteso sull’onda del bel debutto Free Your Mind And Win A Pony, i Golden Animals, ovvero Tommy Eisner e Linda Beecroft. Con la loro psichedelia intrisa di solarità i due newyorchesi emigrati nella Bay Area per motivi di appartenenza artistica, interrogati dal recensore sullo stile messo in musica, si definiscono «Howlin’ Wolf incrociato con un Beach Boy» che la dice lunga sulle loro radici, convincendo fino in fondo con le belle armonie vocali di Linda che allontanano definitivamente i paragoni con Jack & Meg. In quanto ad aspettative ha invece deluso la 20enne Beth Jeans Houghton, una bellezza nordica vista l’anno scorso esordire come un diamante grezzo e ritrovata nella ampia tenda tentare una strada più glam e vitale ma senza appropriate canzoni. Sarà il nuovo fenomeno Bat For Lashes del 2010? Molti ci sperano, ma l’imprevedibilità del set non ha lasciato molto. Ci sono poi le certezze che approdano dal nulla al Green Man Festival per completare un ciclo iniziato magari solo qualche mese fa. È il caso dei Leisure Society il cui album The Sleeper aveva fatto gridare al miracolo e che dal vivo sono una versione felice della svolta folk di Dexy’s Midnight Runners. Nick Hemming e Christian Hardy guidano una band di sette musicisti che fondono tante cose attraverso l’incrocio di ukulele, violino, violoncello, piano elettrico e chitarre varie. Il gusto della bella melodia è fortissimo e il risultato è felice. Il pubblico apprezza apertamente e sarà con il set intenso e “buckleyano” dell’americano Scott Matthews una delle cose migliori inattese accadute sul palco centrale. Sull’onda del successo di critica del suo bel Minor White torna al Green Man la romana Emma Tricca, questa volta accompagnata da una band italiana: Andrea Garbo alle chitarre elettriche e una sezione ritmica composta da Milo Scaglioni e Paolo Mingardi, basso e batteria. I tre suonarono qui lo scorso anno come membri dei Jennifer Gentle suscitando un discreto scalpore con il loro freak beat. Con loro la Tricca cambia marcia. Al di là del piacere di avere dietro le proprie spalle una ritmica, sono gli intrecci con le chitarre di Garbo a fare la differenza. Un set impensabile solo fino a 12 mesi fa qui al Green Man è stato quello degli Aliens. I tre ex Beta Band mettono in campo le loro psicosi con gioia, abbandono e trasporto. Gli scozzesi portano nel parco nazionale del Galles il più contemporaneo esempio di quel che vive in musica la grande maggioranza della gioventù di terra d’Albione. La loro folle e imprevedibile mistura di Madchester, groove, rock, cantautorato, italo house, trance, psichedelia e altro rappresenta quella modernità creativa che gli organizzatori cercavano, quella apertura ai più giovani che mancava. Lo stesso dicasi per il contributo dato dal team di Amorphus Androgynous, una sigla che fa capo alla sponda più “spaziale” dei Future Sound Of London. Deejay, artisti visuali, band, solisti, light show di vecchio stampo e grafica si fondono in una comune che ha praticamente gestito per intero la tenda del festival per l’intera giornata di domenica e che ha presentato come gran finale gli Hawkwind. La band ha voluto festeggiare con la sua apparizione al festival il quarantennale della prima performance dal vivo. Molti i sopravvissuti convenuti e gli zombie usciti dalla umida terra gallese... Chi ha convinto davvero sono stati i Wooden Shjips da San Francisco, un quartetto non di primo pelo che suona una psichedelia dura e intensa che prosegue la  tradizione dei 60. I quattro hanno messo tutti d’accordo sottolineando il tono sempre più psichedelico di un festival i cui risultati sono ormai tangibili oltre le barriere geografiche. Per finire, segnatevi questi due nomi: Blue Roses e Mary Hampton. Ne sentirete parlare prestissimo. E quando Jarvis Cocker ha affermato con orgoglio, e in polemica al contemporaneo show degli U2 al Millennium Stadium di Londra, che l’unico luogo dove trovarsi questa sera era il Green Man, un senso di appartenenza ha stretto tutti intorno al falò conclusivo.