Foo Fighters

Milano, Mazdapalace, 23 gennaio 2006
Claudio Todesco
11 Maggio 2007

Rock a tutto volume, schitarrate tamarre, melodie pop, crescendo potenti: un gran divertimento

I Foo Fighters sono Dave Grohl che nel bel mezzo di This Is A Call, in un brevissimo istante in cui la musica s'interrompe, caccia un urlo disumano nel microfono. Sono le accelerazioni che irrobustiscono i brani, tra cui quella Stacked Actors che è diventata una colonna portante degli show. Sono le storielle che il cantante racconta in un italiano stentato ricordando la prima volta che si esibì nel nostro Paese, con gli Scream al Leoncavallo vent'anni fa. Sono quell'improbabile miscela di tamarraggine hard rock e melodie pop che il pubblico intona in coro. Sono Grohl e Chris Shiflett che duellano come bambini con le chitarre. Sono le braccia del batterista Taylor Hawkins che offrono uno strepitoso motore ritmico alle canzoni.

In Italia tre anni e un mese dopo il tour di One By One, i Foos hanno fatto agitare i 7.600 paganti del Mazdapalace in un continuo assalto frontale che si è placato solo per un paio di brani eseguiti col piglio di uno che sta invecchiando, o almeno così ha detto scherzosamente il cantante dopo aver censito gli astanti per alzata di mano in base all'età. Tra i pezzi meno scatentati, Everlong che, suonata nella prima parte dal solo Grohl, ha mostrato tutta la sostanza melodica spesso sottesa alle canzoni dei Foos.

Sullo sfondo di una scenografia scarna formata da pile di amplificatori ammassati come in una discarica e da un telone col logo del gruppo con la doppia effe, i quattro hanno picchiato durissimo, rendendo i suoni più potenti rispetto alle versioni in studio e facendo sembrare il lato acustico di In Your Honor un'anomalia di cui a quanto pare si occuperanno in un tour a parte. L'urlo del pubblico più forte è arrivato quando Dave e il batterista Taylor Hawkins (un disco solista in uscita, per la cronaca) si sono scambiati i ruoli e posti per Cold Day In The Sun: vedere Grohl dietro la batteria è uno spettacolo di per sé. Tra i brani nuovi ha colpito per impatto DOA e per costruzione End Over End, tra i vecchi il più applaudito e "vissuto" dal pubblico è stato probabilmente Breakout.

Nonostante l'entusiasmo, l'incontestabile carica di energia offerta, il crowd surfing e i balli frenetici in platea che sono iniziati col secondo pezzo All My Life e finiti con l'ultimo Monkeywrench, il concerto ha mostrato anche i lati deboli dei Foos: suono a volte impastato; frequenza del basso tagliata fuori; parti vocali a volte approssimative; troppa omogeneità. Non che la cosa comprometta la serata, anzi, oggi i Foo Fighters sono uno dei gruppi rock più divertenti che vi possa capitare di vedere in un posto orribile qual è un palasport. Stranamente, Dave Grohl ha ruttato nel microfono una sola volta. Non starà invecchiando davvero?