ERIC CLAPTON

Milano, FilaForum di Assago, 2 marzo 2001
Ezio Guaitamacchi
28 Maggio 2007

Preceduto dal solido set rock-blues dei texani Doyle Bramhall & Smokestack, Eric Clapton sale sul palco del Forum di Assago con mezz’ora di ritardo rispetto all’orario stabilito. La copiosa nevicata che ha imbiancato Milano e dintorni causando ingorghi apocalittici alle uscite delle tangenziali ha infatti costretto gli organizzatori D’Alessandro & Galli a spostare leggermente in là l’appuntamento consentendo così agli appassionati che andavano ad esaurire il palazzetto in ogni ordine di posti di godersi la performance del leggendario Slowhand dall’inizio.

Clapton, dunque, si presenta alle 21.30 vestito in modo semplicissimo (camicia bianca e jeans) ma non so quanto gradito all’amico Giorgio Armani, come al solito presente in tribuna VIP con un nutrito seguito di accompagnatori. Piace invece subito l’apertura del concerto, una solitaria e acustica Key To The Highway che EC prende a prestito dal repertorio di uno dei suoi più grandi ispiratori, il bluesman Big Bill Broonzy. Con il solo ausilio della sua Martin ‘triplo zero’, Clapton, dopo la fortunata esperienza Unplugged dimostra di essere a proprio agio anche sulla 6 corde acustica. E così, quando entra la band – un ensemble all star con Steve Gadd (batteria), Nathan East (basso), Andy Fairweather-Low (chitarra), David Sancious (tastiere), Paulinho da Costa (percussioni) – prosegue in modo confidenziale con Reptile (title-track del suo recentissimo nuovo album, un elegante strumentale, in verità un po’ freddino, dal sapore brazilian-jazz), Tears In Heaven e Bell Bottom Blues alternando alla Martin una spettacolare Gibson L-5 vintage. Una versione più sostenuta di Change The World, un altro classico dell’ultimo Clapton, chiude la parentesi acustica durata in tutto una mezz’oretta scarsa. Intanto EC molla la Martin per acchiappare una curiosa Strato dal look customizzato multicolor che mollerà solo per i due brani finali.

Tutti si alzano dagli sgabelli sui quali avevano accompagnato la parte introduttiva e si lanciano in una tesissima versione di My Father’s Eyes che valorizza il chitarrismo di Clapton e la bravura dei suoi accompagnatori almeno tanto quanto fa la successiva River Of Tears (tratta come la precedente da Pilgrim).

Dopo lo spazio concesso al nuovo album (piace molto la tostissima Travelin’ Light di J.J. Cale mentre convince poco la versione soul della suadente ballata di James Taylor Don’t Let Me Be Lonely Tonight) Clapton torna ai suoi cavalli di battaglia. E se non incanta con la scontata White Room (dal classico repertorio Cream) va sul sicuro con la sempre formidabile Cocaine mentre alla sdolcinata Wonderful Tonight fa seguire un’elettrica, travolgente Layla, nell’originale versione Derek & The Dominos.

Poco prima aveva portato la stoccata decisiva con due blues straordinari: Hoochie Coochie Man di Muddy Waters e Have You Ever Loved A Woman, in assoluto il pezzo più intenso e drammatico di tutto lo spettacolo che, se ce ne fosse ancora bisogno, fa capire perché, già nel lontano 1966, qualcuno su un muro di Londra scriveva che "Clapton è Dio".

E così, quando torna sul palco per i bis e propone prima una "cremosissima" Sunshine Of Your Love (a cui manca solo la voce di Jack Bruce per essere perfetta) e infine una confidenziale Over The Rainbow, non si può che restare ammirati di fronte a un talento della musica la cui quasi quarantennale, inimitabile carriera viene sintetizzata in un concerto di due ore. All’appello mancano solo brani di Yardbirds e Blind Faith e (concedeteci questa debolezza) qualche blues in più. Ma non si può avere tutto dalla vita.