Elvis Costello & The Imposters

Roma, Auditorium Parco della Musica, 6 febbraio 2005
Antonio Ranalli
11 Maggio 2007

Elvis Costello fa l'americano a Roma. Per il versatile rocker inglese, tornato al sound dei tempi di King Of America, quello all'Auditorium Parco della Musica (Sala Santa Cecilia) è stato un vero e proprio bagno di folla. Niente in confronto al concerto di un anno e mezzo prima, quando con North aveva radunato un numero più esiguo di appassionati. Costello, sempre ironico, tagliente e melodico, nella prima parte dello show ha incantato il pubblico con i brani del suo ultimo lavoro The Delivery Man, appunto il suo disco più americano, dove c'è il suono della musica del Sud, i richiami a sonorità gospel e persino il soul di Memphis, il tutto sotto l'alto patronato del sempre presente Elvis Presley. Da Button My Lip a Country Darkness, passando per pezzi come The Name Of This Thing Is Not Love, Heart Shaped Bruise e The Scarlet Tide, tutti destinati a diventare dei classici di sempre nel repertorio dell'artista, lo show presenta Costello in grande forma: si ha l'impressione che sia in qualche modo tornato alle proprie origini, anche se proiettato compositivamente nel futuro. Con una strumentazione vintage, l'artista, che non è mai stato un grande virtuoso della chitarra, suona con decisiva padronanza e una bella serie di chitarre Telecaster, Gibson e persino la Gretsch Solid Body, e come un grande maestro concertatore mescola la tradizione di George Gershwin con il pop sofisticato di Burth Bacharach. Con gli Imposters l'affinità sul palco è superlativa: da un lato c'è la sezione ritmica, composta da Davey Faragher (basso) e Pete Thomas (batteria), possente, dall'altro c'è il virtuoso Steve Nieve, circondato da tastiere e pianoforte, pronto a dare e a cambiare anima sonora secondo le indicazioni di Costello, che guida il pubblico attraverso un lungo viaggio, di quasi tre ore.

La seconda parte dello show riserva grandi sorprese. L'artista offre un ampio ventaglio del suo repertorio: e così tra le acustiche e sussurrate Almost Blue e When Did I Stop Dreaming?, si inseriscono anche i capolavori In The Darkest Place e Toledo, frutto della collaborazione con Bacharach per Painted From Memory. La reggaeggiante Watching The Detectives e le energiche (I Don't Want To Go To) Chelsea, Pump It Up e (What's So Funny 'Bout) Peace, Love & Understanding fanno saltare il pubblico in piedi, in un ambiente ancora poco convenzionale per la musica rock come l'Auditorium, tanto che Elvis gioca a fare la rockstar: salta, corre, si dimena come un ragazzino ai propri esordi e stringe mani ai fan sotto di lui. Per Alison si siede al bordo del palco e, in sintonia con il pubblico, dà vita ad una delle più belle versioni del suo evergreen per eccellenza, fatto seguire a ruota da una pregevole cover di Suspicious Mind, che rimarca l'indissolubile legale con il re del rock'n'roll a cui l'inglese deve molto, oltre al nome d'arte.

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