Bruce Springsteen

Assago (MI), Forum, 7 giugno 2005
Paolo Vites
11 Maggio 2007

In un concerto straordinariamente intenso, il rocker americano riesce nel miracolo di trasformare l'enorme Forum in un piccolo club

L'inizio è da Anthology Of Folk Music: seduto all'armonium, Springsteen lascia salire in alto una versione solenne, come se stesse chiamando la congregazione in una chiesa sperduta tra il Nebraska e l'Oklahoma, quasi un inno della Carter Family, di My Beautiful Reward, il brano che concludeva Lucky Town. Subito dopo, in piedi con un'armonica soffiata con sbuffante fatica e la voce filtrata da un aggeggio elettronico, lascia uscire un rantolo metallico alla Tom Waits mentre con lo stivale destro pesta il piede sul palco amplificato, ottenendo l'effetto sonoro di un vecchio blues che fuoriesce da un 78 giri. È una irriconoscibile Reason To Believe. Quindi, imbracciata la chitarra acustica, è finalmente il folksinger che racconta storie di moderna inquietudine, quello di Devils And Dust.

È una rappresentazione quasi perfetta di un'America che non c'è più, perché tutto il concerto che va in scena stasera è una rappresentazione: di quello che Bruce Springsteen vorrebbe essere, a guadagnarsi una credibilità che la E Street Band sente non garantirgli in modo soddisfacente e che evidentemente il tour di Tom Joad dieci anni fa non ha saputo dargli, ma soprattutto, crediamo, la rappresentazione di una maturità come uomo che va al di là della musica stessa. Anche perché stasera il problema non è la musica soltanto, ma è la vita intera: "Come genitori vorremmo proteggere i nostri figli" dice in italiano introducendo la splendida Jesus Was An Only Son, "ma dobbiamo imparare che essi appartengono al loro destino".

La chitarra acustica la suona piuttosto male, sembra che stia suonando sempre la sua vecchia Telecaster, e proprio per questo si esalta con una splendida versione di Open All Night, il cui ultimo verso riecheggia tra le volte del Forum quasi come una delle "seven curses", le sette maledizioni di cui cantava secoli fa Bob Dylan: "Hey, mister deejay, woncha hear my last prayer hey, ho, rock'n'roll, deliver me from nowhere".

Il bello viene quando si siede al pianoforte: The River, Tougher Than The Rest, Lost In The Flood e Wreck On The Highway - questa al piano elettrico - suonano convincenti e forti come non mai, celebrando quei cantori della notte a cui, ma nessuno se lo ricorda più, per un paio di album era appartenuto anche Springsteen, prima di fuggire sulla thunder road, e cioè i Tom Waits, i Jackson Browne e gli Elliott Murphy, i cui fantasmi vengono evocati in modo fascinosissimo.

La catarsi avviene alla fine, quando seduto su uno sgabello, la gente ormai in piedi attaccata al palco, il grande Forum sfuma e si stempera in un piccolo club; anche il volto di Bruce sembra trasfigurato e non appartenergli più. Al suo posto è il pugile stesso di cui si canta nella intensità da capogiro di The Hitter. Poco importa che Springsteen ceda alla simpatica cialtroneria di una Ramrod francamente evitabile, così come poco importa che Lonesome Day o The Rising perdano in veste solitaria tutta la ricchezza e la forza che possedevano su disco: il miracolo di The Hitter si compie di nuovo con Dream Baby Dream, oscura cover dei Suicide che riporta di nuovo il concerto a una dimensione "oltre".

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