Bob Dylan

Modena, Piazza Grande, 27 maggio 2000 - Milano, Palavobis, 28 maggio 2000
Paolo Vites
19 Giugno 2007

Nell’eterno oceano di cambiamenti che è sempre stata la carriera dell’artista americano, le esibizioni italiane di quest’anno potrebbero essere stimate come "il concerto definitivo di Bob Dylan". Nonostante una forma fisica non perfetta (quasi sessanta primavere sulle spalle con quasi quaranta anni di esibizioni continue non sono facili da portare), ben visibile nel modo innaturale di portare la chitarra, e soprattutto nel fastidio con cui al termine di ogni brano se ne disfa almeno per qualche secondo, e nonostante la mancanza totale dell’armonica a Milano (a Modena solo in un paio di pezzi). Ha ricordato quel breve tour europeo (il ’95) in cui suonò una decina di show senza mai prendere in mano la chitarra, solo con il microfono in mano e spesso seduto sulla piattaforma della batteria.

"Concerto definitivo", perché Dylan rivisita i momenti più cari (a lui e al suo pubblico) della sua carriera, arrivando a "battezzare" per la prima volta pagine dimenticate come Country Pie (da Nashville Skyline) che diventa un divertentissimo rock’n’roll, o Tell Me That It Isn’t True (anch’essa da Nashville Skyline) e citando uno per uno classici come Masters Of War, Blowin’ In The Wind, Forever Young, Tambourine Man, Like A Rolling Stone e tante altre.

Definitivo anche per la cura dell’im-postazione vocale: intensa, passionale, curata, ricca di sfumature tipicamente dylaniane come non gli accadeva da lunghissimo tempo a questa parte, segno di una concentrazione e dedizione totale al repertorio. Repertorio che, se a Modena è privo di grandi sorprese, a Milano diventa una cavalcata di emozioni, cambiandone, a parte quattro o cinque brani, completamente la struttura.

È, va detto, anche un concerto pensato per i teatri, e non per i palazzetti o le piazze, perché la prima parte si svolge interamente acustica e richiederebbe l’attenzione che appunto solo un teatro può dare: le perle, qui, comunque, sono una dolcissima To Ramona con un delizioso mandolino di Larry Campbell; Boots Of Spanish Leather assolutamente toccante con tutta la magia dell’antico folksinger del Greenwhich Village, quasi un’ode disperata a una stagione impossibile da dimenticare; Desolation Row, spettrale e anfetaminica e soprattutto cantata in tutta la sua lunghezza come non accadeva dal 1966.

È la parte elettrica quella che però ci fa ancora una volta ricordare di quanto scrisse Bill Flanagan ("Se mai le generazioni future avranno il ricordo di un vero rocker, questi sarà Bob Dylan"). La rilettura hendrixiana, dai forti colori funk di Drifter’s Escape eseguita a Modena è LSD puro, una cavalcata devastante di adrenalina inarrestabile, così come a Milano All Along The Watchtower o la brillantissima resa di Not Fade Away (di Buddy Holly).

Desta sorpresa, infine, vedere come stia letteralmente riscrivendo i brani di Time Out Of Mind nonostante i tre Grammy che questo disco ha fruttato: Can’t Wait è infatti un altro degli highlights: jazzy, dark e sofferta, è pura magia, mentre Cold Irons Bound diventa un voodoo rock con ancora Hendrix nelle vene, con un riff davvero incandescente.

Peccato che gli ottimi Larry Campbell e Charlie Sexton (questa, per la cronaca, è la miglior formazione live di Dylan dai tempi degli Heartbreakers) non abbiano granché spazio, preso com’è Dylan a suonare tutti gli assolo, (nei brani acustici, va detto, in modo alquanto noioso), ma tant’è: questo è il suo show e quello il suo divertimento.

Un tour dunque che è una testimonianza definitiva di quanto Bob Dylan ha scavato nelle pieghe del tempo in una carriera unica nella storia del rock, quasi l’uomo, avvertendo la fatica fisica e l’incipiente vecchiaia, abbia urgenza di consegnare ai posteri tutto in una sera il suo testamento musicale e il suo patrimonio artistico. Che, francamente, nessuno altro potrà mai prendere degnamente in mano.

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