Ben Harper

Roma, Ippodromo delle Capannelle, 24 luglio 2001
Giacomo Giulianelli
17 Maggio 2007

Tappa centrale delle tre date italiane del tour di presentazione dell'ultimo, doppio cd Live From Mars: il pubblico trepidante promette il meglio, e il cielo sereno non è da meno.

Assistere a un concerto di Ben Harper è sempre un immenso piacere, non fosse altro che per quel denso fluire di emozioni che ti coinvolge (e a tratti ti sconvolge) in uno speciale scambio di vibrazioni tra il pubblico e la band e viceversa. Lo sanno bene le migliaia di sostenitori che a Roma (soprattutto dopo certi precedenti deludenti sotto il profilo organizzativo) accol-gono con applausi e ovazioni il cantautore, ormai di molti un vero beniamino.

Insomma, il live set di Ben è qualcosa di imperdibile, anche quando la cornice non è delle migliori: nello spazio allestito all'Ippodromo delle Capannelle l'audio è buono ma si sta un po' stretti.

Dell'allestimento sul palco in-nanzitutto colpisce la sedia centrale, coperta da un colorato e leggero pareo che prean-nuncia qualcosa di magico. Al lato, una folta risma di chitarre (comprese le caratteristiche Weissenborn): Harper le userà quasi tutte nel corso della pur breve serata. Quindi arriva Ben, e con lui i suoi Innocent Criminals: il solito Juan Nelson, imponente bassista simpatico quanto ispirato, David Leach alle percussioni e un nuovo sostituto batterista a completare una sezione ritmica magari un po' enfatica, ma possente come poche altre. Il tren-tunenne songwriter di Claremont, California, seduto con la chitarra in braccio, inizia la sua carrellata di brani, regalando dall'inizio alla fine la sua miscela unica di blues e soul, reggae e gospel, in un misto di impatto e semplicità, aggressività e dolcezza. Certi cavalli di battaglia, come Steel My Kisses e Burn One Down, sono per la liberalizzazione delle droghe leggere. E una manciata di medley, in cia-scuno dei quali Ben è solito inserire un cammeo-dedica ad altrettanti suoi ispiratori e grandi del rock tout court: ecco così affacciarsi il Marley di Get Up Stand Up, agganciata (in apertura) alla bellissima Oppression, lo Stevie Wonder di Superstition e i Led Zeppelin di Whole Lotta Love, in coda alla tiratissima Faded. Poi il titolare esce, lasciando la chitarra a vibrare, sulla sedia. Niente Jah Work o Excuse Me Mr, né le altre solite cover Voodoo Chile e The Drugs Don't Work. Immancabili, invece, alcuni siparietti: l'incursione di Ben sul set delle percussioni (su Steal My Kisses), per esempio, infelice ma abbastanza spiritosa.

Pochi minuti e lui ricompare dal buio, per un paio di canzoni in solitudine, chitarra e voce (una voce da brivido): Another Lonely Day, picco poetico dell'intera produzione, ancora da Fight For Your Mind, e Walk Away, purtroppo unico brano dal suo disco d'esordio. In tutto poco più di un'ora e mezza di concerto, compresi i bis; compresa anche la bellissima Sexual Healing di Marvin Gaye, altra cover cantata dal pubblico fino alla fine, in un coro che dura oltre l'uscita dei musicisti dal palco. E che lascia in bocca un qualcosa di amaro: anche stavolta, a Roma, Ben Harper si è concesso poco.