Antony & The Johnsons

Milano, Conservatorio, 1 aprile 2009
Claudio Todesco
30 Aprile 2009

Antony conquista il pubblico con uno show in equilibrio fra eleganza e leggerezza

Si è scritto che Antony Hegarty è un incrocio fra Nina Simone e Boy George, uno con l’eleganza melodrammatica della prima e l’ironia camp del secondo. È una definizione forse diminutiva per i suoi dischi coi Johnsons, nei quali il passato colorito dell’artista è messo decisamente da parte. È invece un’immagine azzeccata per le esibizioni dal vivo dove s’incontrano ricercatezza e umorismo, sofisticatezza e approssimazione. Ci sono attimi in cui Antony smette di cantare e fissa il vuoto: non sai davvero se stia elaborando qualche pensiero profondo, se stia aspettando lo stato d’animo giusto per continuare a cantare o se ti stia prendendo in giro. È accaduto anche al Conservatorio di Milano nel corso di una serata presentata da Uovo Festival, un concerto imperfetto e trionfale. Introdotto da un’esibizione pretenziosa della ballerina Johanna Constantine, fondatrice con Hegarty una quindicina d’anni fa del gruppo teatrale avantgarde dei Blacklips, lo show è stato accompagnato da applausi calorosi, segno dell’affetto e del culto su cui l’artista può contare oramai anche in Italia. Lui non si tira indietro e “dialoga” col pubblico, introduce alcune canzoni con preamboli amabili e divertenti, rende omaggio a Kazuo Ohno, si sofferma più volte sul tema della natura e sulle conseguenze nefaste che ha avuto su di lui l’educazione cattolica, dice della necessità di far uscire il bambino che è dentro di noi, e di farlo danzare.

E soprattutto canta, canta come sa fare (solo) lui. Nessuna delusione per chi ha amato la sua voce su disco. Anzi, l’esibizione ha naturalezza e intimità che nelle incisioni sono come velate. Il repertorio è quello degli ultimi due album, con qualche estratto dal primo. L’impianto musicale è sciccoso. Su un lato del palco il cantante siede al piano che suona, parole sue, «come la nonna». Lo accompagnano Rob Moose, chitarra acustico (e all’occorrenza violinista) di formazione classica già in studio con Wainwright padre e figlio, e dal vivo con Beth Orton; la violoncellista Julia Kent delle Rasputina; il violinista newyorchese Maxim Moston; Parker Kindred, già batterista di Jeff Buckley. Il mondo, insomma, è quello del cantautorato neoclassico di Rufus e Joan As Police Woman, ma ancora più formale, acustico, scarno. I migliori sono il bassista elettrico Jeff Langston, il cui lavoro è di gran gusto e importante sebbene defilato, e soprattutto Douglas Wieselman. È quest’ultimo l’ingranaggio fondamentale della band: si divide tra chitarra elettrica, violino, clarinetto e sassofono, e sono suoi gli spunti più pregiati. Tanta eleganza è soffocata in pochi brani dal suono ingombrante della batteria: fa bene Kindred per lo più a limitarsi, ad accompagnare restando indietro, a usare le spazzole. L’altro punto debole è lo Steinway & Sons a coda di Hegarty, poco amplificato e suonato senza sentimento, né tecnica. Altri piccoli nei: il cantante dimentica le parole e ricomincia un brano daccapo. Nei bis rovina l’attesissima Hope There’s Someone e ci mette qualche minuto a ritrovare il filo. Ma sa farci e trasforma l’impasse in un siparietto divertente. Alla fine, dopo un paio d’ore, piovono fiori per la star e applausi per i musicisti. Meritati: è stato uno spettacolo in equilibrio fra eleganza e vitalità, fra profondità e leggerezza.

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