Antony & The Johnson + Charles Atlas

Roma, Auditorium Parco della Musica, 31 ottobre 2006
Federico Scoppio
11 Maggio 2007

I vocalizzi del cantante più "trasversale" del decennio e le immagini di un videoartista.
Un'opera lirica del futuro con un grosso neo: l'accompagnamento vistoso, ma poco efficace

Regna l'elegia del trascoloramento nella poetica visionaria e passionale del nuovo spettacolo di Antony, voce di bambino, diavolo, efebo. La sala dell'Auditorium è addobbata per la festa, si tratta di una copruduzione Romaeuropa Festival e Musica per Roma: si abbassano le luci, Antony canta e sembra quasi addormentarsi, invece inizia a raccontare un sogno. C' è uno spettacolo nello spettacolo, in questo Turning, progetto poliforme, visionario. Da un lato c'è la fissità delle parole, del canto e della musica, dall'altro ci si immerge, fisicamente, nelle altre dimensioni concepite dal regista e videoartista Charles Atlas. Si mischia l'esattezza delle immagini alla variabilità delle sfumature interpretative. E lo spettatore si trova in un limbo. Avvolto dal canto di Antony. La performance annuncia un'orchestrazione trascinante, c'è un trio d'archi, piano, basso e percussioni, che sorreggono le evocative melodie vocali di Antony. Poi ci sono le immagini di tredici bellezze newyorchesi i cui ritratti, intimi e ipnotici, vengono catturati da Atlas mentre lentamente si avvicendano sul palco, per essere elaborati e proiettati sulla scena. Sembra un'opera lirica del futuro. C'è un'ombra d'angoscia e smarrimento nello sguardo di Antony, lui è un personaggio vero. Ha una voce blues, a tratti nera; subito dopo il suo è un anelito pop, d'altronde Antony è simulacro della nuova trasversalità. Uomo o donna? Bambino o adulto? Nero o bianco? Non si capisce mai: appena credi di poter rispondere vieni smentito dalla sua ugola malaticcia e androgina. E alla fine tutto torna, tutto è chiaro. È tutto esatto, o inesatto, chi può dirlo: per Antony questa è realtà. Come lo è per Atlas. I due hanno collaborato e spartiscono alcune dimensioni: per celebrare la fine della registrazione di I Am A Bird Now, si sono presentati alla Whitney Biennal di Manhattan con vari spettacoli, spesso sold out, in cui la musica veniva accompagnata dalle videoproiezioni di Charles Atlas. Come d'altronde è sua la paternità di You Are My Sister. È dunque questa forte ambiguità che si risolve in Turning. È tutto vero o tutto posticcio. L'iconografia video, anche. È l'uno e l'altro. È travestimento su tutti i livelli. Non quello pacchiano del glam, neanche quello sfrontato e aggressivo à la Boy George - che pure per Antony è un idolo riconosciuto e anche ospitato - bensì ricreato su nuove coordinate di travestimento: camuffa l'identità, ancor più che l'aspetto. Perché se si dovesse parlare soltanto di musica altro che scomodare giganteschi nomi del calibro di Billie Holiday, Nina Simone o Morrissey, Lou Reed, Nick Cave e qualche altro maledetto: bisognerebbe raccontare quanto sia poco seducente il pop da camera, così vistoso ma poco efficace. Ma anche quella del travestimento, del non spiegare sempre tutto, di lasciare spazio all'immaginazione personale è un'arte, e trascina qualcosa di innovativo. Allora Antony è un artista, anche se i suoi spettacoli multimediali non hanno un appeal avvenente. C'è poco da fare.

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