Ani DiFranco

Nonantola, Milano, Firenze e Roma, 1-3-4-5 Dicembre 2001
Rossella Bottone
17 Maggio 2007

L'hanno definita little folk singer. E che sia 'little', Ani DiFranco, non c'è dubbio. Lei: un metro e neanche sessanta centimetri di energia e passione. Fin quando non la si vede su un palco non si può immaginare quanto una statura tanto minuta sappia riempire la scena e prenderne possesso in modo così empatico. Che sia folk lo si nota dai testi che scrive, quanto dal suo approccio con il pubblico. Schietta, pungente, autoironica: ha una comunicativa davanti alla quale è difficile restare indifferenti, anche quando l'americano non è la lingua madre di chi l'ascolta. Sul 'singer', poi, c'è poco da discutere. In undici anni di attività ha plasmato quella che era una voce acerba e limitata elevandola ad un livello di padronanza tecnica ed espressiva sor-prendente. Ma Ani DiFranco è qualcosa di più che una cantante che sa fare il suo mestiere, è qualcosa di più che una chitarrista dalla tecnica e la creatività invidiabili, qualcosa di più di quello che traspare dalle sue incisioni in studio: è un animale da palcoscenico. E le quattro date italiane del suo tour invernale sono state l'occasione per averne l'ennesima conferma.

Il freakshow ha attraversato la penisola, dalla nebbia padana agli ingorghi del grande raccordo anulare capitolino, facendo tappa a Nonantola (Vox), Milano (Rolling Stone), Firenze (Tenax) e Roma (Palacisalfa). Sul palco, ad affiancare la DiFranco, l'affiatata band consolidata già da un paio d'anni, e il nuovo acquisto Ravi Best alla tromba. Insieme a loro, la little folk singer ha offerto quattro show di notevole qualità, proponendo ogni sera una scaletta diversa, attingendo diffusa-mente dal suo vasto e vario repertorio e rivisitandolo (come ama fare da qualche tempo) in chiave funk e jazz. Accanto ai pezzi già noti hanno trovato spazio anche alcune canzoni inedite, tra le quali la bizzarra Oh My My, successione di curiose dissonanze che ha offerto alla chitarrista di Buffalo l'occasione di cimentarsi al piano, divertita e divertente in un ruolo inconsueto per gli spettatori italiani. In quattro serate, Ani ha cantato la passione e il risentimento, la fiducia e la disillusione, la combattività e la resa, la vivacità e l'introspezione, la protesta e lo smarrimento, e di volta in volta lei era ciò che cantava, con una capacità di immedesimazione così marcata e vera, rara. Non è semplice descrivere a chi non l'ha mai vista suonare a due metri di distanza quanto e cosa lei riesca a trasmettere. O raccontare l'intensità di Tamburitza Lingua a Modena, quando la DiFranco ha lasciato la chitarra per scandirne la metrica ipnotica, rapita dalle sue stesse parole; la suggestività di Imagine That a Milano, eseguita come da un mimo dotato di parola che ad ogni verso accompagnava un gesto e ne materializzava la poesia; la grinta di Jukebox a Firenze, suonata in quel suo modo viscerale, danzando e scuotendo i dreadlocks; la solarità di Both Hands e Fire Door a Roma, stravolte in arrangiamenti che ne hanno svelato una bellezza nuova.

Energia e passione sono il binomio perfetto per definire l'artista Ani DiFranco così come il suo live act. Non è necessario conoscere il suo repertorio per tornarsene a casa soddisfatti.

La complicità e la versatilità della sua band, la sua spiccata attitudine all'improvvisazione e all'interazione giocosa con il pubblico riescono a conferire ad ogni spettacolo una propria singolarità. E seguendola nelle varie date si acquista consapevolezza di quanto il livello qualitativo delle performance resti costante e alto, e di quanto, invece, l'o-smosi emotiva tra palco e sala sia can-giante a seconda delle ambientazioni. Tra i quattro concerti italiani, quello di Milano e (ancor di più) quello di Roma sono stati i più densi di intesa tra pubblico e band. Il calore degli spettatori romani ha inciso in modo particolarmente favorevole sul mood dei musicisti tanto da strappare alla DiFranco (rilassata e loquace più che in precedenza) una Gravel fuori programma, e alla tastierista Julie Wolf un crowdsurfing altrettanto inaspettato. Peccato per chi non c'era. Ma il freakshow promette di tornare presto.