AC/DC

Assago (MI), Forum, 19 marzo 2009
Claudio Todesco
31 Marzo 2009

Uno spettacolone, al crocevia tra hard brutale e rock giganteo, con un repertorio infallibile. Da vedere

Può essere brutto un concerto in cui persino una gigantesca bambola gonfiabile batte il tempo col piede? Attesi da otto anni, gli AC/DC sono tornati in Italia sull’onda di uno status crescente, di un interesse che al posto di calare aumenta, di un culto che oramai va oltre gli appassionati di hard rock. Sono arrivati con uno spettacolo praticamente perfetto, che da cinque mesi ripetono come un rito una sera sì e una sera no. È un copione ripetitivo, ma assolutamente funzionale allo show proposto. La musica è basata per l’80% sui classici, con quattro estratti da Black Ice di cui uno, l’iniziale Rock’n’Roll Train, è probabilmente destinato a entrare tra i must degli australiani. Ha dello stupefacente il modo in cui due ore di spettacolo sono rette da canzoni dallo schema ripetitivo: il suono è quello (e Angus cambia raramente chitarra: forse la Gibson SG gliel’accorda segretamente il demonio), la struttura dei pezzi è sempre quella, la fantasia limitata. Eppure è grande rock che nella sua apparente semplicità riesce ad essere vibrante: merito tra le altre cose dello strepitoso repertorio di riff che la banda si porta appresso, del modo in cui Angus riesce a far parlare lo strumento.

È vero che occasionalmente i pezzi mostrano la loro età, ma il sapore complessivo non è quello del revival retrò: è quello dei classici. Gli AC/DC, poi, suonano anche con i vuoti: nei momenti migliori non saturano le canzoni, ma lasciano che i riff e back up abbiano spazio per respirare. Brian Johnson, poi, è in gran forma e quando tira fuori tutta la voce per The Jack fa anche intendere di poter cantare il blues con grande padronanza e potenza espressiva: giusto nel finale la sua performance cala, con l’aumento del sudore di Angus. La tensione si placa nella parte centrale dello spettacolo in cui anche i 12 mila – che, dicono, hanno decretato il sold out in 50 minuti – sembrano momentaneamente appagati. Lo spettacolo è assicurato anche dalla scenografia con un’enorme locomotiva fumante che si materializza sul palco dopo un esilarante cartoon introduttivo. Gli schermi – di quello centrale scomponibile – rimandano animazioni e, per chi è lontano, le immagini di quel che accade sul palco. Una lunga passerella s’allunga penetrando la platea. È roba di altissimo livello, giusto un grado sotto i sogni giganteschi di Pink Floyd, U2 e Rolling Stones: la mano è quella, essendo coinvolto tra gli altri Mark Fisher. L’immaginario oscilla tra quello bellico e quello sessuale: si gioca anche con un po’ di volgarità, ma l’effetto non è pacchiano ma stemperato dall’ironia. Ecco, gli AC/DC del Black Ice Tour stanno al crocevia tra l’hard brutale, quello che per sua stessa natura rifiuta ogni pretenziosità, e il rock spettacolare, pensato su misura dei palasport, quello che comunica con la musica, ma anche con la scenografia, le trovate, i siparietti. E sapete cosa? Funziona. In quanto al maledettismo, al satanismo, a vederli oggi, trent’anni dopo Highway To Hell, gli AC/DC fanno lo stesso effetto dei Rolling Stones: gli ammiccamenti al sesso, alla volontà di potenza, al satanismo sono funzionali allo status di icona del gruppo e sono presentati in una cornice leggera, autoironica. C’è qualcosa di fumettistico negli AC/DC di Black Ice, un fatto che rende fuori luogo ogni discorso sulla “pericolosità” di questa musica, di questi messaggi. Ecco allora i riti di sempre: la campana di Hell’s Bells calata dall’alto, con Johnson che s’appende al batacchio come un Quasimodo che ha bevuto qualche birra di troppo; lo spogliarello che durante The Jack lascia il chitarrista in mutande, col logo del gruppo sulle chiappe; la bambola cicciona e maggiorata di Whole Lotta Rosie; l’assolo strepitoso di Angus (grande suono, la sua SG) su Let There Be Rock da una piattaforma circolare che lo innalza sopra il pubblico. Dopo i bis, Highway To Hell e il saluto a colpi di cannone di For Those About To Rock.
Si esce dal Forum storditi dal rumore, con la certezza di avere visto uno dei grandi gruppi rock ancora in attività. Chi l’avesse perso può cercare di intercettarlo durante il tour all’aperto che tra maggio e giugno toccherà l’Europa dall’Austria in su. Vale la pena. Pure Rosie, cavalcando la locomotiva, teneva il tempo.
Claudio Todesco