AC/DC

Giorni di tuono
Maurizio De Paola
02 Marzo 2009
UN TRENO ROCK'N'ROLL
Ecco quel che (probabilmente) vedremo a Milano
IL TOCCO DI BRENDAN
Il ruolo del produttore nel successo di “Black Ice”
WE SALUTE YOU
Libri biografici e dischi tributo
DICONO DI SE'
I concerti, la "poetica", la musica, lo stile di vita
CLONI E SEGUACI
Un'eredità trasversale e duratura
ROBA DA MUSEO
A Londra una mostra dedicata agli australiani
Due concerti in Italia a marzo, attesissimi e sold out in pochi minuti.
Un nuovo album primo in classifica in 29 paesi del mondo. Dieci milioni di dischi venduti solo nel 2008, contando anche il catalogo. Un’influenza determinante su generazioni di musicisti. È chiaro: gli AC/DC sono oramai parte integrante della storia del rock.Qui spieghiamo il perché. 
E ora bisogna trovar loro un posto nell’olimpo del rock. Non che già non ce l’avessero, questo è chiaro. Gli AC/DC hanno dalla loro una forza storica immane, fatta di 150 milioni di dischi venduti e tour che da almeno venticinque anni si svolgono regolarmente negli stadi stracolmi di tutto il mondo e nelle arene più grandi. Però negli ultimi tempi qualcosa è cambiato e gli AC/DC non sono più “solo” una delle band di maggior successo nella storia dell’hard rock (giusto Metallica e Iron Maiden possono vantare lo stesso profilo e impatto commerciale in ambito hard & heavy), ma dei maître à penser del rock che per troppo tempo sono stati ingiustamente e in maniera miope sottovalutati dalla critica non specializzata, da chi pensava che il loro impatto sull’intera musica rock mondiale non fosse dello stesso livello (quantitativo e qualitativo) di Beatles, Led Zeppelin, Rolling Stones, Pink Floyd, Genesis e Bob Dylan, giusto per fare qualche esempio. E invece la loro influenza è stata (ed è) enorme, incalcolabile, quasi totalizzante in certi ambiti underground. Gli AC/DC hanno fatto loro un registro sonoro, incarnandolo a tal punto da dare l’impressione di averlo inventato. Per certi versi, hanno rappresentato e continuano a rappresentare la quintessenza del rock senza compromessi, quello spirito elementare della musica ribelle che sopravvive anche agli anni dei suoi sacerdoti e alle ali mortifere del business. In questo nuovo millennio, quando nuovi eroi della musica (rock, pop, country, world, nu soul, ecc) sono venuti alla ribalta e hanno cominciato a rilasciare interviste per un pubblico sempre più numeroso, si è sovente scoperto che gli AC/DC sono stati tra i numi ispiratori, tra i primi fornitori di brani per gli incerti inizi musicali. Così, si scopre che gli AC/DC, tra tutte le grandi band della storia, sono il gruppo che può vantare più musicisti dilettanti tra i propri sostenitori, intere legioni di fan duri e puri che ne hanno diffuso il verbo e i dischi anche quando le radio si rifiutavano di mandarli in onda (soprattutto in America) e i video erano regolarmente banditi dalla programmazione di Mtv. Un esercito di divulgatori dell’AC/DC-pensiero che ha funzionato più di mille uffici marketing.
35 anni di classici
In pochissimi anni hanno scritto più canzoni di successo di qualunque altra band. Nel periodo tra il 1977 e il 1980 hanno impresso un nuovo vocabolario al mondo del rock con due mosse che hanno spiazzato la critica ed esaltato i fan. Due promesse sbandierate in lungo e in largo e ampiamente mantenute: non utilizzare mai una tastiera e non comporre mai una ballad. Nonostante un sound canonico e tradizionale, quindi, gli AC/DC, nella fase cruciale della loro parabola, si sono elevati a difensori dell’oltranzismo rock, a custodi delle sacre leggi della chitarra distorta e a sfregiatori della canzone d’amore, del sentimentalismo pop e dell’ammorbidimento commerciale. Grezzi provinciali australiani, arrivano in Inghilterra a riportare sulla retta via i binari di un rock che si sta perdendo tra citazioni letterarie incomprensibili, grandeur progressive prive di fisicità e continue elargizioni al glamour estetico e pacchiano. Forse anche più dei Sex Pistols, gli AC/DC riportano la barra a dritta e raccolgono l’entusiasmo del pubblico in maniera fanatica, come sacerdoti di un ritrovato culto dionisiaco del rock.
Basti pensare che la band ha una set list talmente piena di classici che dal vivo l’unico brano che suonano post 1982 è Thunderstruck (oltre, ovviamente, a due o tre pezzi tratti dall’ultimo album). Se si esclude Back In Black, addirittura solo due pezzi dell’epoca Brian Johnson risultano avere lo stesso posto delle hit degli anni 70: For Those About To Rock e la già citata Thunderstruck. Ma un posto a parte nella loro discografia lo merita sicuramente Back In Black, l’apoteosi del nero degli AC/DC che è uno dei cinque o sei album più venduti della storia del rock (le statistiche parlano di una cifra intorno ai 50 milioni di copie vendute nel mondo) e che ancora oggi è la vera architrave del successo planetario della band. Un album rock assolutamente perfetto, selvaggio, rumoroso e a tratti demoniaco, intriso di un’atmosfera epilettica che Brian Johnson si trova tra le mani quasi senza volerlo, ma riuscendo a reggere benissimo, con le sue spalle forti, la pesantissima eredità di Bon Scott. È l’album che contiene, tra molti classici da concerto, You Shook Me All Night Long, pezzo che più di ogni altro ha fatto uscire gli AC/DC dal ghetto dell’hard rock/heavy metal per farli entrare nel mondo della canzone popolare. Negli Stati Uniti il brano è entrato nel repertorio di centinaia di artisti di ogni estrazione musicale e viene regolarmente suonato alle feste, ai matrimoni, nei casinò e nei varietà televisivi. Molti musicisti lo trovano un ottimo espediente per finire i concerti in allegria e/o rendere memorabili le proprie esibizioni. Un classico dei classici che è (ri)finito in classifica anche quando non è stato pubblicato, come quando nel 2000 fu suonato da Celine Dion e Anastacia nel programma Divas del canale VH1. L’hanno inserito nel proprio repertorio live anche Phish, Kid Rock, Melissa Etheridge, Tori Amos, Shania Twain, la stella del country Kenny Chesney (in duetto con Gretchen Wilson), Kelly Clarkson e molti altri, per non parlare delle parodie e delle versioni jazz, lounge, rap e così via. Ironia della sorte: il titolo You Shook Me All Night Long gli AC/DC lo “rubarono” ai Led Zeppelin, che ripetevano ossessivamente questo ritornello nella celeberrima You Shook Me (cover di Willie Dixon).
Il rock perfetto?
Gli AC/DC non fanno hard rock: sono l’hard rock. Sono una filosofia di vita, un’espressione dell’istinto primordiale (ma nient’affatto banale) che alberga in tutti noi, irresistibilmente attratto dai 4/4, ora marziali, ora epilettici, ora gigioni della formazione australiana. Tre sono i momenti fondamentali del culto AC/DC: gli arrangiamenti, le intro e i riff.
Gli AC/DC sono sempre stati dei veri e propri maghi degli arrangiamenti. Il più stupido e falso luogo comune che ha circolato per anni su di loro riguardava la presunta rozzezza sonora, il minimalismo compositivo. Si tratta di un giudizio che risente di una concezione superficiale della musica hard rock e che è durato per anni, prima di venir spazzato via dall’evidenza. Le armonizzazioni ritmiche degli AC/DC, frutto della grande coesione e sapienza del duo Malcolm Young-Cliff Williams, sanno come “far sentire” tutti gli strumenti e far risultare ogni brano del gruppo apparentemente diverso da qualsiasi altro, pur utilizzando i medesimi registri sonori che costituiscono l’inconfondibile marchio di fabbrica. Un esempio mostruoso di questo è It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock’n’Roll), vero estremismo sonoro: una canzone costruita con un solo accordo (uno solo!) e che ha anche un senso, che suona sempre come un vero pezzo rock, non una sperimentazione.
L’introduzione è il secondo pilastro del poderoso impatto sonoro della band. Loro sono dei veri maestri dell’intro, che spesso costituisce la spina dorsale del brano. Tantissimi loro pezzi iniziano con lunghi crescendo che esplodono solo dopo molto tempo, quando la tensione dell’ascolto è allo spasimo. Brani come Squealer, T.N.T., For Those About To Rock, Hell’s Bells o Thunderstruck (solo per citarne alcuni) vivono sorretti da quell’incredibile iniziazione energetica in crescendo che è la loro parte iniziale, riconosciuta subito dal pubblico e accompagnata fino al momento del climax (quando finalmente tutti gli strumenti entrano in azione all’unisono) con una partecipazione emotiva totale. Un segreto che solo i Def Leppard hanno saputo svelare e fare proprio con altrettanta maestria.
E infine c’è il riff, il terzo segreto degli AC/DC. La band lo ha trasformato in una scienza, capace di generare sorprese manipolando sempre gli stessi accordi. Whole Lotta Rosie, Let There Be Rock, Dirty Deeds Done Dirt Cheap e la celebrazione della vita selvaggia di Highway To Hell ne sono gli esempi più clamorosi e fulgidi. Let There Be Rock esemplifica ancor di più questo schema, con un riff che è una frustata, un ritmo che sa di crisi epilettica e che scatena danze sfrenate nel pubblico, rapito dall’estasi di un rock allo stato brado, primordiale come la voce belluina di Bon Scott (e poi di Brian Johnson) che ne dirige il sabba orgiastico.
Catarsi live
Gli AC/DC hanno costruito dal vivo il proprio mito attraverso esibizioni che non sono mai stati semplici concerti rock, per quanto intensi e coinvolgenti. Gli show degli AC/DC erano (e in parte lo sono rimasti ancora) dei baccanali pagani in cui c’è identificazione totale tra pubblico e band. Band che trova la sua naturale collocazione nei grandi festival con decine di migliaia di persone; più grandi sono le arene e gli stadi, più il rock possente della band acquista forza, con gli anthem storici che vengono ripetuti in coro dal pubblico con forza sempre crescente. Scenografie impressionanti che virano verso il gigantismo di anno in anno contribuiscono a dare il senso della possenza, dell’uragano sonoro che si sta per abbattere sulla platea, anche se ciò contribuisce a dare alla band (secondo alcuni fan della prima ora) forme sempre più circensi e meno “pericolose”. Ma è un dettaglio che svanisce nell’orizzonte da kolossal rock che la band australiana costruisce in ogni tour.
Negli anni 80, il nome degli AC/DC viene spesso accostato a quello di grandi festival itineranti come il Monsters Of Rock; due colossi che si sostengono a vicenda e danno vita ad alcuni tra gli eventi più memorabili nella storia del rock. Chi pensa inevitabilmente a Woodstock come il grande raduno per eccellenza, dovrebbe vedersi le immagini degli AC/DC al Monsters del 1991 a Mosca (700 mila spettatori), tra l’altro funestato anche da sanguinosi incidenti tra polizia e dimostranti. Oppure del Rock In Rio del 1985, quando mezzo milione di persone si radunarono nella Cidade Do Rock per assistere al tentativo della band di battere il record del “rumore” attaccando una Hell’s Bells a 138 decibel (con tanto di campana fatta costruire a modello della celebre Zarina di Mosca, anche se ovviamente molto meno pesante). Band che si esalta di fronte alle grandi platee e le grandi platee si esaltano all’ingresso sul palco degli AC/DC. Un connubio che funziona sempre e la cui efficacia è direttamente proporzionale al numero di spettatori presenti.
Il segreto? Molti segreti, ma il più evidente e noto non può che essere la straordinaria, unica e inimitabile personalità di Angus Young, un musicista (ma chiamarlo così è semplicemente riduttivo) che – per qualche motivo misterioso – non è mai stato incluso nelle liste e nelle classifiche dei chitarristi più tecnici e virtuosi di tutti i tempi. E neanche di quelli più importanti, nonostante abbia fatto da nume tutelare a migliaia (per non dire milioni) di suoi seguaci sonori. La famigerata classifica dei 100 migliori chitarristi di tutti i tempi pubblicata da Rolling Stone nel 2003 lo vedeva solo al 96° posto, dietro a gente come Jack Frusciante (18°), John Cipollina (32°) e Eddie Hazel (43°) e finanche dietro Kevin Shields dei My Bloody Valentine, piazzatosi (secondo i redattori della rivista americana) al 95° posto. Una classifica palesemente ridicola che però non ha scomposto nessuno più di tanto. D’altronde, i fan di Angus Young non ce lo hanno mai voluto in nessun genere di competizione con altri chitarristi, dicendo semplicemente, ma in maniera perentoria, che «Angus Young non è un chitarrista. È la chitarra».
L’identificazione tra Young e la sua Gibson SG Diavoletto è sempre stato corporale, fisica, fatta di un sistema circolatorio comune. Quando la imbraccia ed entra sul palco, il pubblico avverte che quell’entità uomo-strumento è un unico essere, uno spirito capace di assoli di altissimo virtuosismo, un demone che non può essere catalogato perché sembra provenire dall’essenza stessa del rock. E allora Angus Young rimane sempre splendidamente fuori concorso, perennemente avvolto in quella uniforme da scolaretto suggeritagli dalla sorella prima di andare alle prove in un’estate dei primi anni 70: l’emblema estetico di un rock primordiale che unisce esteticamente e ideologicamente operai, contadini, intellettuali e studenti. Neanche Mao ci è mai riuscito. Un concerto degli AC/DC si regge su una miriade di classici e alcuni momenti di vera e propria catarsi collettiva, Basti citare la lunga The Jack, vero capolavoro di avanspettacolo rock, uno strascicato e volgare blues del 1975 che divide ancora oggi i fan sul suo significato. Più che una canzone, una narrazione teatrale da camionista ubriaco in vena di confessioni che Bon Scott sapeva interpretare con assoluta credibilità (forse perché interpretava se stesso), ipnotizzando il pubblico come un cabarettista consumato. «She’s got the Jack!» urla nel ritornello, dopo una sveltina consumata in qualche luogo sordido e l’imbarazzante scoperta... lo scolo? Un pene? Non si saprà mai se nelle memorie di Scott c’era una malattia venerea o la scoperta di aver fatto sesso con un travestito. Oppure Whole Lotta Rosie, un incendiario inno alle BBW, ovvero alle «big beautiful women», insomma alle cicce che fanno sesso con la foga di ninfomani, con un inizio che sembra il rabbioso assalto di cani da combattimento tenuti a freno da guinzagli di ferro. Poi i lacci vengono sciolti e il pogo esplode in platea.
Nel finale arriva Highway To Hell (forse il riff più potente e conosciuto nella storia del rock insieme a quelli di Smoke On The Water dei Deep Purple e Satisfaction dei Rolling Stones) a dare le chiosa al baccanale, ma è una finta. Perché subito dopo appaiono i cannoni a sancire la vera fine dello show: sagome enormi e impressionanti che si stagliano sullo sfondo, a voler testimoniare che gli AC/DC sono l’artiglieria pesante del rock, quella che si mette in campo quando si vuole vincere veramente la guerra. For Those About To Rock, per i neofiti del rock, o qualcosa del genere... gli AC/DC danno il benvenuto ai nuovi discepoli del rock duro con un brano che inizia lentamente, pizzicato su un accordo nervoso che fa da lunghissima intro a una serie di esplosioni rallentate, minacciose come una tempesta che arriva da lontano e diventa sempre più forte.
Il loro mito passa anche da qui, da quelle cannonate che vengono accompagnate dai boati sempre più forti del pubblico, al comando imperioso di Brian Johnson: «Fire!».
Dalla parte del demonio
Però, nonostante le decine di milioni di copie vendute e l’impressionante seguito live di cui la band ha goduto sin dalla fine degli anni 70, gli AC/DC non si sono mai visti riconoscere, se non in tempi recenti, il ruolo di band leader del rock mondiale, quasi come se la loro presenza ai vertici delle classifiche di tutto il mondo fosse uno spiacevole equivoco, un segno della crisi dei tempi o del declino dell’industria discografica. Non c’è da meravigliarsi: tale sorte è toccata all’intero movimento hard rock/heavy metal per tutti gli anni 80 e 90, e solo da pochi anni si assiste alla santificazione tardiva e massiccia dei suoi eroi che, a dispetto di tutte le mode effimere degli ultimi venti anni, continuano a mantenere un pubblico fedele e invidiabile e a rappresentare meglio di chiunque altro le contraddizioni, il declino e le apocalissi collettive e individuali della società moderna.
Ma sugli AC/DC ha gravato un’altra forma di ostracismo e di boicottaggio, specialmente negli Stati Uniti, dove negli anni 80 sono stati il bersaglio preferito (insieme a Judas Priest, Ozzy Osbourne, Wasp e Mötley Crüe) delle foghe censorie di moralisti e predicatori fanatici. Per chi oggi li vede come un’istituzione bonaria del rock di tutti i tempi, non bisogna mai dimenticare che sono stati considerati una delle band più pericolose di sempre. Sì, pericolosi, perversi, ispiratori di gesta criminali e dichiarati alleati di Satana: questa era la convinzione di una pletora di censori moralisti (Parents Music Resource Center in testa) che odiava sinceramente la band e tutto ciò che rappresentava. Come e più dei Led Zeppelin, su di loro fiorivano le leggende “nere”, corroborate dalla tragica morte di Bon Scott, episodio su cui si scrisse tutto e il contrario di tutto. Non solo nessuno degli AC/DC smentisce le leggende, ma la band rincara la dose appena può. Il riff sfregiante di Highway To Hell accompagna Bon Scott che urla di aver pagato il suo debito a Satana («Hey Satan, payed my dues / Playing in a rockin’ band») svolgendo servizio attivo nell’esercito del rock duro, di cui è generalissimo. Dopo la sua caduta sul campo (morto di congestione il 19 febbraio 1980, forse dopo un rito orgiastico, un party animalesco andato male... nessuno lo saprà mai), la band gli rende omaggio con quello che probabilmente è il più grande e conosciuto inno satanico di tutti i tempi, che apre anche Back In Black, l’album del trionfo nero degli AC/DC. Le campane che suonano a morto: così inizia Hell’s Bells che a sua volta fa da porta d’ingresso verso l’abisso dell’album. In quell’invocazione satanica ci sono gli AC/DC che hanno deciso di rompere gli indugi e non lasciare messaggi subliminali sulle tracce dei vinili incise al contrario (come sostenevano i censori americani nei riguardi di Led Zeppelin, Beatles e Eagles), ma di scriverle nel verso giusto, leggibili e chiare per tutti: «Ti darò nere sensazioni lungo la spina dorsale / Se sei un adepto del Male, sei mio amico / Guarda il lampo della mia luce bianca mentre squarcia la notte / Perché se il Bene è a sinistra / Io giro a destra / Non faccio prigionieri / Non risparmio nessuna vita / Nessuno mi ostacola / Suono la mia campana / Ti porterò all’Inferno / Ti sto venendo a prendere / Satana ti prende».
Per qualcuno è troppo. Così, nel 1981 i seguaci del reverendo Bob Jones indicono una grande manifestazione a Salt Lake City al culmine della quale vengono bruciate su un rogo copie del gioco Dungeons & Dragons e di Back In Black degli AC/DC, ritenuti i più potenti veicoli di diffusione di occultismo e satanismo tra la morigerata gioventù americana del periodo. La band australiana ha un particolare flirt col Diavolo e l’Inferno, sebbene ogni tanto si diverta a smentire senza troppa convinzione, in maniera gigionesca. Dichiarano che, per loro, Satana non è altri che un gran compagno di bevute e di serate divertenti, una donnina facile che ti induce in tentazione e poi ti chiede una piccola mancia dopo una notte di sesso. Hell Ain’t A Bad Place To Be...
Tra il 1981 e il 1987, molte radio e canali televisivi americani si rifiutano di trasmettere la musica degli AC/DC, anche perché a suggellare la loro immagine satanica ci ha pensato nel frattempo un feroce assassino: Richard Ramirez, il «mostro della California» o anche conosciuto come Night Stalker, titolo ripreso da Night Prowler (1979), il brano con cui Ramirez sosteneva di preparasi per le sue imprese assassine (tra il 1984 e il 1985 uccise 13 donne in California) e che considerava un vero messaggio di Satana inviatogli tramite gli AC/DC. Ma la band si lascia letteralmente scivolare tutto addosso e Angus Young non rinuncia mai alle sue corna da piccolo demone durante lo show. Quello che, poco alla volta, fa in modo che questa veste nera venga accantonata è il proliferare all’inizio degli anni 90 di band ben più sataniste e infernali tra gli Stati Uniti e il Nord Europa. Il black metal imperversa e i suoi protagonisti non sono più solo cattivi maestri ma entrano in prima persona nella cronaca nera, come Burzum e Mayhem. Così, piano piano, gli AC/DC smettono di essere una band pericolosa e diventano solo una band eccezionale.
Storia di tre cantanti
Non si costruisce nessun mito senza nessun grande cantante, così come nessuna squadra di calcio diventa veramente grande se davanti non ha nessun campione che la mette dentro ad ogni partita. Bon Scott resta il prototipo fisico del vocalist hard rock, la versione in carne e ossa di uno spirito che trasuda forza a ogni movimento, a ogni urlo, capace di ipnotizzare le platee con un carisma animale probabilmente senza paragoni nella lunga storia del rock. Ma se Scott è l’architrave del mito AC/DC, dopo di lui quello che ha guidato la nave per quasi trent’anni di avventure e tempeste è un rozzo urlatore scozzese che ha saputo vincere tutte le diffidenze. E non furono poche in quel 1980, quando Brian Johnson venne annunciato come nuovo cantante degli AC/DC. La delusione dei fan della prima ora fu enorme. In molti pensarono a uno scioglimento dopo la morte di Bon Scott, ritenuto unico e insostituibile. E invece Brian Johnson è riuscito a traghettare la band verso il periodo più glorioso della propria carriera, pur essendo inferiore a Scott in tutto. In tutto tranne che nella simpatia e nell’autoironia. Dopo pochi giorni che era nel gruppo, parlando della sua ex band, i Geordie, disse con immenso candore e ingenuità: «Non avevamo niente di speciale, tranne il fatto di amare tutti la stessa birra. Quando è fallito il produttore di quella birra, ci siamo sciolti».
Vero prototipo di camionista amante della buona tavola e del vino, con la sua voce stridula e giullaresca Johnson ha evitato con cura ogni confronto con il suo illustre e immenso predecessore, portando lentamente il gruppo a una dimensione che in fondo gli somiglia: grossolanamente sexy e ingenuamente caciarona, lontano chilometri dall’archetipo di rockstar irraggiungibile e presuntuosa che affollava le cronache degli anni 70 e 80 (ma mai quelle riguardanti gli AC/DC, sia con Bon Scott sia con Brian Johnson). Se gli AC/DC sono stati una band di popolo dagli anni 80 in poi, lo devono soprattutto a questo irresistibile istrione da megapalco rock.
Ma ben prima di Bon Scott e Brian Johnson, vale la pena citare un altro personaggio, quello più triste e sfortunato della saga AC/DC. Dave Evans è stato il primo cantante della band, quello che se ne è andato sbattendo la porta nel 1974 dicendo il classico «tanto siete un branco di falliti e non andrete da nessuna parte» e facendosi rimpiazzare da Scott, che all’epoca noleggiava il suo furgoncino alla band per gli spostamenti nei club. Le cronache dicono che uscì dalla band dopo aver aggredito Danny Laughlin, manager del gruppo che, tra l’altro, era già ben avviato nelle classifiche australiane con il singolo Can I Sit Next To You Girl?. Dopo aver tentato in tutti i modi di ricostruirsi una carriera, da anni va in giro cantando i vecchi pezzi degli AC/DC a cui (secondo lui) avrebbe contribuito in chiave compositiva. Condannato alla maledizione eterna dell’ex: Pete Best e Chris Dreja ne sanno qualcosa.