2001 ODISSEA ROCK

Viaggio nei 100 luoghi che hanno fatto grande la storia del rock
Roberto Caselli, Gian Paolo Giabini, Paolo Vites, Monica Melissano
15 Giugno 2007

Guide Rock
Rock'n'Roll Of Fame And Museum
Chelsea Hotel
Sweet Home Alabama
Sun Records
Blueberry Hill And Walk Of Fame
Californication
924 Gilman
Sulle tracce di Jim Morrison
Experience Music Project
London Calling
Camden Town
Irish Heartbeat
Temple Bar
20 canzoni da ascoltare pensando ai luoghi cult di America e Inghilterra

La musica è spesso associata a immagini. E le immagini a luoghi. Luoghi a volte remoti, quasi sempre fuori dai percorsi consueti, ma che sono stati testimoni di fatti, episodi, aneddoti e leggende decisive nella storia del rock.

Ne abbiamo selezionati 100, dando la priorità a quelli tuttora esistenti (e quindi visitabili) il cui nome provoca ancora oggi forti suggestioni ed intense emozioni ad ogni vero appassionato. Li abbiamo raggruppati e ordinati geograficamente seguendo cinque itinerari di viaggio: Centro/Nord, Sud e West Coast degli Stati Uniti, Inghilterra e Irlanda.

Attraverso questi tragitti sonori, avrete la possibilità di ripercorrere in modo divertente e fantasioso le tappe principali della storia del rock. I più fortunati potranno sperimentare questi percorsi recandosi direttamente in loco; altri (grazie alle nostre indicazioni specifiche) si limiteranno a navigare nella grande rete in una non meno appassionante odissea rock virtuale.

Buon viaggio!

Dirty Boulevard

Sulle orme di Bob Dylan nel Greenwich Village di New York e di Muddy Waters nel South Side di Chicago, dal punk della Bowery alla Minneapolis di Prince passando per la Rock’n’Roll Hall Of Fame di Cleveland

"Il Paese da cui provengo, è chiamato Mid West." Con questi versi, compresi nella sua With God On Our Side, Bob Dylan forniva la sua ‘carta d’identità’, e l’ombra di Dylan è un po’ ovunque in un viaggio musicale che voglia visitare i luoghi famosi che più o meno interessano la costa Est (New York in particolare), le regioni del grande nord e del centro degli Stati Uniti.

A Hibbing piccolo paese sito a pochi chilometri dal confine canadese, nel Minnesota, esiste ancora la casa (2425, 7th Avenue) in cui il giovane Robert Zimermann e famiglia si trasferirono quando aveva sei anni. Bisogna percorre la Third Avenue, poco distante dalla Alice School e si trova la palazzina plurifamigliare in cui la famiglia Zimmerman, proveniente da Duluh, Minne-sota, si trasferì nel 1947. Il più grande dei due figli, Robert, che sarebbe diventato Bob Dylan, imparò qui i primi rudimenti al pianoforte e cominciò a strimpellare la chitarra che aveva ordinato per posta insieme ad un’armonica a bocca.

Sulle orme di Bob Dylan, spostiamoci nella vicina Minneapolis, dove il giovane musicista si trasferì per qualche tempo prima di approdare a New York cominciando a esibirsi nei piccoli club della zona universitaria. Qui si trova il First Avenue And Seventh Street Entry Club (First Avenue: 701 N. 1 Avenue / Seventh Street Entry: 29 N. 7th Street), "un posto dove la gente va ad ascoltare quello che non riesce a sentire alla radio della propria macchina". È stato definito così, da un giornalista di Minneapolis, questo locale, un ex stazione di Greyhound Bus adibita a club, che oggi compie cinquant’anni e che, negli anni Settanta, consacrò il successo di Joe Cocker, e poi diede per primo spazio a gruppi ormai storici dell’alternative rock come gli Hüsker Dü. Un locale che fu set naturale per molte delle riprese di Purple Rain di Prince. Diviso in due parti: dalla First Avenue si entra nella main room, dove ci sono i concerti più importanti, dalla 7th Street si accede alla sala dove suonano i gruppi locali.

Scendendo a sud, nella zona dei Grandi Laghi, ci si fermerà ovviamente a Chicago, la metropoli in cui centinaia di bluesmen provenienti dal profondo sud, all’incirca negli anni Quaranta, si trasferirono in cerca di fortuna. In piena downtown (754, S. Wabash Avenue) c’è il Buddy Guy’s Legends (www.buddyguys.com), il mitico locale aperto da Buddy Guy, il blues club oggi forse più importante di Chicago che propone ogni sera le performance dei migliori bluesmen che passano per la città. Non è neppure raro trovare sulla pedana lo stesso Guy che accompagna qualche musicista. Tra le due parti di un concerto si può bere della buona birra o fare una partita a biliardo. In questo locale sono stati registrati alcuni album fondamentali come l’ultimo live dello stesso Buddy Guy con l’amico armonicista Junior Wells, suo ex partner, poco prima che questi morisse.

Da Chicago, andando a est verso New York, fermiamoci a Detroit, negli anni Sessanta il cuore della black music grazie alla sede che qui vi aveva la leggendaria Motown, casa discografica per eccellenza del soul e del R&B. La sede dell’etichetta e gli studi di registrazione erano, al tempo, siti in un edificio al 2211 di Woodward Avenue. Nel 1972 gli uffici si trasferirono al 2457 della stessa strada, ma gli studi di registrazione rimasero operativi nel vecchio edificio sino al 1988, quando tutta la Motown si trasferì a Hollywood. L’antica sede fu allora trasformata in un museo (http://recordingeq.com/motown.htm), chiamato Hitsville Usa, The Motown Museum, ancora oggi visitabile e che vi permetterà di fare un tuffo in quel periodo d’oro della musica nera, tra gli uffici e gli studi di registrazione.

Bob Dylan giunse finalmente a New York, quando il Greenwich Village era pullulante di folksinger e di club ricchi di musica. Localizzato in pieno Grenwich Village (115 MacDougal Street), il Cafè Wha? (www.cafewha.com) è stato teatro degli esordi del folk revival e in particolare del primo impatto newyorkese del giovane Bob Dylan, arrivato in città, nel 1961, con la ferma intenzione di andare a trovare Woody Guthrie, allora ricoverato al Greystone Hospital. Il gestore Maddy Manny Roth lo fece suonare (la prima apparizione live assoluta di Dylan a New York) e gli procurò, tra il pubblico presente, un posto dove passare la notte. Il bassista degli Animals Chas Chandler, anni dopo, vide qui esibirsi un ancor sconosciuto Jimi Hendrix e lo portò con sé a Londra. Il locale è tutt’oggi in attività, ma vi si esibiscono perlopiù cover band.

Il Gerde’s Folk City (11 W. 4th Street) invece ha chiuso i battenti nei primi anni Novanta, mitico folk club del Village newyorkese fondato dall’italoamericano Mike Porco. Il locale apre nel 1959 come coffee house in cui si suona jazz, ma l’anno seguente cambia scena diventando in breve il folk club più importante degli Stati Uniti. Celebri i suoi lunedì sera nei quali si tenevano le leggendarie hootenanny che videro, tra gli altri, la partecipazione dei giovani Bob Dylan e Joan Baez. Nell’organizzazione ci mise lo zampino il critico musicale del New York Times Robert Shelton. Di fronte è invece sito il Blue Note, uno dei più famosi jazz club di New York.

Se negli anni Sessanta era folk revival, negli anni Settanta a New York esplode il punk di Patti Smith, Ramones e Television. Il cuore di questa scena è nella Bowery, una strada malfamata a sud del Greenwich Village, e qui è il leggendario CBGB & OMFUG (315 Bowery/Bleecker Street, www.cbgb.com). Nasce nel 1973, a New York, per volere di Hilly Kristal (tutt’ora a capo del locale). Il suo nome è acronimo di "Country Bluegrass Blues & Other Music For Urban Gourmets". La storia però ci dice che a prevalere furono le altre musiche per "urban gourmets". E cioè "urban gourmets" come i Television, i Suicide, Patti Smith, Lou Reed, i Ramones, la no wave di Arto Lindsay. Insomma, tutto il gotha della musica rock, dal 1975 fino alla "gioventù sonica" degli anni Novanta. Oggi, un po’ per la concorrenza della Knitting Factory, un po’ per la storia che si porta appresso, rimane un luogo di culto. Ma le cose più interessanti avvengono altrove.

Anche la musica di colore, a New York, ebbe i suoi momenti di gloria. Per questo dovremo fermarci all’Apollo Theatre (253W, 125th Street). Situato in piena Harlem, l’Apollo Theatre è da considerarsi il tempio della black music degli anni Sessanta, periodo in cui il soul stava vivendo il suo periodo d’oro. Qui vi registrò il suo mitico live James Brown e si esibì il meglio della scena R&B. Contrariamente a quanto si crede, l’Apollo nacque come locale per bianchi nel 1914 e solo vent’anni dopo, in seguito all’incalzare del furore jazzistico, aprì le porte a musicisti di ogni razza. Oggi è un po’ in ribasso, ma il nome continua ancora ad attirare interpreti di successo.

Altro teatro di leggendaria importanza è l’Ed Sullivan Theatre (1697 Broadway) che a partire dagli anni Cinquanta ha ospitato lo show dell’omonimo presentatore e a cui hanno partecipato negli anni tutti i più grandi nomi del rock, trasmessi anche televisivamente, come Elvis Presley, Rolling Stones, Beatles e molti altri. Se chiedete a un qualunque musicista americano quale fu l’evento che lo fece decidere a prendere in mano una chitarra, quasi sicuramente vi risponderà aver visto i Beatles all’Ed Sullivan Show. Quel giorno, 50mila teenager si accalcarono alle porte del teatro nella speranza di entrare, e si calcola che oltre 70 milioni di persone negli Stati Uniti assistettero alla trasmissione. Da alcuni anni il teatro, che però si chiama sempre così, ospita la popolarissima trasmissione di Dave Lettermann, a cui partecipano sempre i migliori nomi della scena rock contemporanea.

Ua visitina bisognerà anche farla a quelli che sono considerati i migliori studi di registrazione della città, i Power Station (441 West 53rd Street) che da quando aprirono, nel 1977, hanno visto al suo interno lavorare migliaia di musicisti. Qui Springsteen, ad esempio, registrò gli album The River e Born In The Usa. Co-proprietario degli studi è un certo Toni Bongiovi, parente di quel Jon Bon Jovi che, ragazzino, vene qui a lavorare come aiutante, e cominciò a sognare di diventare una rock star.

E infine lasceremo New York dopo aver pagato tributo alla residenza in cui visse John Lennon. È tragicamente nota perché sul suo portone, alle undici di sera dell’8 dicembre 1980, davanti al Dakota Building (1 W. 72nd Street) dove viveva insieme alla moglie Yoko Ono e al figlio Sean, Lennon viene ammazzato dai colpi di pistola esplosi da uno squilibrato di nome Mark David Chapman. Lennon stava tornando dai Record Plant, gli studi in cui aveva finito di registrare l’album Double Fantasy, uscito alcun settimane prima. Chapman, la mattina dello stesso giorno, si era fatto autografare una copia del nuovo disco.

Nel 1967, nello stesso building, fu girato il film Rosemary’s Baby di Roman Polanski, interpretato da Mia Farrow. La sorella di Mia (Prudence) era stata in India con i Beatles nel periodo in cui i Fab4 seguivano la dottrina del guru Maharishi Mahesh Yogi. A lei Lennon dedicò il brano Dear Prudence, compreso nel White Album dei Beatles.

Proprio di fronte al Dakota un pezzetto del Central Park è stato chiamato Strawberry Fields in onore di Lennon; Yoko ha voluto creare una piccolissima oasi a forma di lacrima che ricordasse il marito e su cui portare fiori in suo ricordo.

A circa mezz’ora di macchina da New York si trova la splendida regione boschiva delle Catskill Mountains, da sempre luogo residenziale per i newyorkesi in villeggiatura, e meta di artisti in cerca di tranquillità. Qui visse per un certo periodo, tra il 1967 e il 1970, Bob Dylan, e qui lo raggiunsero i musicisti che lo avevano accompagnato nel 1966 in uno storico tour mondiale. Il paese è Woodstock, e a pochi chilometri da esso, sorge ancora una piccola casetta rosa (2188 Stoll Road, West Saugerties), famosa con il nome di Big Pink. Situata tra verdi colline, venne affittata nell’estate del ’66 da Rick Danko, bassista della Band, il gruppo che accompagnava in quel periodo Bob Dylan. Nella cantina di questa casa vennero registrati i Basement Tapes, le registrazioni che ritrovarono vita in forma ridotta nell’omonimo album del ’75. Dylan era allora reduce dal famoso incidente motociclistico e qui maturò l’ennesima svolta della sua carriera riavvicinandosi al repertorio tradizionale americano. Qui The Band diede vita a due dischi fondamentali del rock come Music From Big Pink del ’68 e The Band del ’69.

E sulle tracce di Bob Dylan, nell’estate del 1969, si riversarono a Woodstock migliaia di hippie: l’occasione era anche un leggendario festival, che si tenne il 15, 16 e 17 agosto 1969 nella fattoria di Max Yasgur, a Bethel (Hurd And W. Shore Rds. Off Highway 17B). Tre giorni di pace, amore e musica che segnano una rivoluzione permanente del costume e della cultura giovanile. Nel punto esatto dove sorgeva il palco è stata posta una lapide commemorativa. Da allora ogni anno si tiene una sorta di reunion di nostalgici con lo scopo di mantenere viva la memoria dell’evento. Venticinque anni dopo, nel 1994, nella Winston Farm della vicina Saugerties si è cercato di ridare vita allo stesso festival con qualche reduce del passato e molti nomi nuovi e nel 1999, per il trentennale, un altro mega festival si è tenuto nella ex base aerea militare di Rome, a parecchi chilometri di distanza da Woodstock.

Volendo, potremo infine recarci a Newport (sulla costa di Rhode Island) dove, al Freebody Park, si tiene da circa quarant’anni il famoso Festival Folk. Tra le molte edizioni a cui parteciparono tutti i grandi artisti della controcultura americana degli anni Sessanta, tra i quali Pete Seeger, Bob Dylan, Joan Baez e tutto quel mondo cantautorale che faceva capo al Greenwich Village newyorkese, rimane particolarmente famosa quella del 1960 che fu teatro di uno dei primissimi scontri tra le forze dell’ordine e oltre 10mila giovani che volevano abbattere i cancelli per seguire gratuitamente la manifestazione. In quell’occasione si esibì Muddy Waters con la sua band che estasiò Ahmet Ertegun, presidente della Atlantic Records, suo futuro nume tutelare. Qui, nel 1965, Bob Dylan tenne la sua storica esibizione elettrica, in cui fu contestato dai puristi del folk, ma che cambiò il corso della musica moderna.
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Guide Rock

Roberto Caselli e Aldo Pedron
California
(Editori Riuniti, 384 pagg., 35mila lire)

Monica Melissano
Irlanda
(Editori Riuniti, 216 pagg., 25mila lire)

Parte delle informazioni contenute in questo articolo sono state desunte dai libri California di Roberto Caselli e Aldo Pedron e Irlanda di Monica Melissano. Sono una via di mezzo tra la classica guida turistica, che vi suggerisce i luoghi più importanti o suggestivi da visitare in una determinata città e stato, e una storia del rock in versione compatta. Insomma, sono un modo originalissimo di abbinare storie, personaggi e luoghi. Come? Affrontando la California e l’Irlanda zona per zona, raccontandone la storia musicale, puntando i riflettori sui più sconvolgenti fermenti creativi degli ultimi 50 anni o sui personaggi più interessanti della storia del rock. E, infine, offrendo un vastissimo indirizzario zona per zona, città per città, dei locali, dei luoghi di culto, delle librerie, dei negozi di strumenti e di dischi da visitare.

Sono libri di servizio, utili a chi si appresta a visitare la California o l’Irlanda, ma anche di informazione. Perché i ‘viaggi’ possono essere fatti anche con la mente e questi libri riescono a catapultarti in luoghi lontani migliaia di chilometri, anche se non ci sei mai stato.
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Rock’n’Roll Hall Of Fame And Museum
1 Key Plaza, North Coast Harbor, Cleveland
www.rockhall.com

La città di Cleveland ha investito la bellezza di 65 milioni di dollari in questa avveniristica costruzione che è il museo ufficiale della storia del rock. A parte considerazioni ‘filosofico’ (del tipo che rinchiudere una musica libera e selvaggia come il rock’n’roll in un museo sia cosa piuttosto triste), molti ancora si domandano come mai è stata scelta questa cittadina dell’Ohio che ben poco della storia del rock ha visto svolgersi nelle sue strade e nei suoi locali.

Ebbene, il motivo è che qui a Cleveland, negli anni Cinquanta, lavorava il dj radiofonico Alan Freed, l’uomo che è stato accreditato per aver coniato, durante una trasmissione, il termine stesso rock’n’roll. Curiosamente, i suoi concittadini non erano altrettanto entusiasti dell’attività di Freed nel promuovere la nuova musica (oltre a programmi radiofonici, il dj organizzava serate con tutti i più bei nomi della prima ondata del rock’n’roll), tanto che rimisero in atto una vecchia legge degli anni Trenta che proibiva ai ragazzi minorenni di "ballare in pubblico a meno che non fossero accompagnati dai genitori".

Edificato a forma di avveniristica piramide trasparente, il museo è noto soprattutto per le cerimonie di ingresso nella Hall Of Fame di artisti che abbiano pubblicato il loro primo disco almeno venticinque anni prima. Ma vengono ammessi anche dj, produttori e discografici il cui ruolo negli sviluppi del rock è stato fondamentale. Dalla prima manifestazione, quella del 1988 che celebrò l’ingresso di Bob Dylan, lunghissima è diventata la lista di solisti o di gruppi che qui sono stati celebrati. La caratteristica forse più carina della cerimonia è il discorso che un altro musicista (ad esempio, nel caso di Dylan, fu Springsteen) tiene in onore del collega. Un jukebox, sito nel museo, contiene e permette di ascoltare praticamente tutte le composizioni incise di ogni artista che è entrato nella Hall Of Fame; tre grandi schermi posti in una sala proiettano, a richiesta, filmati in cui si racconta la vita degli stessi.

Il museo ospita alcune mostre permanenti e altre temporanee: lo scorso dicembre una grande mostra ha celebrato la vita e l’arte di John Lennon, in occasione dei vent’anni dalla tragica scomparsa. Memorabilia, videoclip, concerti e oggetti vari fanno parte di queste esibizioni. Tra le collezioni di memorabilia permanenti, si trovano oggetti (strumenti, vestiti, etc.) di John Lennon, Clash, U2, Eric Clapton, Hank Williams, David Bowie, Alice Cooper e centinaia di altri artisti.

Nella Hall Of Fame di Cleveland si tengono anche eventi musicali speciali, come il concerto del 1996 in cui molti grandi nomi (da Springsteen a Ani DiFranco) pagarono tributo a Woody Guthrie.

(p.v.)
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Chelsea Hotel
222, W 23rd St., New York
www.hotelchelsea.com

Chelsea, a New York, è rimasta una zona periferica fino all’arrivo della ferrovia sopraelevata, costruita nel 1870. Per un certo periodo i suoi grandi magazzini furono frequentati dai borghesi benestanti del quartiere, poi con la dipartita di questi ultimi verso le zone emergenti che stavano crescendo a nord, Chelsea cadde nell’abbandono. La fase di declino continuò per alcuni decenni fino a che la zona si riprese e venne di nuovo apprezzata per la sua vivacità e l’architettura fatta in gran parte di palazzi ottocenteschi.

Il Chelsea Hotel (222, W 23rd St.), costruzione dall’architettura vagamente gotica, è passato alla storia per aver dato ospitalità al mondo artistico di culto, grande per le sue innovazioni, ma irrimediabilmente a corto di mezzi economici. Noto per la sua permissività che gli ha conferito anche una fama equivoca, il Chelsea Hotel ricorda gli ospiti celebri che sono passati dalle sue stanze con delle targhe in ottone affisse sulla sua facciata. Il poeta Dylan Thomas, morto alcolizzato nel 1953, visse qui gli ultimi anni della sua vita tormentata, mentre Henry Miller e alcuni esponenti della beat generation, come Allen Ginsberg e Jack Kerouac elessero questo albergo, negli anni Cinquanta, come loro punto di riferimento.

Woody Guthrie vi fece tappa per un certo periodo e Bob Dylan vi visse per alcune settimane negli anni Sessanta. Qui, secondo quanto lui stesso racconta nella sua canzone Sara, scrisse una delle sue composizioni più belle, Sad Eyed Lady Of The Lowlands, nel 1966.

Il bassista della punk band Sex Pistols, Sid Vicious, accoltellò qui nel ’78 la sua giovane fidanzata Nancy e sempre da queste stanze passarono i più bei nomi della musica rock degli anni Sessanta, come Janis Joplin e Leonard Cohen che dedicò a questo albergo la splendida Chelsea Hotel #2 in cui ricorda una storia d’amore consumata in poche ore ("Ti ricordo bene nel Chelsea Hotel, parlavi con voce ferma e dolce. Me lo succhiavi sul letto disfatto, mentre le limousine attendevano in strada").

Anche il cinema ha trovato spazio in questo albergo: nel ’66 Andy Wharol, reduce dalle sue esperienze con i Velvet Underground, vi ambientò il film Chelsea Girls.

(r.c.)
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Sweet Home Alabama

Dalle capitali di rock’n’roll (Memphis), country music (Nashville) e Delta blues (Clarksdale) sino alle terre di frontiera (Florida e Texas) passando per la Athens dei R.E.M. e le glorie di Muscle Shoals.

A cura di Roberto Caselli, Carmelo Genovese, Gian Paolo Giabini, Aldo Pedron, Claudio Todesco

A Miami, dove allunghi la mano e ti sembra di toccare Cuba, c’è lo studio di registrazione più importante di tutto il Sudest degli States. Parte da qui il nostro viaggio immaginario nel Sud del paese, dai Criteria Recording Studios (1755 NE 149th St., http://criteriastudios.com). È una questione di quantità (vi sono stati registrati più di 150 dischi d’oro e di platino) e di qualità. Fondati nel 1958, sono sempre stati all’avanguardia nel campo delle tecniche di registrazione. Lo Studio B ha visto i giorni d’oro della Atlantic di Jerry Wexler: qui James Brown ha urlato la sua I Feel Good e Aretha Franklin ha intonato Young, Gifted And Black. Il rock anni 70 ha prosperato (tra gli album incisi, Layla di Derek And The Dominoes e Hotel California degli Eagles) e la disco music ha trovato casa da queste parti con i brani di Saturday Night Fever firmato dai Bee Gees.

Muovendosi verso nord, superate Gainesville e Jacksonville, città che hanno dato i natali rispettivamente a Tom Petty e ai membri dei Lynyrd Skynyrd, si arriva alla capitale Tallahassee, dov’è cresciuto Jim Morrison (e oggi centro della diatriba elettorale tra Gore e Bush Jr). Spingendosi ancora più a nord si entra nello stato della Georgia. Ci si può fermare ad Athens, la città dei R.E.M., e cercare qualche bel concerto al 40 Watt Club (285 W. Washington Street, http://www.40watt.com), da sempre punto di riferimento per i ragazzi del college locale. Curtis Crowe lo aprì nel 1978. Di giorno era un’agenzia per il booking, di notte il luogo dove i R.E.M. iniziarono a farsi le ossa. Anzi, Stipe e i suoi sono spesso venuti qui a provare le nuove canzoni prima di partire per i tour mondiali e hanno tenuto alcune esibizioni a sorpresa, sotto falso nome.

Prossima fermata: Macon, Georgia, la città del southern rock e di Otis Redding. Al 2321 di Vineville Avenue c’è la cosiddetta Big House, dove all’inizio degli anni 70 vivevano e provavano gli Allman Brothers. Oggi è un ibrido tra un museo e un bed & brekfast gestito dal road manager della band Kirk West. I Gov’t Mule hanno provato in questa casa ad inizio carriera.

In Tennesse è tutta un’altra musica. Nashville, lo sanno anche i bambini, è la capitale mondiale della country music. A 15 chilometri circa dal centro, sulla Briley Parkway, si trovava fino alla chiusura nell’estate ‘98 Opryland USA, un parco di divertimenti musicale che ospita tutt’ora il leggendario Grand Ole Opry. Inaugurato nel 1927 dal dj radiofonico George D. Hay, è lo show musicale più longevo e famoso del paese. Nel 1943 il Grand Ole Opry si spostò al Ryman Auditorium (116 Fifth Avenue North, in un vecchio edificio del 1892, http://www.ryman.com) dove vi rimase fino al 1974. Qui si ricorda il leggendario trionfo di Hank Williams del 1949 (dove stabilì l’imbattuto record di sei bis) e l’altrettanto indimenticabile gaffe degli organizzatori che nel 1954 consigliarono a un giovane Elvis Presley di continuare a fare il camionista.

La Country Music Hall Of Fame (http://www.country.com/hof/hof-f.html), al 4 di Music Square East, è invece un vero e proprio museo. Si trova nel Music Row, il cuore pulsante del business legato alla country music, in pieno centro di Nashville. Al suo interno si trova anche lo storico Studio B della Rca, dove hanno inciso Willie Nelson, Elvis Presley, Jim Reeves e gli Everly Brothers, solo per menzionarne alcuni. Nel 2001, se i 37 milioni di dollari preventivati basteranno, nascerà il nuovo Coun-try Music Hall Of Fame And Museum, tra la Quinta e Demon-breun, vicino al Ryman.

Il secondo polo d’attrazione musicale del Tennessee è, ovviamente, Memphis. A qualunque appassionato di musica rock che si trovi a passare dalla città è consigliata una visita a Graceland (3764 Elvis Presley Boulevard, http://www.elvis.com/graceland), la casa e il quartier generale di Elvis Presley. Se la Elvis mansion esternamente è davvero bella ed elegante, l’interno può creare un po’ di delusione. Il piatto forte è la Trophy Room, l’impressionante galleria di dischi d’oro, vestiti di scena, fotografie e oggetti personali. Nel Meditation Garden si può sostare qualche minuto sulla tomba di Elvis e su quelle dei genitori e della nonna, mentre una solerte guida osserva impaziente l’orologio per non rischiare di accumulare minuti di ritardo. Legato a doppio filo al primo Elvis è la mitica Sun Records (vedi box).

Spostandosi verso sud si entra in Alabama, la terra dileggiata da Neil Young (Southern Man) e difesa dai Lynyrd Skynyrd (Sweet Home Alabama) in un botta-e-risposta entrato nella storia del rock. La zona di riferimento, qui, si chiama Muscle Shoals, che prende nome dalle pericolose secche (shoals) vicino alla diga di Wilson. È composta da quattro città operaie: Florence, Sheffield, Tuscumbia e la stessa Muscle Shoals, che sorgono sulle due rive del Tennessee River. Ma Muscle Shoals indica anche e soprattutto uno studio di registrazione di Sheffield oggi al 1000 di Alabama Avenue, dove si organizzano tour guidati (fino al 1978 era sulla Jackson Highway, http://www.mssound.com). Fondato nel 1969, è diventato sinonimo di soul sudista grazie all’attività di un microcosmo di musicisti, produttori e autori di canzoni collegati alla gloriosa Atlantic di Jerry Wexler. Gli Stones hanno inciso qui uno dei loro album più belli (Sticky Fingers) e Dylan uno dei più discussi (Slow Train Coming). Una curiosità: Cher ha immortalato i famosi studi sulla copertina del suo album, significativamente intitolato 3614 Jackson Highway.

Superato il confine ad ovest si arriva nel Mississippi, dov’è nata la musica più nera d’America, il blues. Il cuore ‘blue’ dello stato è Clarksdale, dove sono nati John Lee Hooker, Junior Parker, Bukka White e Son House. Non stupisce che sia qui il Delta Blues Museum (114 Delta Avenue, http://www.clarksdale.com/dbm): voluto nel 1979 dagli ZZ Top, raccoglie ritratti e memorabilia dei grandi interpreti del Delta blues, ma è ancora una sorta di work in progress. Se credete nelle leggende cercate il famoso Crossroad, l’incrocio tra la Highway 61 e la Highway 49. Si narra che avvenne qui il leggendario patto col diavolo di Robert Johnson: l’anima in cambio della capacità di suonare in modo strepitoso il blues.

New Orleans, e siamo già in Lousiana, è un’altra tappa obbligata. Sono almeno tre i locali da visitare. Uno è il mitico Tipitina’s (http://www.tipitinas.com). Anzi, i due Tipitina’s. Quello uptown, al 501 di Napoleon Avenue è quello storico, mentre nel 1998 ne è stato aperto uno nel French Quarter (233 N. Peters Street). Vi hanno suonato tutti i musicisti più importanti in ambito rhythm and blues, blues, jazz e rock e hanno inciso dischi dal vivo i local heroes Dr. John e i Neville Brothers. All’entrata c’è il busto di Professor Longhair, autore della canzone da cui il locale prende nome.

Spostandosi su Decatur Street ci si imbatte in altri due locali fondamentali. La House Of Blues (225 Decatur Street, http://www.hob.com/business/corporate/clubvenues/french_quarter/index.asp) fa parte della catena creata dall’ex Blues Brother Dan Akroyd. Il locale è spazioso e comprende un ristorante, numerose sale, un patio, monitor, e promette musica dal vivo sette giorni su sette. Qui suonano tutti i migliori musicisti rock, rhythm and blues, jazz e soul che arrivano in città. Ha ben altra storia il Margaritaville (1104 Decatur Street, http://www.margaritaville.com/neworleans). Un tempo era la sede dello storico Storyville, il locale che ha visto nascere il jazz. Ora è un club di proprietà di Jimmy Buffett, con negozio annesso.

L’ultima tappa a New Orleans è dedicata a quello che molti ritengono il festival musicale più importante d’America, il New Orleans Jazz & Heritage Festival (si tiene presso il Fair Grounds Racetrack, 1751 Gentilly Blvd, http://www.insideneworleans.com/entertainment/nojazzfest). Si svolge solitamente tra l’ultima settimana di aprile e la prima di maggio e vi partecipano in media più di 100mila persone al giorno. In occasione del 25° anniversario, c’erano in città 3.000 artisti e oltre mezzo milione di appassionati accorsi da ogni parte del mondo.

Spostandosi verso ovest e si entra in Texas. Si può mancare Austin, definita "live music capital of the world"? Ovviamente no. Così come imperdibile è lo show Austin City Limits, dal 1976 uno dei programmi televisivi e musicali più popolari e longevi di country music in America. Ne sono passate, di star texane e non, dai locali della tv KLRU (Communications Building B, University Of Texas, http://www.pbsorg/klru/austin). Lo show è trasmesso da oltre 300 emittenti televisive pubbliche con un pubblico che oscilla tra i 5 e i 10 milioni di persone. Molti artisti hanno pubblicato album incisi durante questi storici spettacoli (Delbert McClinton, Gary P. Nunn, Earl Scruggs, Carl Perkins, Kate Wolf, Jerry Jeff Walker…).

Non è finita: a Austin si trova uno dei locali migliori del Sud degli Stati Uniti. Il leggendario Antone’s (2915 Guadalupe St., http://www.antones.com) è arrivato alla terza location in 25 anni e offre una programmazione di blues, country, zydeco e altre musiche rootsy. Impossibile fare un elenco dei musicisti passati da qui, da Muddy Waters a Stevie Ray Vaughan. Dall’altra parte della strada, al 2928 di Guadalupe Street, c’è un negozio che vende i dischi delle tre etichette legate ad Antone’s.

Percorriamo verso sud la Highway 35 e, prima di arrivare a San Antonio, ci si imbatte in New Braunfels, uno dei paesi più antichi del Texas. La Gruene Hall (1281 Gruene Road, http://www.gruenehall.com) è un vero e proprio monumento della musica country, folk e rockabilly. La gente viene anche per la particolare atmosfera, con le assi che scricchiolano e le centinaia di foto appese ai muri che testimoniano la storia del locale. Qui si sono esibiti, tra gli altri, Asleep At The Wheel, Albert Collins, Buddy Guy, Merle Haggard, John Hiatt, Kris Kristofferson, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Lyle Lovett, Doug Sahm, Stevie Ray Vaughan.

Ultima tappa: Lubbock. Perché qui sono nati musicisti come Joe Ely, Jesse Taylor, Jimmy Dale Gilmore, Butch Hancock e Terry Allen, ovvio. Ma soprattutto perché di Lubbok è Buddy Holly, che è sepolto nel cimitero al 2011 E. 34th Street e a cui è dedicata una statua (tra l’Ottava e la Q). La sua casa natale si trova al 1911 della Sesta Strada, ma è inutile andarci: della costruzione originaria non resta nulla. È ancora in piedi un’altra abitazione (1305 37th Street) dove Holly viveva nel 1957, quando la sua That’ll Be The Day entrò in classifica. Da lì al Buddy Holly Center (1801 Avenue G, http://www.buddyhollycenter.org) il passo è breve. Con tre dollari si accede al museo dedicato al rocker scomparso nel ’59 e agli artisti di Lubbock e del Texas occidentale.
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Sun Records
706 Union Avenue, Memphis, Tennessee
http://www.sunrecords.com

Nel gennaio 1950 l’intraprendente disc jockey Sam Phillips aprì il Memphis Recording Service. Nonostante possa apparire piuttosto strano per una città nota per i fermenti musicali, si trattava dell’unico studio di registrazione esistente. Come tale, attirò musicisti da tutta la zona circostante. Con i soldi guadagnati grazie alle incisioni di bluesmen come B.B. King e Howlin’ Wolf, Phillips organizzò proprie session, tra cui quella della storica Rocket 88 di Jackie Brenston (con Ike Turner), ritenuta una delle prime canzoni rock’n’roll, e nel 1952 fondò un’etichetta discografica, la Sun Records.

Nel ‘54 Phillips rimase impressionato dalla voce di un ragazzo che si era recato ai Sun Studios per incidere un paio di brani a carattere amatoriale a pagamento. Il suo nome era Elvis Presley. In questo studio Elvis, con Scotty Moore alla chitarra e Bill Black al contrabbasso, inventò il rockabilly e incise probabilmente le sue più belle canzoni di sempre: da That’s All Right Mama a Mystery Train, da Trying To Get To You a Good Rockin’ Tonight.

Dopo aver ceduto il contratto di Elvis alla Rca, Phillips si dedicò al lancio di altri artisti. Carl Perkins ottenne il primo hit a livello nazionale con Blue Suede Shoes e incise classici quali Matchbox, Honey Don’t e Dixie Fried. Anche Johnny Cash e Roy Orbison (quest’ultimo però non trovò in Sam Phillips il produttore ideale ed emigrò a Nashville) iniziarono qui la loro carriera. Altri artisti di rilievo furono Charlie Feathers, Billy Lee Riley, Sonny Burgess e Charlie Rich.

Ma l’artista discograficamente più importante fu Jerry Lee Lewis, detto The Killer. Incise qui i suoi brani ro-ck’n’roll più celebri: Great Balls Of Fire, Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, High School Confidential, The Wild One. Il noto matrimonio con la cugina tredicenne mandò in frantumi la carriera e fu un duro colpo anche per la casa discografica.

Nel 1959 la Sun Records si trasferì in uno studio più professionale. La sala d’incisione originaria, grande soltanto una cinquantina di metri quadrati, era però piena di ‘magia’: il suono ottenuto qui (agile, brillante e con uno slapback echo da trademark) è sempre stato considerato uno dei termini di paragone nel rock’n’roll.

Nel 1987 lo studio è stato restaurato e vi hanno inciso anche gli U2 (alcuni brani compresi nel doppio Rattle And Hum). È inoltre possibile visitarlo (c’è ancora il microfono che utilizzava Elvis), acquistare souvenir e consumare uno spuntino al Sun Studio Cafè (al numero 710 di Union Avenue).

(c.g.)
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Blueberry Hill And Walk Of Fame
6504 Delmar Boulevard, St. Louis, Missouri
http://www.blueberryhill.com

Blueberry Hill è uno dei locali più in auge del Midwest e sicuramente il più famoso di St. Louis. Si trova nell’University City Loop e, grazie all’attività del proprietario e fondatore Joe Edwards, ha trasformato la zona universitaria come il nuovo polo musicale della città. Mr Edwards lo ha inaugurato nel 1972 per ospitare le memorabilia raccolte grazie alla sua passione di collezionista di cultura pop: da quelle musicali a cimeli della storia americana, fino a oggetti riguardanti i Simpson, Beverly Hills 90210, Toy Story e Guerre stellari.

Con il passare degli anni il locale è cresciuto di dimensioni ed è ora un bar ristorante dove si possono mangiare rinomati hamburger e onion ring, è possibile scegliere tra settantotto diversi tipi di birra in bottiglia e alla spina e, soprattutto, si può ascoltare buona musica. Tra le diverse sale presenti le più famose sono l’Elvis Room, dove trovano esposizione i talenti emergenti della scena di St. Louis e dintorni e dove è possibile curiosare tra varie memorabilia di Elvis Presley, e la Duck Room, dove si esibiscono regolarmente alcuni tra i migliori talenti della scena americana, con un’attenzione particolare per il rock’n’roll. La Duck Room è divenuta recentemente molto nota perché è forse l’unico posto dov’è possibile vedere un buon concerto di Chuck Berry, l’artista alla cui famosa duck walk è dedicata la sala e dove è esposta la sua storica Gibson semiacustica ES 350 T (The Guitar That Rocked The World) con la quale negli anni 50 registrò le sue canzoni più famose (da Roll Over Beethoven a Carol a Johnny B. Goode). Chuck infatti, essendo molto amico del proprietario, si esibisce ogni mese e, a detta di chi c’è stato, regala esibizioni di tutto rispetto nonostante l’età. Se si è fortunati, può anche capitare di assistere a jam session occasionali con amici del calibro di Keith Richards o Johnnie Johnson.

Sull’onda del successo ottenuto, Joe Edwards ha recentemente inaugurato The Pageant, una sala da concerto che può ospitare 1500 persone e che si trova sempre nel polo universitario.

A pochi passi dal Blueberry Hill è possibile visitare gratuitamente la St. Louis Walk Of Fame, voluta da Edwards nel 1988 per onorare, con statue in bronzo e una targa, le più grandi personalità che hanno dato lustro alla città: Chuck Berry, Josephine Baker, Fontella Bass, William Burroughs, Miles Davis, T.S. Eliot, John Go-odman, Johnnie Johnson, Albert King, Kevin Kline, Clark Terry, Tina Turner e Tennesse Williams. Non c’è che dire: sarete decisamente in buona compagnia.

(c.g.)
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Californication

Dai figli dei fiori di San Francisco e Berkeley alle calde note di L.A., dai nuovi punk di Orange County ai misteriosi deserti del sud della California sino alla piovosa Seattle del grunge e alla luccicante Las Vegas.

A cura di Gian Paolo Giabini e Paolo Vites

Anche se oggi non è più la capitale del rock come lo fu nella seconda metà degli anni 60, un viaggio musicale attraverso la California non può non partire dalla splendida città sulla baia, San Francisco. E a San Francisco non si può non partire da Haight Ashbury, il leggendario quartiere dove nacque il movimento del flower power, ancor oggi abitato da ‘reduci’ e dai nuovi ‘figli dei figli dei fiori’. A parte lo storico incrocio fra Haight Street e la Ashbury (immortalato in decine di foto di album dell’epoca), a pochi metri dallo stesso incrocio, al 710 di Ashbury Street, si trova la deliziosa residenza in stile vittoriano che tra il 1966 e il ’68 fu l’abitazione della comune dei Grateful Dead, in cui la polizia, nell’ottobre 1967, fece anche un’irruzione. Oggi è una abitazione privata, per cui è inutile suonare al campanello per chiedere di visitarla.

Sempre in tema flower power, al 1805 di Geary Boulevard, nella zona di Pacific Heights, c’è il Fillmore Auditorium (www.thefillmore.com), il locale in cui, sotto la direzione di Bill Graham, tra il 1965 e il 1968, si esibì tutto il meglio della nuova scena rock di San Francisco, inclusi gli ospiti internazionali, come ad esempio i Cream (vi registrarono la parte live del loro Wheels Of Fire). Graham decise, dopo uno show di addio la notte del 4 luglio ’68, di spostarsi nel più capiente Fillmore West (al 1545 di Market Street; oggi è un concessionario di automobili), ma nel 1985 ricominciò a tenervi alcuni spettacoli musicali sino a quando, il 27 aprile 1994, gli eredi del promoter riavviarono, con l’antico nome, la fortunata gestione musicale.

Altrettanto prestigioso è il Warfield Theatre, in pieno centro, al 982 di Market Street, un bellissimo teatro la cui hall è decorata con centinaia di foto degli artisti che vi hanno suonato: nel 1980, i Grateful Dead, nel corso di quindici serate sold out, vi registrarono un loro disco dal vivo. Nel 1993 i Pearl Jam inaugurarono il loro tour mondiale proprio dal Warfield.

Se volete poi concedervi una passeggiata nel verde di un bellissimo parco, dovrete per forza andare al Golden Gate Park, che si estende da Haight Street fino all’Oceano Pacifico. Negli anni Sessanta qui si tennero centinaia di concerti gratuiti, culminati nello storico Human Be-In del 14 gennaio 1967, la grande manifestazione che segnò il culmine della cosiddetta Summer Of Love. Qui, nei pressi del quartiere di Haight-Ashbury, si trova anche la cosiddetta "collina degli hippie", dove ‘alloggiavano’ i figli dei fiori sfuggiti ai loro genitori e che qui, indisturbati, passavano il tempo suonando, fumando erba e facendo l’amore.

È più legata all’epopea della beat generation che a quella del rock, ma comunque la libreria di Lawrence Felringhetti, la City Lights Bookstore (www.citylightsnc.com), sita al 261 di Columbus Avenue nel quartiere italiano di North Beach, è un luogo imprenscindibile per qualunque ‘pellegrinaggio’ musicale che attraversi San Francisco, non fosse altro perché, nel vicolo alla sua sinistra, si tenne nel 1965 la storica foto session che immortalò Bob Dylan insieme ai poeti Allen Ginsberg e Michael McClure. Sin dagli anni Cinquanta, comunque, da quando cioè vi si recava Jack Kerouac, la libreria è il cuore dell’intellighenzia alternativa della California.

Dall’altra parte della baia di San Francisco, dopo aver attraversato il Bay Bridge, troviamo Berkeley, nota negli anni Sessanta come il cuore del movimento studentesco che contestò duramente la guerra in Vietnam. Oltre al campus universitario (dove furono girati i film Fragole e sangue e parte de Il laureato) potrete fare un salto alla sede della leggendaria casa discografica Fantasy (Tenth And Parker Street, www.fantasyjazz.com), fondata nel 1949 come etichetta jazz e divenuta nei 60 la casa madre di artisti rock come i Creedence Clearwater Revival. Al suo interno si trovano anche gli studi di registrazione da cui sono passati centinaia di nomi, fra cui Chris Isaak e Green Day.

Subito a nord di San Francisco, appena scesi dallo splendido Golden Gate Bridge, troverete la cittadina di Sausalito, un incantevole porto turistico che negli anni è diventato residenza di moltissimi musicisti (qui vive, in un piccolo ranch, la leggenda della musica folk Ramblin’ Jack Elliott, ad esempio). In una barca di proprietà del suo manager, sul Main Dock, Waldo Point, venne a vivere, nel 1967, per alcune settimane il grande soul singer Otis Redding, e in questa incantevole atmosfera trovò l’ispirazione per scrivere il celebre brano (Sittin’ On) The Dock Of The Bay.

Giunti a questo punto, fate una capatina a Mill Valley, cittadina posta alle basi del Monte Tamalpais (immortalato da David Crosby nella sua Tamalpais High), dove sin dagli anni Sessanta risiede una comunità di musicisti e di artisti. Qui, fra gli altri, abitavano infatti i Quicksilver Messenger Service, Grace Slick e Marty Balin. A Mill Valley troverete il Village Music (9 E. Blithedale Avenue, www.villagemusic.com), uno dei migliori e più forniti negozi di dischi dell’intera California, arredato come un piccolo museo con diverse memorabilia alle pareti. Quasi tutti i musicisti di passaggio da San Francisco (tra cui gente come Mick Jagger ed Elvis Costello) si recano qui ad acquistare i vecchi vinili. Il negozio in pratica non vende cd ma solo 33, 45 e 78 giri.

Nel cuore della Silicon Valley, a 35 minuti circa di macchina da San Francisco in direzione sud, è sito lo Shoreline Amphitheatre (One Amphitheatre Parkway, Mountain View, www.shoreline-amd.com), un rinomato spazio all’aperto creato da Bill Graham divenuto famoso da quando, a partire dal 1986, Neil Young vi tiene annualmente il suo concerto di beneficenza The Bridge, insieme ai più grandi nomi della scena rock passata e contemporanea. Ma qui, chi più chi meno, vi suonano un po’ tutti.

E con lo Shoreline potete salutare San Francisco e i suoi dintorni e dirigervi verso l’assolato sud, precisamente a Los Angeles.

È d’obbligo, qui, recarsi prima ditutto sul mille volte decantato (nelle canzoni e nei film) Sunset Boulevard, dove ci sono da sempre i locali della musica più vivaci e ricchi di storia. Cominciando dal Whisky-A-Go-Go (8901 Sunset Blvd., www.whiskyagogo.com), aperto sin dal 1964, che negli anni ha visto esibirsi leggende come Byrds, Doors, Buffalo Springfield, Led Zeppelin e centinaia di altri. Dopo aver eseguito la ‘scandalosa’ The End, Jim Morrison e soci vennero scacciati in malo modo, ma fuori della porta li attendevano i responabili della Elektra che li avrebbero messi sotto contratto. Negli anni Ottanta qui si esibivano soprattuto gruppi punk e hardcore, mentre oggi ospita un po’ di tutto.

Altrettanto leggendario è il Roxy (al 9009 di Sunset Blvd.), che negli anni Settanta era un po’ la piattaforma di lancio per tutti i nomi che sarebbero divenuti famosi, ad esempio Springsteen che ad alcune caldissime performance si guadagnò fama in tutta America. Quando Bob Marley si esibì qui il 26 maggio 1976, tra il pubblico sedevano attenti nomi come Bob Dylan, Robbie Robertson, John Bonham, Carole King e anche l’attore Warren Beatty. Ancor oggi, seppur con attività più ridotta, ospita performance di rilievo: qui Brian Wilson ha, nell’aprile 2000, registrato il suo disco dal vivo Live At The Roxy.

All’8852 di Sunset Blvd. è il Viper Room (www.viperroom.com), club di proprietà dell’attore Johnny Depp, sul cui marciapiede, a pochi metri dall’ingresso, morì di overdose il collega River Phoenix. Negli anni 70 e 80 era noto come The Central, e ogni lunedì sera, per molti anni, si è esibito qui il grande amico di Tom Waits, Chuck E. Weiss.

Sempre sul Sunset (al numero 6650) si trovano i leggendari studi Sunset Sound Recorders, nati negli anni Cinquanta per le colonne sonore dei film hollywoodiani, compresi molti successi di Walt Disney. Negli anni Sessanta gli studi si adeguarono al nuovo mondo del rock, e qui i Doors incisero il loro esordio, mentre gli Stones, che amavano lavorare qui, vi registrarono Beggars Banquet. Negli anni Ottanta Prince vi ha registrato Purple Rain.

Sul Santa Monica Boulevard, al numero 9081, si trova un altro leggendario club, il Troubadour (www.troubadour.com): qui Roger McGuinn conobbe Gene Clark e con lui fondò i Byrds. Un John Lennon vistosamente ubriaco, intento a importunare i musicisti sul palco, venne cacciato dal locale in malo modo nel 1974. Negli anni Ottanta qui tennero le loro prime esibizioni i Guns N’ Roses. Oggi vi si può ascoltare un po’ di tutto.

Nei primi anni Settanta era un po’ il paradiso dei cantautori, quando vi vivevano, fianco a fianco, personaggi come Joni Mitchell (abitava, insieme a Graham Nash, in Lookout Mountain Road), Carole King (all’8815 di Appian Way), Frank Zappa (all’angolo fra Laurel Canyon e Lookout Mountain), gli Eagles, Jim Morrison (1812 di Rothdell Trail), Jackson Browne e tanti altri: è il Laurel Canyon, delizioso angolo di natura distante dal caos cittadino, nonostante sia situato a pochi chilometri dal Sunset Boulevard, e per questo meta di musicisti in cerca di pace e ispirazione.

Impossibile poi non notare a Los Angeles la caratteristica torre della Capitol Records (1750 North Vine, Hollywood), ideata come una specie di pila di 45 giri e che ospita, sin dai primi anni Sessanta, gli uffici della famosa casa discografica. Nei suoi studi Frank Sinatra ha registrato alcune delle sue più famose canzoni mentre i corridoi dell’edificio sono tappezzati di centinaia di dischi d’oro.

I Beach Boys sono stati un po’ la colonna sonora della Los Angeles più spensierata, quella "sole, surf e good vibrations", doveroso perciò fare una visitina ad Hawthorne, residenziale sobborgo di L.A. dove nacque anche Marylin Monroe. La casa dove crebbero i fratelli Brian, Carl e Dennis, i futuri Beach Boys, si trova al 3701 West 119th Street.

A Santa Monica, una delle cittadine inglobate nell’area metropolitana di L.A., è d’obbligo fare un salto al McCabe’s Guitar Shop (al 3101 di Pico Boulevard), forse il negozio di chitarre acustiche e strumenti tradizionali più importanti di Los Angeles. Su un minuscolo palco nel retrobottega si esibiscono spessissimo musicisti folk e blues.

Gli amanti del rock alternativo e del crossover, invece, andranno a Silver Lake, quartiere situato nella zona est di L.A.. Qui, oltre allo Spaceland (1717 Silver Lake Blvd.), un club dove si esibiscono gruppi di alternative rock estremo, c’è il Millie’s Restaurant (3524 West Suset Blvd.), il ristorante preferito dai Red Hot Chili Peppers e dove è facile incontrare musicisti dell’area alternative rock.

E per finire in bellezza la visita nella California del Sud, un salto a San Diego, città natale di Tom Waits, nonché paradiso dei surfisti, dove è sito il Croce’s (802 5th Avenue, www.croces.com) locale dove si suona del buon jazz e dell’R&B tutte le sere. Come dice il nome, è espressamente dedicato allo scomparso cantautore Jim Croce: infatti è stato aperto dalla vedova del musicista, e il figlio, il bravo A. J. Croce, si esibisce spesso qui.

Quindi è tempo di prendere una macchina (o una Harley, se preferite) e dirigersi verso il caldissimo deserto poco lontano da L.A., quel Joshua Tree Desert immortalato sulla copertina del disco omonimo degli U2 e meta, da sempre, di diverse rockstar. In quello che è oggi il Copper Sands Youth Camp, un camping per ragazzi, e che nei primi anni Settanta era un piccolo motel chiamato Joshua Tree Motel, sulla Route 62, trovò la morte per overdose, la notte del 18 settembre 1973, Gram Parsons, il leggendario fondatore dei Flying Burrito Brothers e considerato l’inventore del country-rock. Se avrete voglia di spingervi nel deserto, troverete una formazione rocciosa denominata Cape Rock, sotto a cui, in circostanze piuttosto misteriose, fu cremato il corpo del musicista. Alcuni graffiti sulle rocce testimoniano il fatto.

E nel deserto si trova anche la capitale mondiale del gioco, Las Vegas. In linea con lo stile kitsch della città, l’Hard Rock Hotel & Casino (4455 Paradise Road, www.hardrockhotel.com), voluto da Peter Morton (padrone anche dell’attiguo hotel), nasce con la volontà di essere anzitutto il primo hotel rock nel mondo. Inaugurato nel 1995 con un mega evento (ripreso da Mtv), ha al suo interno una sala per concerti con 1200 posti a sedere. Nell’attiguo Casino si possono trovare memorabilia varie, slot machine a forma di chitarra elettrica e altre "kitscherie" varie.

Ormai lontani dalla California, non possiamo tralasciare uno dei siti per concerti più suggestivi al mondo, il Red Rocks Amphitheater (Red Rocks Park), la location più famosa di Denver, nel Colorado. Una location naturale, incastrata tra le rocce delle "red rocks" (da cui il nome). È entrata nella storia del rock nel 1983, quando gli U2 decisero di registrare il loro video live (da cui fu tratto anche un mini lp) Under The Blood Red Sky. Prima di questo evento comunque il Red Rocks Amphitheater ha visto passare gruppi del calibro dei Beatles (che vi suonarono nel 1964) e dei Jethro Tull. Il loro concerto è passato alla storia perché la polizia intervenne con gas lacrimogeni per sedare l’entusiasmo dei fan.

Dal Colorado ci si potrà mettere in marcia per l’angolo più a nord (e più piovoso) della West Coast, lo stato di Washington e quella che, nella prima metà degli anni Novanta, fu la capitale del rock mondiale, Seattle.

Giunti a Seattle se si vuole fare un ‘Kurt Cobain tour’, non si può far altro che partire da dove tutto è finito: in Sargent Boulevard, al Morrison Riverfront Park, il grande parco cittadino dove si tenne la veglia funebre per Kurt Cobain all’indomani del suo suicidio e dove la vedova Courtney Love lesse alle migliaia di presenti l’ultima lettera scritta dal marito prima del folle gesto.

Per tornare indietro nel tempo invece, quando Kris Novoselic e Kurt erano ancora ‘scolaretti’, si può andare all’Aberdeen High School (414 North I Street, Aberdeen, a circa quattro ore di macchina da Seattle), la scuola frequentata dai due Nirvana. Per chi invece vuole vedere dove è nata la leggenda grunge per eccellenza (Cobain, of course), è d’obbligo una puntata al Pour House (508 E. Wishkah Street, sempre ad Aberdeen).

Il Crocodile Café (in 2200, 2nd Avenue e Blanchard Street) è stato aperto il 30 aprile 1991 da Stephanie Dorgan, un ex avvocatessa stanca di beghe legali relative alla musica e volenterosa di occuparsi solo della musica ‘suonata’. Fu una delle prime persone a notare la mancanza di club a Seattle. E così il Crocodile divenne un club chiave per il grunge e la ‘scena’ di Seattle. Qui, ancora oggi, la Sub Pop, tutti gli anni, festeggia i suoi compleanni. Qui i Mad Season (il supergruppo di Seattle composto da membri di Screaming Trees, Pearl Jam e Alice In Chains) hanno iniziato a jammare.

A pochi isolati dal Crocodile Club c’è il quartier generale della Sub Pop, il Sub Pop Mega Mart (www.subpop.com/orders), in 1514 Pike Place. Che dire della Sub Pop? Senza questa etichetta il grunge, i Nirvana forse, non sarebbero mai esistiti. Voluta da Bruce Pavitt e Jonathan Poneman, è diventata famosa per aver pubblicato i primi dischi dei Nirvana, dei Soundgarden, e in seguito, dopo l’allontanamento dei Nirvana dall’etichetta, di gruppi come Afghan Whigs o Velocity Girls. Sempre più lontana dal suono grunge che l’ha resa famosa, con il suo megastore privato (il Sub Pop Mega Mart, appunto, che in realtà è un negozietto di circa cinquanta metri quadrati) rispecchia pienamente l’attitudine all’eclettismo, sempre comunque in un raggio d’azione indie/alternative.
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924 Gilman
924 Gilman Street, Berkeley

Inaugurato il primo gennaio 1986 grazie al sostegno economico della rivista punk Maximum Rock’n’Roll (una autentica Bibbia del settore), il locale sito al 924 di Gilman Street a Berkeley merita un posto di primo piano nel panorama punk e alternative rock californiano.

Qui si coagula la scena musicale giovanile degli anni Ottanta, e ben presto dal Gilman nasce la Lookout Records fondata da Lawrence Livermore, l’etichetta per cui i Green Day, nel 1989, pubblicheranno il loro primo ep, 1,000 Hours. I Green Day, allora con il nome di Sweet Children e non ancora maggiorenni, cominciarono a esibirsi proprio in questo locale.

Per la Lookout incideranno anche gli Operation Ivy, gruppo di hardcore che con gli album Hectic ed Energy (rispettivamente del 1988 e 1989) diventeranno uno dei gruppi più amati della Bay Area. Dalle ceneri degli Operation Ivy nasceranno quindi i Rancid, che però firmeranno presto per una major, la Epic.

Caotico come la musica che rappresenta, il Gilman è stato teatro di episodi di violenza come quando un gruppo di skinheads rompono una gamba all’ex leader dei Dead Kennedys, Jello Biafra, perché accusato di aver tradito il movimento punk vendendosi al business. Biafra, sdrammatizzando l’episodio, terrà uno spettaclo di spoken word seduto su una sedia a rotelle proprio al Gilman per raccogliere i fondi necessari al recupero dell’arto.

Il Gilman è sempre attivo, ancor oggi, anche se non mancano ripetuti problemi con le autorità pubbliche, accusato spesso di non essere rigoroso nel vietare gli alcolici ai minorenni. Recentemente il comune di Berkeley lo ha accusato di essere il ritrovo dei graffittari che imbrattano i muri cittadini.

(p.v.)
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Sulle tracce di Jim Morrison
Venice, Laurel Canyon, Santa Monica,
West Hollywwod, L.A.

Quando, il 4 luglio 1905, si inaugurò la cittadina di Venice, a un quarto d’ora dal centro di Los Angeles, vennero appositamente anche una dozzina di gondolieri da Venezia. Venice.

Oggi le abitazioni di Venice sono meta di ricchi yuppies, ma alla fine degli anni Sessanta qui venivano ad alloggiare gli studenti dell’UCLA e molti artisti. Ed è qui che venne ad abitare anche Jim Morrison, mentre frequentava l’università, e da Venice deve per forza partire un tour sulle tracce dei Doors. Fu proprio sulla spiaggia di Venice che, un pomeriggio del 1966, Jim incontrò Ray Manzarek e insieme decisero di dar vita a una band. Sulla Northstar and Speedway, sempre a Venice, si trova la casa in cui Ray Manzarek e la sua compagna Dorothy si stabilirono in quel periodo, e la cui sala, che dava direttamente sulla spiaggia, fu usata come sala prova dei Doors. Qui nacquero brani immortali come Light My Fire. Sempre sulla Speedway, al 1811, si trova invece un enorme ‘murale’ che ritrae Jim Morrison: copre un intero palazzo di tre piani e nei negozietti vicini si possono acquistare cartoline con la riproduzione del dipinto. Spostandoci al Laurel Canyon, al 1812 di Rothdell Trail troveremo la casa dove Jim abitò per un certo periodo con la findanzata Pam Courson. L’ultima residenza losangelina del cantante dei Doors, prima di trasferirsi a Parigi, si trova invece al 8216 di Norton, a West Hollywood, dove Jim, un giorno, impallidì letteralmente per l’emozione quando Chuck Berry bussò alla porta chiedendo di lui.

L’ufficio del management dei Doors era sito all’8512 di Santa Monica Boulevard, sempre a West Hollywood; nel piano terra c’era una sala prove in cui i Doors registrarono parte del disco L.A. Woman. Spostandoci poi in downtown Los Angeles, al 300, 5th Street And Main, troveremo un edificio che, nel 1969, era un ritrovo per barboni e alcolizzati, l’Hard Rock Café. Qui, passando per caso in cerca di una location dove scattare foto per il loro nuovo album (Morrison Hotel) i Doors decisero di farsi riprendere dal fotografo Henry Diltz. Quell’Hard Rock Café non esiste più, ma qualcuno, ispirato da quel nome, chiese il permesso ai Doors di utilizzarlo per dar vita a una catena di locali in tutto il mondo, la fortunata serie degli Hard Rock Café, appunto. Al 1246 di S. Hope Street era (ed è ancora) il Morrison Hotel, che ispirò il nome (e la copertina) di un disco omonimo del gruppo: dategli pure un’occhiata ma evitate di prendervi una camera, è piuttosto sconsigliato.

E per finire, niente di meglio che una bevuta alla memoria di Jim, lui ne sarebbe stato contento: al 8447 di Santa Monica Blvd., a West Hollywood, esiste ancora Barney’s Beanery, una birreria che era uno dei posti preferiti di Jim Morrison quando voleva farsi una bevuta in tranquillità.

(p.v.)
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Experience Music Project
Broad Street e Denny Way, Seattle
www.experience.org

L’Experience Music Project è un sogno che il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen, ha sempre avuto. Il sogno era creare a Seattle una Hall Of Fame come quella di Cleveland. Inizialmente avrebbe dovuto svilupparsi intorno alla figura di Jimi Hendrix. Era questo che aveva in mente Paul Allen: un museo di memorabilia del chitarrista scomparso.

Di fatto il sogno, realizzatosi da poco tempo, è diventato qualcosa di più elaborato. Hendrix è ancora il perno di tutto il progetto. Sono infatti esposte le chitarre che Jimi usò a Woodstock e al Monterey Festival.

All’interno della Electric Library si possono trovare ben 3mila registrazioni, inedite e non, dell’artista afroamericano. Ma, alla luce dell’era grunge, Allen non poteva non tenere conto di quanto è successo con gruppi come i Nirvana e i Pearl Jam. E allora al suo interno si possono trovare memorabilia di Kurt Cobain (una chitarra distrutta da Kurt durante un concerto con i Nirvana) più, sempre all’interno della Electric Library, un notevole numero di registrazioni di artisti del nord ovest (Seattle e dintorni).

Ma oltre al grunge l’Experience Music Project ha dato spazio anche al jazz, all’hip-hop, al soul, al funk. Il programma dell’Experience Music Project prevede via via artifacts showcases a tema (Political Activism, l’attivismo politico nella musica, Rock Costumes, i travestimenti del rock), retrospettive sul fenomeno delle riot grrls piuttosto che un punto della situazione sull’hip-hop. Chiaramente, dato il coinvolgimento in prima persona di una figura come Paul Allen, tutte queste informazioni vengono fornite al visitatore con un uso diffuso della tecnologia. La presentazione stessa che Allen ha sempre fatto dell’Experience Music Project è di un museo interattivo attraverso cui il visitatore entra in contatto con quella che è la storia del rock e della musica in generale. Come? Anzitutto Allen ha voluto a suo fianco un architetto (Frank O. Gehry) che pensasse una struttura complementare a un museo interattivo. E l’interattività consiste in una library di immagini, clip, frammenti di canzoni e brani con cui il visitatore si può interfacciare, con cui si possono sentire interviste video ad artisti tra i più diversi tra loro.

A parte infatti gli oggetti e le memorabilia appartenute ad artisti vari (oltre a Jimi Hendrix, da Bob Dylan a Bo Diddley, da Muddy Waters a Kurt Cobain, da Quincy Jones a Ray Charles), calcolabili all’incirca intorno agli 80mila, l’Experience Music Project può contare su contributi video e audio che permettono al visitatore di avere un ampio spettro dell’artista di cui vuole avere notizie e informazioni aggiuntive. Insomma, l’Experience Music Project è da considerarsi come il vero trionfo del mondo della musica applicato alla sapienza e alle esperienze delle nuove tecnologie accumulate da Paul Allen in contemporanea con le memorabilia di Hendrix, ancor oggi suo artista preferito.

(g.p.g.)
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London Calling

Dalle zone consacrate da Beatles, Stones e Bowie a quelle maledette dei Sex Pistols sino alla nuova Londra di Camden e del brit pop per proseguire sino ai luoghi sacri di Liverpool, Cambridge, Brighton e Isola di Wight.

A cura di Monica Melissano

Se Londra è di per sé un luogo chiave nella mitologia del pop e del rock, una visita agli Abbey Road Studios (www.abbeyroad.co.uk), al numero 3 della via omonima, sarà un vero e proprio tuffo nel mito. Qui, utilizzando di solito lo studio 2, e riservando lo studio 1 per pezzi orchestrali come A Day In The Life, i Beatles hanno registrato praticamente tutto il loro catalogo dal 1962 al 1970 (l’edificio è di proprietà della Emi); il vero omaggio alla loro ‘casa artistica’ è l’album omonimo del 1969, che ritrae in copertina i quattro baronetti che camminano sulle strisce pedonali che si trovano a pochi metri dall’ingresso principale degli studi.

L’altro volto dei Sessanta si può rivivere al Crawdaddy, il locale che si trova a Richmond, vicino Londra, presso lo Station Hotel (Kew Road); per sei sterline a notte i Rolling Stones si esibivano sul suo palco ogni settimana, di fronte ad amici innamorati del blues come Jimmy Page, Eric Clapton e Pete Townshend, guadagnandosi recensioni entusiaste e decollando verso la celebrità dopo aver conquistato, proprio durante un live al Crawdaddy, il futuro manager Andrew Loog Oldham.

Immancabile una visita alla Royal Albert Hall (http://www.royalalberthall.com) in Kensington Gore, a Londra; costruita nel 1871 per volontà del Principe Alberto per ospitare delle esposizioni, la Hall divenne nel 1895 la sede dei London Promenade Concerts. L’avvento del pop non ha trovato impreparata la sala, la cui acustica è stata migliorata e modernizzata nel corso degli anni (tanto da giustificare la pubblicazione di svariati album live qui registrati); sono transitati sul palco dell’Albert Hall, fra gli altri, Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan, e più recentemente Eric Clapton, Cliff Richard, Sting, Mark Knopfler e Phil Collins.

In Portland Place si trovano gli studi della BBC, nei cui archivi è custodita praticamente tutta la storia del rock britannico; gli studi sono ovviamente chiusi al pubblico, che può però affrontare in piccoli gruppi guidati la BBC Experience, un lungo percorso multimediale, da pochi anni inaugurato, che spiega il funzionamento della struttura, e che dedica molto spazio alla storia della mitica Radio One, permettendo ai visitatori di improvvisarsi novelli John Peel o Steve Lamacq.

In Heddon Street, una viuzza fra Regent Street e Piccadilly Circus, nel cuore della capitale, ci si può aspettare di veder atterrare Ziggy Stardust; di fronte al numero 23, durante un piovosa notte del gennaio 1972, è stata scattata dal fotografo Brian Ward l’immagine di copertina del più celebre album di Bowie; anche se oggi gli edifici e l’arredo stradale sono stati profondamente rinnovati, il luogo rimane una meta di pellegrinaggio, come testimoniano i numerosi graffiti.

Per cercare le radici del punk si deve raggiungere il 430 di King’s Road, dove Vivienne Westwood e Malcom McLaren avevano aperto nel 1971 la boutique Let It Rock, vendendo abiti di pelle e vinile e dischi di rock’n’roll in piena era hippie; il negozio, che ha cambiato più volte nome (Too Fast To Live Too Young To Die, Seditionaries, World’s End), ha visto nascere i Sex Pistols, vestiti di gomma, borchie e catene dall’estro dell’oggi quotatissima stilista.

È iniziata col punk la fama della Rough Trade (http://www.roughtrade.com), l’etichetta nata nel ‘76 attorno all’omonimo record shop in Kensington Park Road che, dopo aver iniziato a distribuire le produzioni della mancuniana Factory, iniziò a produrre gruppi come Swell Maps, Raincoats, Stiff Little Fingers, fino agli Smiths. Dopo il collasso dell’etichetta avvenuto a inizio anni 90 i due negozi (uno al 16 di Neals Yard, un vicolo nella zona di Covent Garden, l’altro al 130 di Talbot Road) vivono di vita propria, e continuano ad essere la più affidabile fonte a cui attingere per chi è in cerca di sonorità orginali e innovative.

Luogo culto del brit pop per eccellenza era The Good Mixer, locale al numero 30 di Inverness Street, ovviamente nella zona di Camden, dove per le star dei primi anni 90, dai Pulp ai Blur, dagli Elastica agli Oasis, era d’obbligo farsi vedere il più spesso possibile, sapendo di finire regolarmente sulle pagine dei gossip del New Musical Express e del Melody Maker.

Lasciando la capitale, nella quiete della campagna vicino Bath si può raggiungere (e, se si ha una buona disponibilità economica, pernottare) la St. Catherine’s Court, una manor house con oltre un millennio di storia in cui si mescolano stili architettonici che vanno dal rinascimentale all’elisabettiano. Appartenuta a nobili, militari e religiosi, e più recentemente dimora dell’attrice Jane Seymour, nel settembre 1996 la tenuta è stata teatro delle registrazioni di Ok Computer, il masterwork dei Radiohead, che hanno utilizzato la sala da ballo come studio, allestendo il mixer desk nella biblioteca, che gode di una stupenda vista sul giardino: "C’erano delle serate meravigliose", ricorda il bassista Colin Greenwood, "e le trascorrevamo scrivendo musica con le finestre aperte".

Più convenzionale l’ambiente dei Rockfield Studios (www.demon.co.uk/studiobase/rockfield), aperti negli anni 60 dai fratelli Charles e Kingsley Ward vicino al villaggio omonimo, primo studio di registrazione nella storia ad essere pensato anche come dimora provvisoria degli artisti ospiti. Dave Edmunds e Andy Fairweather Low dei Mott The Hoople furono i primi clienti di una lista che include i Queen, che hanno registrato qui Bohemian Rhapsody, Iggy Pop, Robert Plant, Paul Weller e Simple Minds, fino a Stone Roses, Charlatans, Bluetones, Oasis.

Ancora nel sud Brighton, teatro degli scontri fra Mods e Rockers negli anni 60, è oggi la capitale di quel Big Beat che ha reso miliardario Fatboy Slim. Sede della Skint Records, il centro balneare si prepara a rivivere le notti calde che hanno reso famosa negli anni 90 la Big Beat Boutique, con l’apertura del Concorde 2, che ospiterà regolarmente i dj dell’etichetta, fra cui Lo Fidelity Allstars, Cut La Roc, e lo stesso Norman Cook, attualmente titolari di un affollatissimo appuntamento mensile presso il Fabric di Londra in Charterhouse Street.

Sulla strada verso il grande nord, trascorrere qualche ora in più nell’atmosfera universitaria di Cambridge può diventare il modo per lanciarsi sulle tracce di Syd Barrett e dei Pink Floyd: dal 60 di Glisson Road, dove Roger Keith Barrett nacque nel 1946, ci si trasferisce presso il College Of Arts & Technology, dove l’ormai soprannominato Syd iniziò nel 1962 un corso di due anni, e conobbe John Gordon, all’epoca nel Joker’s Wild con Dave Gilmour; l’anno successivo, nelle pause dei loro corsi di modern language, Gilmour e Barrett si esercitavano sui riff degli Stones, che poi proponevano al pubblico del The Mill, in Mill Street. Poco distante si trova l’Anchor Coffee Bar, in Mill Pond, residenza del Riverside Jazz Club e ritrovo abituale di Syd, Roger e del grafico Storm Thorgerson, a cui si aggiunse poi Dave Gilmour.

Un salto nel decennio precendente lo si compie visitando il Mecca di Blackpool, aperto dal 1965, che ha a lungo conteso all’ormai dismesso Casino di Wigan lo scettro di locale simbolo della scena mod e northern soul; orientato in passato su una programmazione meno ortodossa e più orientata al funky del Casino, la Mecca è oggi alla guida della rinascita dello stile legato ai parka e alle lambrette, di cui è ormai la casa elettiva. Impossibile ignorare il Cavern Club (www.cavern-liverpool.co.uk) di Liverpool, in Matthew Street, che è oggi una sorta di museo riaperto nel 1984 per celebrare le gesta dei Fab Four, e ricostruito fedelmente in base all’originale, demolito negli anni 70. Perfino i muri attorno al palco sono stati nuovamente autografati dai componenti dei gruppi che vi avevano suonato negli anni 60, incluso Ringo Starr. All’esterno si trova una statua dedicata a John Lennon, inaugurata nel 1997, che rappresenta la copertina dell’album Rock’n’Roll, sui cui mattoni sono riportati i nomi dei 1801 gruppi che suonarono nel locale.

Sicuramente il più epocale locale britannico dopo il Cavern era l’Hacienda di Manchester, fondato nel 1982 in Whitworth Street da Tony Wilson, il titolare della Factory Records, e da Rob Gretton, il manager dei Joy Division. Prima della chiusura forzata, avvenuta per debiti nel 1998, l’Hacienda è stato un polo di innovazione culturale, traghettando la capitale del nord dalla new wave di New Order e Frankie Goes To Hollywood fino all’avvento dell’acid house e dell’ecstasy, col Chicago House Party Tour del 1987. Il declino dell’Hacienda iniziò nel 1989, con la morte per droga della minorenne Clare Leighton avvenuta durante un party.

Sulla via dei Festival, non si può mancare Glastonbury, dove Michael e Jean Eavis dettero vita nel 1970 al raduno più pittoresco della storia del rock (http://www.glastonburyfestivals.co.uk); dalla prima edizione, svoltasi il giorno successivo alla morte di Hendrix, superando innumerevoli problemi legali e le immancabili avversità metereologiche, il festival, che si tiene oggi presso la Cockmill Farm, raduna ogni anno 90mila persone, proseguendo col proposito iniziale di riservare gran parte dei proventi alla beneficenza, devolvendo ingenti somme di denaro a organizzazioni come Greenpeace.

E per finire, non resta che affrontare il pellegrinaggio sull’Isola di Wight, immortalata dal gigantesco festival che ha segnato, più di un quarto di secolo or sono, la fine del periodo d’oro del flower power; sull’isola, invasa da 600mila persone, si ritrovarono nell’agosto 1970 i simboli di un’epoca: The Doors, Jimi Hendrix, Donovan, Ten Years After, Joan Baez, Leonard Cohen, Kris Kristofferson, Free, Taste, Family, The Moody Blues, Joni Mitchell e The Who, senza scordare il contributo di Miles Davis. Per ritrovare appieno le vibrazioni dell’epoca occorre recuperare Message To Love: The Isle Of Wight Festival, il documentario distribuito in occasione delle celebrazioni del ventennale del Festival.